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RECENSIONE


Tue, October 27, 2020

DIETRO L’IPOCRISIA DEL “PROCESSO AI CHICAGO 7”

“The Trial of the Chicago 7”, scritto e diretto da Aaron Sorkin, racconta il processo istruito in seguito ai riot di Chicago del ‘68, epilogo violento di un’imponente mobilitazione di piazza. Ma le scelte autoriali del regista, tarate sull’ottimismo dell’ultimo mandato Obama, nell’odierno 2020 targato Black Lives Matter risultano drammaticamente fuori fuoco.

- Excuse me, sir. Could you please keep your voices down? This is a family restaurant.
- Oh, please! Dear, for your information, the Supreme Court has roundly rejected prior restraint.
- Come on. Walter, this is not a First Amendment thing, man.
- Sir, if you don't calm down, I'm gonna have to ask you to leave.
- Lady, I got buddies who died face down in the muck so that you and I can enjoy this family restaurant!

The Big Lebowski, 1998


Il processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7), scritto e diretto da Aaron Sorkin, è uscito su Netflix lo scorso 16 ottobre. Racconta il processo istruito in seguito ai riot di Chicago del 1968, epilogo violento di un’imponente mobilitazione di piazza organizzata da vari comitati contro la guerra in Vietnam durante la convention nazionale dei Democrats.

Ritenuti responsabili degli scontri con le forze di polizia cittadine – oltre 500 feriti – finiscono sul banco degli imputati sette rappresentanti dei movimenti di protesta: gli hippie Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Jerry Rubin (Jeremy Strong); Tom Hayden (Eddie Redmayne) e Rennie Davis (Alex Sharp) di Students for a Democratic Society; l’obiettore di coscienza David Dellinger (John Carroll Lynch); gli attivisti Lee Weiner (Noah Robbins) e John Froines (Daniel Flaherty); e il co-fondatore delle Black Panthers Bobby Seale (Yahya Abdul-Mateen II).
Sono tutti difesi dall’avvocato William Kunstler (Mark Rylance) a eccezione di Seale, il cui legale è assente e a cui il giudice Julius Hoffman (Frank Langella) impedisce di difendersi da sé.

La pellicola ripercorre fatti noti all’opinione pubblica statunitense, già al centro di diversi adattamenti cinematografici e teatrali. Ma pur ambientato più di cinquant’anni fa, a meno di tre settimane dalle presidenziali statunitensi l’ultima opera di Sorkin (già sceneggiatore di serie di culto come The West Wing e The Newsroom) doveva essere il film giusto al momento giusto.

Eppure non si tratta di una pellicola pensata per l’annus horribilis 2020.
Steven Spielberg coinvolge Sorkin nel progetto già nel 2006, adocchiando un’uscita strategica a ridosso delle elezioni del 2008.

Il piano salta anche a causa dello sciopero degli sceneggiatori di Hollywood del 2007. Slitta inizialmente al 2013 ma problemi di budget ne prolungano ulteriormente la gestazione, mancando l’appuntamento con le politiche del 2016.

A metà 2018 è ancora Spielberg a ritirare fuori dal cassetto la sceneggiatura di Sorkin, cui verrà anche data la regia. A fine 2019, a un anno dal 3 novembre 2020, si inizia a girare.

Nonostante 12 anni di ritardo sulla tabella di marcia, rimane intatta l’aspirazione originale del progetto: portare sul grande schermo una parabola virtuosa del dissenso, mostrare che, contro ogni apparenza, il cambiamento non è solo possibile, ma è letteralmente già successo.

Il film esemplifica alla perfezione lo stile narrativo di Sorkin: dialoghi serratissimi e brillanti, predilezione per gli ambienti chiusi – tribunale, uffici, quartier generale dei manifestanti, pub – e uso ricorrente di monologhi solenni, a tratti un po’ forzati.

Grazie al cast di primordine, dove Sacha Baron Cohen svetta gestendo magistralmente lo spettro emotivo di Abbie Hoffman, il costante alternarsi di duelli retorici tra i vari personaggi animati da Sorkin tiene alta la tensione dell’intera vicenda. È un altro tratto distintivo delle sceneggiature di Sorkin, capaci di infondere ritmo e dinamismo a contesti di per sé stantii, imponendo una recitazione in apnea e scambi di battute da finale olimpica di ping pong.

