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Tue, October 22, 2019

Hong Kong: l’epoca dei riots 4.0

Hong Kong, Cile, Ecuador, Libano, Parigi, Barcellona: le proteste nelle strade e nelle piazze globali lanciano l’assalto al cielo della più grande crisi del capitale. Mai come ora, davanti ai dispositivi di repressione utilizzati dal capitalismo di sorveglianza, i manifestanti sono in grado di rispondere colpo su colpo. A partire da Hong Kong va in scena lo stile più comune a gran parte delle tecniche marziali orientali: ribaltare l’impeto dell’attacco avversario a proprio favore. Siamo nell’epoca delle rivolte tecnologiche di piazza, dei riots 4.0.

Il sole filtra ovattato dalla coltre di umidità che a Hong Kong, in questo periodo, è insostenibile. Lungo il viale alberato si vedono decine di manifestanti a volto coperto, circondati da ombrelli, telecamere e smartphone dei media internazionali.
Uno di loro collega un flessibile a una centralina elettrica e inizia a segare un palo della luce smart. Ne hanno installati a decine, negli ultimi tempi. «Per controllare la qualità dell’aria», secondo le autorità locali.

Per i manifestanti servono invece a monitorare il via vai sui marciapiedi, con micro-telecamere collegate ai sistemi centralizzati di riconoscimento facciale che ingolfano i database dell’ex colonia britannica, probabilmente con una backdoor a uso e consumo di Pechino.

Il palo si abbatte al suolo e viene preso a calci dai manifestanti tra urla di vittoria. La clip, rilanciata da testate giornalistiche di mezzo mondo, diventa virale e simbolica: è l’alba dei riots 4.0.
Il conflitto che dallo scorso mese di giugno occupa ininterrottamente le strade di Hong Kong è animato da due fazioni apparentemente sbilanciate.

Da un lato, la polizia ultra equipaggiata, con lacrimogeni, proiettili di gomma, manganelli, protezioni antisommossa e idranti. Dall’altro, un blocco manifestante eterogeneo ma con un’avanguardia giovane, talvolta molto giovane, tendenzialmente upper e middle class, cresciuta con gli smart device nella culla.

Poca tradizione di gestione della piazza, ancor meno di riots. Ma dal movimento Occupy in avanti, la guerriglia urbana dei film e dei telegiornali si è trasferita in pianta stabile tra la penisola di Kowloon e Hong Kong Island, a casa loro. E lo scontro si è fatto inevitabile. Sfiancante, dopo quattro mesi, ma ancora inevitabile.

Con rapporti di forza smisuratamente sbilanciati a favore delle forze dell’ordine, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla tenacia di una protesta mai così partecipata, almeno per i numeri di Hong Kong. E mai così tech-savvy.

I manifestanti, per motivazioni squisitamente generazionali, sanno come mai nessuno prima di loro di essere sotto la lente costante dell’ipercontrollo di Stato.

Sanno che la digitalizzazione delle loro esistenze, in accelerazione costante verso comodità, immediatezza, sicurezza personale e collettiva – dicono loro – è un’arma a doppio taglio.

La privacy (s)venduta in cambio della tecnologia. Un baratto innocuo, se non si ha nulla da temere.

Ma quando la celere sfonda le barricate e apre le teste coi manganelli, spara a distanza ravvicinata e la gomma non suona più così soffice, quando ti soffoca coi lacrimogeni e ti vuole sbattere in un furgone diretto chissà dove, allora proteggere la propria identità, diventare invisibile, irriconoscibile e informe, è l’unica assicurazione sulla vita possibile.

In un territorio dove ogni muro ha occhi e orecchie, sabotare e sovvertire diventa questione di sopravvivenza. Replicare all’invisibilità del nemico con la dissoluzione dell’identità. Rispondere alla tecnologia repressiva con l’innovazione delle tecniche sovversive.
I manifestanti sanno di avere troppi punti deboli, tutti addosso: congegni spia dormienti tra le pieghe delle app dei loro smartphone, dei documenti d’identità e delle tessere dei mezzi pubblici dotate di chip, tra i muscoli della mimica facciale, le iridi, le minuscole venature delle impronte digitali. Oggi, a Hong Kong come altrove, anche il tuo corpo può venir usato contro di te.

Nell’anno di grazia 2019 non c’è luddismo che tenga. E non esistono pillole rosse per andare dietro le quinte di Matrix. Ma ci sono il cervello, l’ingegno, la furbizia e l’intuizione. C’è l’esempio di chi ha combattuto prima di te, dai black bloc agli hacker, e lo studio delle loro metodologie.

E c’è una regola chiave, comune a gran parte delle tecniche marziali orientali: usare l’impeto dell’attacco dell’avversario a proprio favore, per sbilanciarlo e ribaltare, anche solo per un attimo, i rapporti di forza sfavorevoli.

E allora alle barricate per fermare le cariche della polizia si aggiungono laser portatili per accecare gli agenti e le loro telecamere; alle protezioni per attutire i colpi dei manganelli e alle maschere antigas, si aggiungono occhiali da sci coperti da scotch da pacchi, per schermare il riconoscimento facciale.

Avanguardie che si staccano dal blocco e abbattono i pali che sorreggono le telecamere, o le oscurano con pennarelli, bombolette spray, nastro isolante. Carte d’identità avvolte nella stagnola per bloccare i segnali radio mandati dai chip, thermos pieni di fango per estinguere i lacrimogeni.

E maschere, finché si è potuto, Maschere per proteggere la propria identità e scongiurare un futuro braccati, ad libitum, dalle autorità. Maschere come protezione anche dalla malattia infantile del liderismo. Maschere per essere davvero marea inintelligibile, tanto da costringere le autorità locali a bandirle.

Spuntano, scortati dall’immaginazione ribelle, tutorial online per intrecciare i capelli di fronte al viso, e comporre una “maschera naturale”.

E quindi di nuovo in strada, con un’organizzazione interna da forze speciali, coordinata via Telegram. Scambiandosi mappe dei posti di blocco e delle zone sicure via Airdrop, cancellando le impronte digitali dal sistema dell’iPhone, circondati da una foresta di ombrelli che, come una falange oplitica, si levano a protezione da telecamere e idranti.

La protesta a Hong Kong è un’epica in costante evoluzione. Tramandata in presa diretta dai social network che ne raccontano le gesta e cristallizzano in rete un orizzonte della lotta destinato a spostarsi più in là, sempre più in là, nel futuro.

Insistere, innovare e apparire massa informe. È la ricetta per il dissenso ultra-contemporaneo in grado di segnare il sentiero da percorrere per opporsi alla repressione capillare che, silenziosa come un nemico invisibile, è già cresciuta attorno a tutti noi.
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