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TREDICESIMO-PIANO


Thu, February 27, 2020

LA FINANZA DEL VIRUS

Philip Wade ha sessant’anni, una cattedra di Storia contemporanea al “Birkbeck” College di Londra, il celebre istituto di ricerca di Eric Hobsbawm, e ha vissuto molte vite. Figlio della working class di Liverpool, studente di letteratura a Oxford, allievo di Federico Caffè a Roma, oggi è incline alla malinconia: sogna ancora un mondo animato dai lumi della ragione e dai principi di uguaglianza. Sogna. Siamo tornati a trovarlo per parlare delle prime evidenti ripercussioni del Coronavirus sugli assetti della globalizzazione e i relativi tentativi di tamponare questa emergenza, tra sintomatici risvolti e ataviche contraddizioni.

Siamo tornati dal professor Wade – protagonista de La fine del tempo, l’ultimo libro di Guido Maria Brera edito da La nave di Teseo – per parlare delle prime evidenti ripercussioni del Coronavirus sugli assetti della globalizzazione e dei relativi tentativi di tamponare questa emergenza, tra sintomatici risvolti e ataviche contraddizioni.


Professore, come sta evolvendo la situazione?
Direi che siamo entrati nella seconda fase, ora si può parlare di “economia del virus”. L’atto costitutivo è stato la diffusione in Italia e in Corea del Sud, il contagio si è espanso e gli esiti ora rimangono un’incognita. Nel frattempo il Capitale sta preparando una controffensiva per fronteggiare l’emergenza.


In che modo?
La prima misura sarà di carattere monetario: inondare ancora il sistema di liquidità, spingere i tassi sotto zero e mitigare i danni per tutti coloro che sono indebitati e rischiano di fallire in mancanza di ricavi. La leva monetaria del resto è diventata il presunto rimedio a tutti i mali. Stavolta, però, c’è un rischio enorme: il virus è in qualche modo “inflattivo” perché mina le classiche filiere produttive, disarticola la catena di montaggio planetaria, fa lievitare i costi di trasporto, oltre a provocare scarsità nelle eccedenze che non sono più in grado di compensarsi in maniera naturale. Quindi incombe un grave rischio di stagflazione, ossia depressione economica e deriva inflattiva.

La seconda misura sarà fiscale, ma è senza dubbio molto più complessa perché ogni Paese utilizzerà la leva in modo differente: per l’Europa – ancora sulla scia dell’austerity – sarà più complicato, mentre Cina e Stati Uniti avranno maggiore libertà nell’intervenire sulla spesa pubblica, senza vincoli autoimposti.


Quindi in Europa si assisterà a maggiori complicazioni politiche?
Sì, il richiamo alla flessibilità fiscale potrebbe creare seri problemi, soprattutto se la situazione verrà affrontata in maniera disorganica dai diversi Paesi membri dell’UE. Nel caso in cui la crisi – dettata dallo stato d’emergenza sanitaria – si dovesse rivelare profonda e duratura, sarebbe a rischio anche la moneta unica in quanto percepita come ingombrante vincolo alla libertà di predisporre misure economiche d’emergenza all’interno dei propri confini nazionali.


Però è una situazione critica transitoria, non crede?
Certo, ma non siamo ancora in grado di prevedere l’entità dei danni potenziali, così come sono ancora sconosciuti gli effetti del virus sul lungo termine. Il frangente italiano è emblematico: i focolai sono scoppiati all’improvviso e più i controlli vengono effettuati, più i casi si moltiplicano. Il Coronavirus sembra avere mille volti e imperversa anche in assenza di sintomi. Purtroppo il paragone più calzante è quello di un nemico invisibile, difficile da localizzare ancor prima di combatterlo.

Ma se lo stato d’emergenza è destinato a propagarsi in tutto il mondo, allora le misure dovranno riguardare tutti i continenti e, forse, ogni Paese sarà interessato a cooperare per il ripristino di un equilibrio globale. Giusto?
Sarebbe bello ma non è così, perché il processo di diffusione è asimmetrico e sta causando squilibri continui e imprevedibili che ostacoleranno la circolazione di persone e merci aumentando la tendenza a chiudere le frontiere e soprattutto fomentando ancora di più il revival delle tentazioni autarchiche e sovraniste.


Professor Wade, si può parlare di “finanza del virus”?
In effetti è una formulazione sensata. I mercati si muoveranno al ribasso con enormi rotazioni settoriali: molti grandi investitori ne sapranno trarne vantaggio, mentre i piccoli rischieranno di essere spazzati via. Il virus non sarà un equalizzatore, al contrario esacerberà le diseguaglianze. La tipica “V” dei grafici, in cui l’angolo in basso indica il culmine della crisi, potrebbe trasformarsi in una gigantesca punta acuminata.


D’accordo, per i mercati. Ma la vita reale delle persone?
Purtroppo gli sbandamenti dei mercati si ripercuoteranno proprio sulla vita delle gente. Nonostante il virus (ovviamente) non abbia una coscienza politica, i suoi effetti colpiranno le classi meno abbienti e più deboli: coloro che vivono in piccole località meno attrezzate o che, nelle grandi metropoli, avranno a che fare con i servizi pubblici – quali la sanità e i trasporti – congestionati, i supermercati presi d’assalto e l’atmosfera sociale minata dalle crescenti psicosi e isterie collettive.
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