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PROFILI


Wed, July 22, 2020

LE PAROLE E LE IMMAGINI DEL VIRUS. DIALOGO CON GIUSEPPE GENNA, AUTORE DI “REALITY”

In questa seconda parte di dialogo con Giuseppe Genna, I DIAVOLI si interrogano con l’autore del libro “Reality” su contraddizioni e sorti emerse durante la pandemia; sul valore della letteratura e dell’immagine nell’epoca della scomparsa del testo e sull’importanza della testimonianza.

Nel suo ultimo libro, Reality (Rizzoli 2020), Giuseppe Genna compie un disperato viaggio al termine della pandemia. Un cahier de doléances, un atto d’accusa, un diario della contaminazione epico e lirico in cui si attraversando luoghi e persone devastate da un virus che “c’era già”, ben prima di deflagrare in tutta la sua potenza.

In questa seconda parte di dialogo (qui la prima), i diavoli si interrogano con l’autore sul valore della letteratura e dell’immagine nell’epoca della scomparsa del testo; sull’importanza della testimonianza, sulla possibilità di tenere accesa la scintilla di una nuova speranza.


L’altro concetto che ricorre spesso nelle righe del libro è l’immagine. Per te oggi è “de-testualizzata”, come direbbe Benjamin, e vai alla ricerca disperata di immagini che ancora contengano testo. A nostro avviso è accumulata in maniera parossistica, come direbbe Debord (che omaggi e scardini con un incipit meraviglioso), e dovremmo liberarcene. Partiamo dall’immagine suprema di questa pandemia, ovvero papa Francesco a San Pietro. Cos’è oggi l’immagine, e come se ne inventa una nuova?

L’immagine non esiste più. Non esiste più parola. Com’è chiaro, ne esiste un profluvio, sia per quanto riguarda le immagini sia per le parole. Tuttavia è perduto un loro potere originario: gli induisti d’antan, quelli delle scritture sacre millenni orsono, osservavano come l’universo sia scaturito dal meccanismo principiale dei nomi (parole) e delle forme (immagini). L’immagine ha raggiunto il massimo grado di accumulazione nei decenni scorsi. L’imporsi del digitale è non-immaginale. Nel profluvio di immagini, ogni immagine si giustappone all’altra, quindi ne è ancora staccata. Nello spazio tra le due immagini si gioca uno svuotamento percettivo, che non corrisponde a un senso in particolare e nemmeno a tutti i sensi insieme.

Il tempo che noi stiamo vivendo pare un’epoca di enfasi dell’immagine tanto quanto del vuoto che c’è tra tutte le immagini. Per questo giudico assoluta (proprio per etimologia: “sciolta da”) l’ultima immagine, che è quella della kénosis, dello svuotamento dell’io. A praticarla, emblematicamente, è per me l’attuale pontefice, che parla a un vuoto fisico della sua piazza, per la prima volta ad ascoltarlo sono i lontani, i tele-visori. Potrebbe sembrare l’apice dell’analisi di Debord, poiché il papa è in mondovisione, ma io sento che lì non si dà nessuno spettacolo: lo spettatore chiude gli occhi, si scorda, nulla resta, la tenebra è rotta soltanto da un piccolissimo puntino bianco, un uomo che palesemente va a morire e che è tornato a parlarci della morte. Si tenga presente, come annoto nel libro, che «chi scrive non è battezzato».


In questo libro dialoghi con molte tue opere precedenti, due in particolare: Assalto a un tempo devastato e vile e Italia de profundis. Entrambe sono devastanti autobiografie, per non dire autopsie, dello scrittore e del paese Italia. A che punto siamo, con entrambi i protagonisti: lo scrittore e il paese?

Anche Dies Irae (altro libro di Giuseppe Genna, ndr), in un certo senso, però lo sguardo ha una matrice che risiede nei due testi che segnalate. Del resto bisogna dare atto all’editore, tra le molte cose che gli si devono, nelle persone di Massimo Turchetta e di Michele Rossi, che la richiesta avanzata era proprio quella di riprendere lo sguardo di Assalto, la lingua non semplice e tanto corrusca. Peraltro a ottobre uscirà per i tipi di minimum fax la quarta versione, aumentata, di Assalto, a cui sto lavorando in queste ore. Posso dire questo, rispetto a quanto mi chiedete: che percepisco un incombere della tragedia, personale e collettiva, dell’io e del Paese, ben al di là della questione pandemica.

