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VISIONI


Fri, April 10, 2020

LA FINE DELLA QUARANTENA

“È finita la quarantena”. Le parole gli rimbombarono nella testa, rimase sul divano-letto ancora per un lasso temporale indefinibile, quasi inebetito. Quindi, come un cucciolo di animale che entra nella vita, o un umano che torna dalla morte, cominciò a muovere i polpastrelli, lento. Le dita delle mani, e quelle dei piedi. Sollecitava le estremità del suo corpo, per capire se ne disponeva ancora.

– È finita la quarantena – queste parole gli rimbombarono nel cervello per qualche minuto. Forse di più. Come tutti aveva oramai difficoltà a orientarsi nello spazio e nel tempo. È finita la quarantena. Vide la frase scritta a caratteri cubitali davanti a suoi occhi, in lettere vermiglie, luminose. Dapprima oscillavano, si spostavano, poi rimasero ferme, immobili di fronte a lui. Fece un lungo respiro.

Rimase sul divano-letto ancora per un lasso temporale indefinibile, quasi inebetito. Quindi, come un cucciolo di animale che entra nella vita, o un umano che torna dalla morte, cominciò a muovere i polpastrelli, lento. Le dita delle mani, e quelle dei piedi. Sollecitava le estremità del suo corpo, per capire se ne disponeva ancora. La risposta fu positiva.


Aveva ancora un corpo, era vivo, ora che la quarantena era finita. Si alzò dal divano-letto, si guardò intorno, in quella stanza nella quale era rimasto prigioniero per un tempo infinito, o almeno che non riusciva a quantificare.

Osservò sconcertato il tavolino davanti a sé con il telecomando, i piatti sporchi, i bicchieri, i cartoni della pizza, le lattine di birra e le bottiglie di whisky. Guardò distratto la libreria, i tomi tirati fuori e rimessi dentro senza soluzione di continuità, leggendone a volte pagine, a volte capitoli, a volte nulla.

La televisione con lo schermo al plasma coperto di pulviscolo, che a una certa ora della sera cominciava a danzare sollecitato dagli ultimi raggi di sole che entravano dalla finestra. Quella televisione a cui si era aggrappato disperato, per convincersi che il tempo e lo spazio scorressero ancora secondo una sequenza lineare e progressiva, salvo accorgersi che tutto ritornava inevitabilmente ad attorcigliarsi su se stesso.

La pianta di ficus, comprata all’Ikea, sua unica compagnia cui aveva confessato cose che non aveva mai raccontato nemmeno a se stesso. Il tavolo da pranzo, una montagna di oggetti inutili, prossimi alla putrefazione, o alla fusione in qualcosa di nuovo e diverso, sulla cui cima svettava lercio il portatile: lo strumento primordiale grazie al quale era sopravvissuto per tutti quei giorni.
Il cucinotto all’angolo, che aveva orami smesso di pulire e sistemare da tempo immemore, confuso e torbido come i suoi pensieri, specchio della sua anima.


Rimase in piedi a guardarsi intorno con aria attonita, trattenne un singhiozzo. – È finita la quarantena – ribadì la voce nella sua testa. Poi finalmente proruppe in un lungo pianto liberatorio. Si accasciò sulle ginocchia tra gemiti e singulti, le mani nei capelli, la bava alla bocca.

Si rialzò, e con pochi movimenti controllati si diresse verso il bagno. Faticava a muoversi, i muscoli anchilosati, i fasci nervosi accavallati. Entrò, chiuse gli occhi, si mise davanti allo specchio, inspirò profondo e li riaprì. Quello che vide non lo spaventò, non lo preoccupò neppure. Era pronto.

Riflesso dallo specchio, abominevole nelle sue moltiplicazioni infinite di spazio e tempo, apparve un volto bianchiccio e scavato, deturpato, ricoperto ovunque di peluria. Il suo, senza ombra di dubbio. Gli occhi iniettati di rosso, i denti gialli. Eppure era vivo. – Eppure sei vivo – gli disse quella faccia segnata.

