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Thu, October 8, 2020

ALL’ALBA DELLE ELEZIONI USA, IL BLACK LIVES MATTER È SPARITO DAI RADAR DEI MEDIA

A poche settimane dal voto per le presidenziali statunitensi, le istanze radicali e conflittuali sostenute dal movimento Black Lives Matter sono completamente sparite dal discorso pubblico americano.

All’alba dal voto per le presidenziali statunitensi, il Black Lives Matter sembra sparito dai radar mediatici.

Esito in una certa misura fisiologico, tra emergenza Covid-19 e impossibilità di stare al passo con un ciclo di news dopato dagli steroidi dei social media. Ma, soprattutto, esito segnato dalle scelte editoriali operate dalla stampa mainstream: l’unica, nonostante la potenza di fuoco dei social network a disposizione degli attivisti grassroots, in grado di influenzare significativamente l’agenda della politica nazionale.

Sono stati mesi di frenesia mediatica per i movimenti popolari esplosi in seguito all’assassinio di George Floyd alla fine di maggio. Le manifestazioni, in larga parte pacifiche, hanno esercitato un’attrazione magnetica irresistibile sul settore dell’infotainment americano, offrendo lo spettacolo coinvolgente di centinaia di migliaia di manifestanti pacifici schierati contro le derive fascio-sovraniste della destra trumpiana e lo strapotere impunito delle forze di polizia.

La stampa e l’opinione pubblica americana – entrambe a maggioranza bianca – non hanno esitato a sostenere chi, dalla comunità Black, insisteva nel chiedere pacificamente, educatamente e rispettosamente che le «Black Lives» iniziassero davvero a contare.

A metà giugno, i sondaggi davano il sostegno popolare a Black Lives Matter ben oltre il 65%, risultato inedito per il movimento nato nel 2013 dopo l’assassino del 17enne Trayvon Martin per mano di George Zimmerman, agente di polizia della Florida. Assolto.
Tre mesi dopo, il Pew Research Center stimava un calo di dieci punti percentuali, rilevato principalmente nel segmento degli adulti bianchi.

In mezzo, l’opinione pubblica mondiale è stata bombardata d’immagini disturbanti: la centrale di polizia di Minneapolis in fiamme, gli scontri di Portland e Seattle, le razzie dei distretti commerciali di New York e Chicago, la guerriglia di Kenosha.

Tra l’elettorato bianco dilaga la paura, amplificata dagli scenari apocalittici restituiti dalla convention dei repubblicani di Charlotte, North Carolina. Dai social network ai canali all-news statunitensi, a fine agosto rimbalzavano nell’etere parole d’ordine di terrore: «mob rule», anarchia, terroristi antifa, la distruzione arriverà anche «nei vostri sobborghi».

Concetti che l’opinione pubblica è abituata ad associare a realtà distanti ed esotiche - le gole aride dell’Afghanistan rastrellate dai Taliban, la Siria martoriata dall’Isis, le dittature militari sudamericane – ma che ora, dice la TV, sono arrivate anche qui, a casa nostra.

Esaurito l’idillio con Black Lives Matter e riscoperto il sacro fuoco della realpolitik con la conferma della candidatura centrista di Joe Biden, gli ambienti white liberal mainstream hanno cominciato a raddrizzare il tiro.

Un editoriale della redazione del «Washington Post», a pochi giorni dal duplice omicidio di Kenosha da parte del «vigilante» bianco Kyle Rittenhouse (17 anni), titola: «I riots e i vigilantes violenti devono essere entrambi condannati».

È il teorema degli «opposti estremismi». La violenza contro le cose e i simboli dell’iniquità del sistema capitalistico statunitense dei manifestanti e la violenza contro le persone dei patrioti bianchi, difensori armati dell’America e della loro «roba», sono derive antidemocratiche uguali e contrarie, e in egual misura da condannare.

«Non c’è alcuna scusa o giustificazione per questo tipo di bolgia che ha seguito le proteste pacifiche di Kenosha portando a risse, saccheggi, incendi e altre distruzioni di attività ed edifici», si legge. «Questa inutile violenza – che sfortunatamente ha accompagnato le proteste in altre città quest’estate mentre il Paese era afflitto dall’omicidio di George Floyd – mina e non aiuta alcuna causa. Deve essere inequivocabilmente condannata».

All’«average Joe» sui cui si tara la comunicazione politica e mediatica statunitense, le vetrine infrante, i saccheggi e gli scontri con la polizia non solo sembrano «inutili» e controproducenti, ma soprattutto opportunisti. Azioni da vigliacchi. Espressione naturale della «banalità del male» di un sottoproletariato non-white che Joe non conosce, ma ha imparato a temere.

