La necessità
di affrontare
la memoria

Il recente passato del Libano è segnato dalla guerra civile che ha devastato il paese dal 1975 al 1990, trascinandosi fino ad oggi. Nel garage dove Tony lavora come meccanico riecheggia da una televisione la voce di Bashir Gemayel, che durante la guerra fu capo delle Falangi Libanesi, partito cristiano, nazionalista e conservatore, poi presidente solo per pochi giorni nell’82, prima di essere ucciso da un attentato. Il celebre discorso pronunciato da Gemayel, che Tony ripete a mezza bocca, afferma che i palestinesi non sono i benvenuti in Libano. Yasser invece vive nel campo profughi palestinese della città, possiede un documento da rifugiato. Con tali premesse è inevitabile che il loro scontro si trasformi in breve tempo in un affare di stato, che si consumerà, oltre che nell’aula di tribunale dove Tony trascinerà Yasser, nelle strade di Beirut, tra la gente schierata o dalla parte del primo, o del secondo, a seconda di quello che i due rappresentano socialmente. L’insulto è uno di quei film votati a questionare la realtà in cui si collocano. Da un episodio particolare il campo visivo indietreggia per poter cogliere una visione più vasta, operazione compiuta anche dalla macchina da presa, che dai primi piani ravvicinati dei protagonisti passa a scene di guerra urbana e a riprese aeree di Beirut. La cinepresa sorvola palazzi affastellati l’uno sull’altro che portano i segni di una ricostruzione troppo frettolosa, la cui approssimazione sembra materializzare nelle sbrigative colate di cemento la mancata elaborazione della memoria storica della città e del paese. Ma la capacità registica è anche quella di rendere credibile un film procedurale in stile americano – la traduzione letterale del titolo arabo è “Caso numero 23” – in un tribunale del Medio Oriente, in cui le due fazioni si affrontano con arringhe che ribaltano di volta in volta il punto di vista dei giudici e quindi dello spettatore. L’insulto è prima di tutto un eccellente lavoro di scrittura, la cui sceneggiatura, scritta a quattro mani dal regista e da Joelle Touma, è in grado di rendere credibili gli sviluppi del processo e allo stesso tempo di ripercorrere in modo efficace e mai troppo didascalico alcuni fatti della recente storia libanese, dimenticati o quasi in Europa. In primo luogo la strage di Damour, nel ’76, che causò la morte di quasi tutti gli abitanti cristiano-maroniti di un villaggio vicino Beirut in seguito a un’operazione militare palestinese, e il Massacro di Sabra e Shatila dell’82, in cui persero la vita centinaia di civili palestinesi per mano delle Falangi Libanesi con la complicità delle forze israeliane.

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Il calcio
al tempo
del Var

Portare la telecamera al centro della scena. In area di rigore. Dziga Vertov invade il campo da calcio. La macchina da strumento invisibile, con la funzione di raccordare tra loro le diverse scene e di trasportarle in un’unità continuativa di spazio e tempo, diventa protagonista. Attore principale, sul terreno di gioco, di una nuova narrazione che si frantuma e moltiplica. Rompendo lo spazio e il tempo. Benvenuti a una partita di calcio al tempo del Var. Funziona? Non funziona? Non è tempo per noi, per decidere queste cose. Di sicuro il Var – Video Assistant Referee – non è la moviola in campo agognata da Aldo Biscardi quando altre trasmissioni, supposte più serie e rigorose, gli hanno sottratto le chiacchiere sovrapposte e il caos organizzato, costringendolo alla battaglia di retroguardia per l’avanguardia. La moviola in campo, appunto. Il Var non è chiamato a dirimere ogni tipo di azione dubbia, incerta. Non interviene ogni cinque minuti. Non si occupa di fuorigioco (a meno che non porti a segnare un gol), cartellini gialli, calci d’angolo. È uno strumento limitato ad alcuni fasi di gioco. Interviene su richiesta dell’umano, le sue immagini proposte sono soggette a giudizio umano. Alla fine decide sempre un arbitro. Il Var non è infallibile. A volte funziona. A volte non funziona. Esempio Numero 1: Sardegna Arena, poco fuori Cagliari. Cagliari-Juventus. L’arbitro Calvarese di Teramo sceglie di non avvalersi del Var in due episodi dubbi a favore della Juventus. A un quarto d’ora dalla fine, sull’evidente fallo di Benatia su Pavoletti, azione da cui oltretutto parte il contropiede che porta la squadra bianconera a segnare il gol partita. Neanche cinque minuti dopo, sul chiaro fallo di mano di Bernardeschi in area. Qui, il direttore di gara si confronta solo verbalmente con l’arbitro Banti, incaricato del Var, ma non ritiene opportuno recarsi a osservare le immagini sullo schermo: il mani sarebbe stato troppo palese, costringendolo a fischiare il rigore. Ecco trovato l’escamotage, l’umano si sottrare alla macchina, al massimo consulta l’umano che guarda la macchina. La consultazione è mediata, il verdetto può essere imperfetto. Non c’è nulla da fare. La tecnologia non salverà il mondo fino a quando sarà gestita dall’umano. Il Var non porta quindi giustizia per sé, non può. Cerca di diminuire il numero di errori possibili, si pone come coscienza pulita a ricordare al direttore di gara che c’è la possibilità di un’immagine. Non è l’Es, non può essere il Super-Io.