Dopo essersi scrutato a lungo, con estrema calma si spostò al cucinotto, aprì un cassetto e prese un paio di forbici. Di nuovo in bagno, di nuovo davanti allo specchio, cominciò a tagliare barba e capelli, cercando di riottenere un aspetto dignitoso. Si lavò a lungo il viso insaponandolo a più riprese, quindi passò ai denti, strofinando lo spazzolino fino a lasciarsi sanguinare le gengive. Si spruzzò sul collo qualcosa contenuto in una boccetta che languiva sul mobiletto da una quaresima. Si rimirò per l’ultima volta e infine considerò che faceva ancora schifo, proprio come prima. – Eppure sei vivo – gli ricordò quella faccia segnata.


Tornò nell’altra stanza, scavalcò i cartoni delle consegne degli acquisti effettuati on-line, evitò i resti di un bicchiere rotto e una pozzanghera appiccicosa dai colori quasi luminescenti. Si diresse all’armadio. E lì, ebbe il primo attacco di panico. Un nodo gli si strinse in gola, una sensazione di vuoto improvviso lo paralizzò.

Si diede un buffetto per scuotersi e si disse che doveva vestirsi, togliersi di dosso quella tuta acetata sudicia e ormai incrostata alla sua pelle. Doveva indossare qualcosa di decente, infilarsi un paio di scarpe anche se, dopo tutto quel tempo, gli avrebbero tormentato i piedi. Però non ci riuscì.

Si appoggiò all’armadio e rimase fermo per qualche istante. La stanza tutt’intorno a lui girava in maniera vorticosa. Decise di tornare al divano-letto e sedersi sul bordo, cercando di inspirare ed espirare con regolarità. Abbassò la testa sul mento. Pianse. Rimase così a lungo.


– È finita la quarantena – le parole gli rimbombarono nel cervello. è finita la quarantena, vide la frase scritta a caratteri cubitali davanti a suoi occhi, erano lettere vermiglie e luminose.

Sollevò il capo, riacquistò il ritmo regolare del respiro, provò a pensare a qualcosa di bello: un cielo terso, un prato verde e profumato, un refolo di vento tiepido.

Andò alla finestra, si sporse e vide cumuli di spazzatura ammassati nelle strade, un fiume putrido in cui galleggiavano oggetti di ogni tipo. Vide un continuo e incessante movimento di corpi scandito da ritmi incalzanti. Vide esseri umani che correvano dappertutto, in maniera forsennata e senza un apparente scopo. – Uomini e donne a obsolescenza programmata, come la merce ospitata dagli enormi centri commerciali nelle periferie della città – gli disse la voce nella sua testa. Distolse lo sguardo da quell’affaccio e lo rivolse di nuovo all’interno del suo appartamento.

Con molta calma, misurando i passi, la flessione dei muscoli, il fluire del sangue nelle vene, si diresse all’armadio. Aprì le ante bianche di quel mobile dozzinale e, con disarmante fatica, si spogliò della sua tuta acetata e indossò degli abiti puliti. Si passò una mano tra i capelli, per ravvivarli.

Attraversò di nuovo la stanza. I suoi scompensi interiori avevano assunto una rappresentazione plastica e concreta di ciò che aveva intorno a sé. Lo schifo: ovunque. L’abbrutimento dell’anima e del corpo. La perdita di ogni minima consapevolezza della dignità umana, sempre che gli umani l’avessero mai avuta una dignità, considerò.

Da sotto il cumulo di oggetti ammucchiati sul tavolo principale e divenuti obsolescenti, estrasse il telefonino. Aveva ancora il 12% di batteria, lo infilò in tasca. Indossò un paio di scarpe, si sforzò di reprimere i capricci dei piedi ormai recalcitranti ad abbandonare le ciabatte, e si avviò verso l’ingresso Arrivato davanti alla porta, cominciò a inspirare ed espirare, profondo. Un brivido istantaneo gli percorse la colonna vertebrale. Forse non era pronto, – ma di sicuro sei vivo – lo rimproverò la voce.

Era finita la quarantena. Era finita, poteva finalmente uscire.

Poggiò la mano sulla maniglia ma interruppe il gesto quando sentì una vibrazione provenire dalla tasca. Estrasse il telefonino, guardò lo schermo unto e si accorse della notifica di un quotidiano nazionale. A Wuhan, una provincia della Cina centrale, si era diffuso un terribile virus, e c’era il rischio che si diffondesse una pandemia nell’intero Paese. Era il 20 gennaio 2020. Fanculo i cinesi, pensò. Aprì la porta e uscì di casa.
#quarantena

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