C’è un sentimento dello sfumare, della dimenticanza dei progetti in essere, della fine del gerundio che sostituiva il futuro, delle cose tridimensionalmente percepite. Una realtà evanescente, una vaga bruma, sia il noi sia l’io sottoposti a vaporizzazione generica ma progressiva, quasi si stesse per morire, ancora un poco più di morire, un esserci stati. Uno dei personaggi di Assalto, che sta proprio nell’incipit, coincide con il dedicatario di Reality: è il poeta Mario Benedetti, scomparso per Covid il 28 marzo. L’ultima poesia che ha scritto termina con questi versi: «E il volere / che non si parli più, non si scriva più // per andare a capo. Una sola voce lontana…, /quando sarò non presente a me… / Solo offuscati… e piano piano andarcene».


Nella sua recensione il direttore dell’«Espresso» Marco Damilano racconta così il nuovo libro: «Andare e vedere. E poi scrivere». E tu stesso in un capitolo reciti: «Perché veglio? Uno deve vegliare dicono. Uno deve essere presente». Questo viaggio al termine della pandemia, dove attraversi luoghi e persone, superandole e facendoti superare da loro, racconta (anche) dell’urgenza di testimoniare dello scrittore. È una necessità solo tua o la senti condivisa? Può esistere una letteratura che non sia fatta di “andare e vedere”, che non sia “in presenza”?

È molto difficile porre la questione, figurarsi rispondere. Io penso che non ci sia argine tra vita e scrittura e che, se anche non sono presente nella realtà storica di cui vado scrivendo, probabilmente sono stato presente in ogni caso, con il cumulo di storia che ciascuno di noi è. Però ritengo che Marco Damilano, nell’articolo che citi e che molto mi ha toccato, intenda altro. C’è sicuramente l’idea di un apostolato della narrazione e del giornalismo. Il giornalismo come variabile spirituale lo aveva intuito anche Hegel, che parlava di messa laica a proposito della lettura di un quotidiano: però pur sempre di messa si tratta.

Voglio dire che il giornalismo mostra sempre una cifra spirituale, che non può essere tanto agevolmente rimossa: è la questione della testimonianza, che etimologicamente indica il martirio. Il giornalismo ha leggi etiche ed epiche a cui non deroga qualsiasi interprete all’altezza di questa professione, che richiede corpo e mente, presenza fisica e veglia spirituale. Attribuendo a me questi verbi, cioè l’andare e il vedere, credo che venga indicata da Damilano una missione che va oltre quella dell’esserci in presenza: è la presenza di chi vede e dunque è visionario, è l’andare di chi si muove e quindi è nomade e non si sa se si allontani o si avvicini. Andare e vedere sono le premesse del cantare, e dico del canto epico e di quello lirico, ma ne sono al contempo gli esiti. Quanto va, dove va, cosa vede lo scrittore che testimonia dell’infinito? Ecco, a questo incrocio per me si pone la letteratura: deve testimoniare dell’infinito, altrimenti non è letteratura. Una delle declinazioni dell’infinito è il tragico, e dunque bisogna essere in presenza del tragico. La letteratura non è affatto il romanzo. Questo mi sento di rivendicarlo in assoluto, al di là dei miei personali tentativi.


Per concludere, una domanda semplicissima, che è poi il sottotitolo del tuo libro: Giuseppe, “cosa è successo”?

Niente, non è successo niente: è successo perciò il niente. Questo niente, per noi viventi bipedi e cerebrali, piccole scimmie emotive, è il tutto. Per qualche mese le parole hanno ripreso l’antica tridimensionalità (in alcuni casi le dimensioni erano addirittura quattro) e la piccola meschineria è tornata a essere una grande immoralità. È successo il testo. È successa la morte vista o intuita, che cancella ogni immagine, ogni oscenità dell’immagine. È avvenuto il trasalimento della carne e la riscoperta che le connessioni della carne sono molto più immateriali di qualunque avanzamento nell’astrazione del mondo in codice binario o per via quantistica.

La madre era la madre, il padre era il padre, le sorelle erano tali e i fratelli pure. È successo questo: abbiamo fatto dei due uno, l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, e il sopra come il sotto, e di uomo e donna una cosa sola, così che l’uomo non sia uomo e la donna non sia donna, abbiamo avuto occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure e siamo pronti per entrare nel regno.



Giuseppe Genna è autore di numerosi romanzi tra cui Nel nome di Ishmael; Dies Irae; Io, Hitler; La vita umana sul pianeta Terra; Assalto a un tempo devastato e vile; History.
Reality. Cosa è successo è il suo ultimo libro.

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