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Dark data. Viaggio nella cyborg finanza – pt. 11

Tu-Tum. Tu-tum. Veloce. Sempre più veloce. È l’elettrocardiogramma finanziario del mondo. Decine di mini-flash crash accadono ormai ogni giorno. Pochi istanti, frazioni di secondo, ed enormi volumi di azioni passano di mano. I prezzi oscillano, si deformano, e poi si riassestano. Un’aritmia p…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Usa-Pakistan,
Trump mina
l'alleanza

Dopo mesi di minacce poco velate nei confronti di Islamabad, accusata di «aiutare e proteggere le stesse organizzazioni terroristiche cui stiamo dando la caccia in Afghanistan», il primo gennaio, attraverso il suo canale diplomatico preferito – Twitter – Donald Trump ha sganciato l’ultimatum. «Gli Stati Uniti hanno stupidamente dato al Pakistan oltre 33 miliardi di dollari in aiuti negli ultimi 15 anni, ricevendo in cambio nient’altro che menzogne e inganni: pensano che i nostri leader siano degli sciocchi. Proteggono gli stessi terroristi cui noi diamo la caccia in Afghanistan. Ora basta!» ha twittato Trump poco prima che la Casa Bianca annunciasse la sospensione – a tempo indeterminato – dell’ultima tranche di fondi per la sicurezza garantita da Washington a Islamabad perché la guerra al terrore continuasse sotto l’egida americana. La cifra reale dovrebbe ammontare a 1,3 miliardi di dollari, tra rimborsi per le attività antiterrorismo che impiega l’esercito pachistano in Waziristan e i “buoni acquisto” elargiti per fare rifornimenti bellici da compagnie statunitensi. Con una posa paternalistica tutt’altro che diplomatica, gli Stati Uniti hanno chiarito che la linea di credito sarà riaperta quando il Pakistan dimostrerà di prendere la propria missione antiterrorismo seriamente. Presa in contropiede, la caotica leadership pachistana ha reagito rispedendo le accuse al mittente, col ministro degli esteri Khawaja Asif a guidare la carica di dichiarazioni contro il tradimento di Washington. «Non abbiamo più alcuna alleanza [con gli Usa]. Non è così che si comportano gli alleati» ha spiegato Asif al «Wall Street Journal», descrivendo come un “terribile errore” la decisione presa nel 2001 da…

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La rivoluzione dell'aria

Il droide
senza
spigoli

Mentre il cinguettante robottino di proprietà del comandante Poe Dameron ruba scena e battute a R2d2, ostentando una cifra che è la medesima ma viziata da una ridondanza che lo depriva di ogni sfaccettatura genuinamente empatica, C1P8, uno dei “comprimari” più riusciti e risolutivi di tutte le saghe cinematografiche, viene ingenerosamente relegato in cantina, ammantato da un’aura museale e stantia, e spunta soltanto per pochi e struggenti attimi, impolverato e decadente, sull’isola scelta come esilio volontario da Luke Skywalker. In questo senso l’operazione degli sceneggiatori non è riducibile a un mero passaggio di testimone, alla designazione di una figura che sappia traghettare il nuovo. Presenta, invece, delle sottili e tendenziose misure da poter leggere alla stregua di un vero e proprio oltraggio per alcuni fan e, in generale, di una svolta sintomatica nei significanti della rappresentazione. I due droidi – C1P8 e BB8 –, pressoché identici nella forma mentis, risultano decisamente difformi dal punto di vista fisionomico. BB8 è rotondo come un Giotto, una forma rassicurante e priva di asperità. Il nuovo droide è scevro di spigoli: pertanto non può mai cadere, né tantomeno rialzarsi. Elemento che, ben lungi da una cavillosità del discorso, determina un vero e proprio scarto rispetto alla metafora di resistenza e ribellione contro lo status quo, personificate invece nel vecchio droide, non a caso il più amato del cinema per quella sua capacità di sintetizzare il tragicomico, non eludere le contraddizioni della vita, che è una battaglia.