Viene applicata, insomma, una sintesi sociopolitica da action-movie hollywoodiano. Una “reductio ad Alfred”, che presentando a uno scosso Bruce Wayne un aneddoto esotico dei bei vecchi tempi andati in Myanmar – «io e alcuni amici lavoravamo per il governo locale» – conclude: «Alcuni uomini vogliono solo vedere il mondo bruciare».
Come in tutte le democrazie occidentali fondate sulla professione di fede del processo democratico – meccanismo che garantisce il diritto al dissenso pacifico e l’impegno, da parte dei governanti, di affrontare le istanze della protesta seguendo il corretto iter burocratico –, anche in Usa le istanze radicali che animano i movimenti dal basso confluiti in Black Lives Matter stanno passando in subordine, superate dall’indignazione liberal per le modalità di alcuni manifestanti «brutti, sporchi e cattivi».

E la stampa liberal, senza sorpresa, al posto che indagare le ragioni della violenza contro le cose, rincorrendo il climax verso la redde rationem Trump vs Biden diventa il luogo della rimozione del conflitto.

Qualcuno, in questa gara di ragionamenti al ribasso, aveva tentato di portare all’attenzione del pubblico un briciolo di complessità.

Lo ha fatto nel mese di giugno la scrittrice Kimberly Jones, spiegando chiaramente in un video di poco più di 6 minuti le ragioni e le origini dell’esplosione di violenza ad Atlanta, incoraggiando i commentatori a concentrarsi meno sul «come» e più sul «perché» delle proteste.

Alcuni stralci del video – ripresi, tra gli altri, dai comici e conduttori Trevor Noah e John Oliver – sono subito diventati virali, diffondendo a macchia d’olio concetti di ingiustizia strutturale e disparità finanziaria.

Concetti, oggi, totalmente rimossi dal discorso pubblico, ormai appiattito sulla propaganda di Trump dell’Armageddon Socialista e la risposta moderata e rassicurante di Biden.

Più recentemente ci ha provato anche la National Public Radio (NPR) intervistando la scrittrice Vicky Osterweil, autrice del volume In difesa dei saccheggi.

Osterweil offre un’analisi ragionata dei riots e dei saccheggi negli Stati Uniti, inserendoli in una cornice di discriminazione sistematica che continua ad abbattersi sulla comunità non-white, seguendo una linea ininterrotta che parte dalle piantagioni di cotone del sud per attraversare i quartieri dormitorio delle periferie.

Quando le viene chiesto di spiegare perché ritiene che progressisti e liberali generalmente sono contro i saccheggi, Osterweil risponde: «I saccheggi mandano la gente fuori di matto. Ma in termini di crimini che potenzialmente la gente può commettere contro lo Stato, sono in pratica non-violenti. Sono dei taccheggi di massa. La maggior parte dei negozi sono assicurati; vanno solo a colpire le compagnie assicurative, in qualche modo. È solo denaro. È solo proprietà. Non stanno effettivamente facendo del male a nessuno».

La problematizzazione della violenza contro le cose offerta da Osterweil diventa immediatamente carne da macello per la stampa mainstream.

Il 31 agosto, nella sezione Opinioni del «New York Times», appare un commento di Bret Stephens all’intervista pubblicata da NPR. La tesi: i progressisti, nel dare voce alla sinistra radicale, si stanno dando la zappa sui piedi.

Segue una serie di domande retoriche: «Può la sinistra essere onesta e ammettere che le tragedie che si stanno svolgendo oggi in America sono il frutto sia dell’insufficienza della polizia sia degli abusi della polizia? Lo capisce che “law and order” è una precondizione della libertà civile, e non un ostacolo? Vuole dire che i fondatori Americani che ci hanno lasciato in eredità le istituzioni della democrazia liberale dovrebbero essere onorati e non disprezzati? E ha Joe Biden il coraggio di opporsi agli estremismi del suo partito, o ha intenzione di assecondarli?».

La risposta di Biden arriva all’inizio di ottobre, durante il primo dibattito presidenziale.

Nell’unica domanda con riferimento diretto a Black Lives Matter, a proposito della campagna «defund the police», il candidato dem dice: «[…] io sono a favore della polizia che ha l’opportunità di occuparsi dei problemi che affronta. E sono totalmente contrario a de-finanziare gli uffici di polizia. […] Hanno bisogno di più assistenza. Quando si presentano dopo una chiamata al 911, hanno bisogno di qualcuno con loro, uno psicologo o uno psichiatra, che gli eviti di usare la forza e gli permetta di calmare la gente a voce. Dobbiamo tornare alla polizia di quartiere di una volta, quando gli agenti conoscevano la gente del quartiere. Allora il crimine era diminuito. Non era aumentato, era diminuito».

Questo, assieme a vaghe promesse di affrontare le «racial inequialities» del mercato del lavoro americano, è quello che offre il progressismo statunitense a centinaia di migliaia di manifestanti, protagonisti della mobilitazione di massa più imponente della storia degli Stati Uniti.

Lo scenario sul medio termine non sembra indicare l’inizio di un processo, a lungo rimandato, verso la soluzione del conflitto; bensì, nell’eventualità di una vittoria di Biden a novembre, l’alba di una nuova stagione dell’inganno: rimuovere Trump dalla Casa Bianca e rimuovere il conflitto dalle strade.
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