La gamma di personaggi messi in scena in The Trial of the Chicago 7 spazia dal romantico sognatore Rubin al ripugnante giudice Hoffman, ma sono tutti permutazioni dell’archetipo di Sorkin: uomini sgargianti dalla perenne battuta pronta.

Come il regista piega l’intero genere umano alla propria repulsione dell’horror vacui, così opera anche nella rilettura ex post di un passaggio storico cruciale per i movimenti dal basso statunitensi.

Lo sguardo dello sceneggiatore-regista accompagna lo spettatore lungo una traiettoria non nuova nell’auto-racconto che il «progressismo hollywoodiano» è solito fare della società statunitense. Pur presentando le storture di una giustizia americana asservita alle pulsioni reazionarie della Casa Bianca, Sorkin non si scosta dal mito neoliberal del «marketplace of ideas»: il sistema sarà pure corrotto, il mazzo truccato, ma alla fine le idee migliori – o meglio, le idee «giuste» - saranno così lampanti da superare ogni ostacolo, ristabilendo ordine e verità.

Per dimostrare la propria tesi, derivata da una fede religiosa nel funzionamento delle istituzioni lasciate dai Padri Fondatori, Sorkin non solo illumina passaggi del processo a lui convenienti, ma si spinge fino a riscrivere o inventare di sana pianta alcune delle scene chiave del film.

Ad esempio, il leader delle Black Panther Bobby Seale non viene legato e soffocato in aula per alcuni minuti, ma – come racconta nella sua autobiografia Seize the Time – per ben tre giorni consecutivi.
Ma soprattutto, la scena finale in cui Tom Hayden – tra violini e luccichii di scena – declama i quasi cinquemila nomi di soldati americani uccisi in Vietnam durante la sentenza di colpevolezza comminata dal giudice Hoffman, è totalmente frutto dell’immaginazione di Sorkin.

Anne Cohen, nella sua ottima recensione del film pubblicata su Refinery29, scrive: «[…] mentre Sorkin ha completamente diritto alla licenza creativa, è strano che scelga di non mostrare ciò che realmente successe quel giorno: gli imputati bianchi che usano le loro rispettive dichiarazioni alla Corte per denunciare il razzismo del sistema giuridico degli Usa. “Sono contento abbiamo smascherato il sistema della giustizia perché in milioni di tribunali in tutto il Paese i Neri vengono spediti dalle strade al carcere e nessuno ne sa nulla” disse all’epoca Rubin nella sua dichiarazione. “Sono uomini dimenticati. Non ci sono frotte di giornalisti seduti a guardare. Non gli interessa. Vedete cosa abbiamo fatto? Lo abbiamo smascherato”».

Le scelte autoriali di Sorkin, tarate sull’ottimismo dell’ultimo mandato Obama, nel 2020 targato Black Lives Matter risultano drammaticamente fuori fuoco.

Cancellando dalla trama e dalla messinscena la denuncia (realmente avvenuta durante il processo) della sistematica discriminazione subita dalla comunità Black, Sorkin posiziona la sua pellicola nel campo di un «progressismo di centro» caro all’ala “responsabile” dei dem.

Rimuove istanze di conflitto deflagrate in tutta la loro urgenza in questi mesi di proteste di piazza, predicando per contro una morale unificatrice e pacificatrice tessuta intorno al patriottismo «senza se e senza ma» cui dovrebbe tendere ogni cittadino americano: la «decency» del boy-scout Hayden che vince sull’istrionismo hippie, l’esaltazione del sacrificio delle forze armate statunitensi impegnate nell’ingiusto conflitto in Vietnam come argomento conclusivo di ogni conflitto interno.

Mentre scorrono i titoli di coda accompagnati dall’enfasi degli archi, il messaggio di speranza di Sorkin trova l’apoteosi: gli imputati saranno scagionati, la verità è ristabilita, la lotta ha pagato, l’America «non è il più grande Paese al mondo, ma può esserlo».

Chiudiamo Netflix e siamo nel 2020.
Per 52 anni la polizia ha continuato a picchiare e uccidere, impunita. La giustizia ha continuato a chiudere un occhio. La comunità Black continua a non riuscire a respirare.
Tutt'intorno, non si sentono violini.
#the trial of the chicago 7#aaron sorkin#black lives matter#bobby seale

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