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Corea del Sud:
le notti dei
Bitcoin Zombie

Durante l’ultima settimana dell’anno, l’ennesimo scossone al fenomeno Bitcoin è arrivato dall’Asia, precisamente dalla Corea del Sud. Giovedì 28 dicembre il governo di Seul, in un comunicato, ha annunciato un giro di vite imminente per le transazioni in Bitcoin e per l’apertura di conti per scambiare criptovalute. Secondo Korea Times, le nuove norme comprendono lo stop immediato dell’anonimato per i conti di Bitcoin, che dovranno essere abbinati a un conto corrente regolarmente aperto presso gli istituti bancari riconosciuti dallo stato. Oltre all’ipotesi di tassare i profitti conseguiti investendo in Bitcoin, le autorità potranno anche decretare la chiusura di un conto Bitcoin se si riscontrassero attività sospette come riciclaggio di denaro e acquisto di materiale illegale. L’annuncio, che di fatto snatura il carattere «anonimo e sovranazionale» tipico delle criptovalute, ha immediatamente avuto ripercussioni negative sul valore di mercato di Bitcoin, crollato di oltre 1000 dollari (pari all’11 per cento) fino ad attestarsi a 13.500 dollari per Bitcoin. Il giorno seguente, venerdì 29 dicembre, mentre la stampa internazionale era tornata a suonare le campane a morto per la più celebre delle criptovalute, Bitcoin rimbalzava chiudendo sopra i 14.000 dollari. Mentre investitori e analisti internazionali continuano a dividersi tra Bitcoin-entusiasti e profeti di sventura, lontano dalle speculazioni aritmetiche, in Corea del Sud, è già possibile testare con mano gli effetti sociali della Bitcoin-mania che si è abbattuta sul paese. Esiste già una certa letteratura giornalistica a proposito, in grado di alimentarsi di numeri impressionanti.

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Nero:
il colore dello sfruttamento

La logistica è quell’insieme di pratiche impiegate nel muovere le merci lungo tutto il pianeta, con una velocità sempre crescente. “Il sogno della logistica è un mondo dove la merce possa volare, dal luogo di produzione a quello dell’acquisto/consumo, alla stessa velocità istantanea con cui si muovono i flussi dei capitali finanziari”. Per farlo, tra software e algoritmi, è necessario mettere al lavoro i corpi del nuovo proletariato globale. L’industria 4.0, l’internet delle cose, estraggono ancora lavoro vivo dalla carne, dai muscoli, dai nervi e dalle sinapsi degli esseri umani. Non è finita la storia, non è finito il lavoro. Non ancora. Non è finito nemmeno lo sfruttamento, esternalizzato nelle “cooperative spurie”: società che attraverso escamotage diversi e variegati perseguono una serie di obiettivi illeciti, come l’evasione fiscale e contributiva, l’applicazione di contratti pirata, l’illecita somministrazione di mano d’opera e il caporalato. È il cono d’ombra del lavoro, ai tempi della peggior crisi del capitale, nel quale i mezzi d’informazione, i partiti e movimenti politici e i grandi sindacati non sanno o non vogliono fare luce. Parlare di cooperative è un vero e proprio depistaggio lessicale. La sorpresa viene proprio dall’identità dello sfruttatore: “Cooperative che mantengono arbitrariamente quella denominazione ormai solo formale, appoggiate dal consenso, dalla complicità attiva o dall’indifferenza di sindacati “ufficiali” di cui il tempo ha ingiallito il colore e deturpato le funzioni. Forze che non si vergognano di tradire clamorosamente la loro stessa storia”, scrive Valerio Evangelisti. Dal 2007 in Italia si è verificato un processo di deindustrializzazione senza precedenti, con la perdita di almeno il 13% del volume industriale. Contestualmente, dal 2007 al 2013, il settore della logistica ha conosciuto un aumento di valore del 5,6%, riflettendo il ruolo cruciale dell’Italia di ponte nei corridoi delle merci che attraversano Asia e Europa. La perdita di lavori sindacalizzati della “vecchia industria” ha acuito la precarizzazione, le misure di austerità e le riforme politiche del mercato del lavoro hanno fatto il resto, peggiorando la situazione. A questo si sono affiancati tutta una serie di leggi volte a criminalizzare i migranti e negare loro l’accesso ai diritti, rendendo questo esercito di forza lavoro di riserva ancora più ricattabile. Il settore della logistica in Italia non è solo manodopera migrante però. Questo è un altro falso mito che il discorso dominante utilizza per raccontare un paese che non esiste. Finché è l’uomo nero a essere sfruttato, non c’è problema, l’importante è che non si racconti che lo è anche l’uomo bianco, quello che ha votato per la negazione dei diritti altrui pensando così di salvarsi e di scaricare la crisi su chi sta peggio di lui. Invece si è fottuto con le sue mani. Oggi in Italia stiamo parlando di un milione e centomila addetti alla logistica…

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Blade Runner 2049

Trent’anni sono passati da quando Rick Deckard diede la caccia al replicante Roy Batty e ai suoi compagni. Trentacinque da quando uscì al cinema il film che ne narrava la storia. Un lasso di tempo molto lungo, forse, che rendeva ancora più azzardato il tentativo…

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