Dillinger
è
morto

Il reddito
come strumento
politico

Il reddito viene concepito come misura sempre subordinata all’obbligo del “lavoro”: questo è il primo elemento da sottolineare. Nella proposta dei 5 Stelle si fa notare con enfasi che il “reddito di cittadinanza” è una misura “condizionata”. Comporta, cioè, precisi obblighi per il destinatario, come l’iscrizione ai centri per l’impiego pubblici e la necessità di garantire un contributo di circa otto ore settimanali ai progetti sociali del Comune di residenza. I controlli sono affidati agli stessi centri, collegati telematicamente con i ministeri e con l’Agenzia delle Entrate. Come giustamente afferma Roberto Ciccarelli: “c’è una truffa lessicale che, tra l’altro, si è trasformato in un boomerang per questo movimento. Il reddito di cittadinanza va a tutti i residenti con la cittadinanza a vita. In questa forma è applicato solo in Alaska. Quello M5S è invece un reddito minimo condizionato dallo scambio con un lavoro”. Per il Pd di Renzi, ma anche per buona parte delle nuove formazioni a sinistra del Pd “Liberi e uguali” e “Potere al popolo”, il vero tema non è l’erogazione di un reddito di cittadinanza ma quella di un “lavoro di cittadinanza”. E infatti, l’introduzione del reddito di inclusione rispecchia tale orientamento. Nel caso del ReI, occorre anche ricordare che l’introduzione di una misura di contrasto alla povertà era atto dovuto (o meglio obbligato) all’Europa, dopo i numerosi richiami che la Commissione Europea aveva rivolto all’Italia e il conseguente rischio di sanzioni. Un vulnus, tra l’altro, difficilmente sostenibile per un governo che si professa europeista. Per ricapitolare velocemente, i requisiti economici per l’accesso alla misura del ReI (art. 3 comma 1 lett. b), prevedono che il nucleo familiare nella sua interezza presenti un reddito Isee non superiore a 6.000 euro lordi l’anno, con un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro e un patrimonio mobiliare non superiore ai 6.000 – accresciuta di 2.000 euro per ogni componente del nucleo familiare successivo al primo, fino a un massimo di 10.000 euro. Sono indicati ulteriori titoli relativi al possesso di automobili, imbarcazioni e motorini. Si tratta di una misura fortemente condizionata in senso familista e assistenziale: possono accedere solo i nuclei familiari che si trovano in una delle condizioni già previste per Sostegno di Inclusione Attiva e dunque hanno al proprio interno un minore di anni 18 o un disabile o un anziano di cui ci si fa carico o un disoccupato di oltre 55 anni, al momento privo di sostengo.

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Effetti del
Quantitative
easing

Si è consumato un secolo, breve, da quando John M. Keynes scrisse Le conseguenze economiche della pace, dove illustrava le durissime condizioni imposte alla Germania dopo la Grande Guerra del ‘15-‘18, anticipando profeticamente quello che sarebbe divenuto il baratro di Weimar e la tragedia che ne derivò. Anche in questi ultimi due lustri abbiamo avuto una guerra. Un nuovo conflitto planetario provocato da quattro cause. La globalizzazione ha innestato un mostruoso negoziato sul costo del lavoro, con conseguente delocalizzazione delle unità produttive in Paesi dove i lavoratori sono pagati pochissimo. L’arbitraggio fiscale con molte società, specie quelle tecnologiche, che hanno spostato sede e copyright nei paradisi fiscali. L’euro, in virtù della sua parziale realizzazione, ha creato l’egemonia della nazione mercantilista par excellence, la Germania, e la sofferenza della periferia europea avviluppata nella gabbia della moneta unica. In ultimo, la ritirata delle socialdemocrazie a favore delle banche, pronte a sostituirsi al welfare state nel soddisfacimento dei bisogni degli individui. La miscela di questi elementi si è rivelata esplosiva, e al pari di un vero e proprio conflitto ha creato vincitori e vinti: non tra gli Stati ma tra soggetti produttivi e tra classi sociali. A porre rimedio sono intervenuti i banchieri centrali: ultimo baluardo contro il caos. Questo era l’obiettivo della prima fase del Qe: stabilizzare. Il programma di acquisto delle banche centrali doveva agire attraverso tre canali. Ridurre i tassi di interessi governativi (consentendo agli stati sovrani un risparmio massiccio di spesa per gli interessi sul debito pubblico, e permettendo così di finanziare agevolmente piani di stimolo all’economia); stimolare i prestiti all’economia reale attraverso il canale creditizio (anche se solo poche gocce di quella liquidità sono poi finite davvero alle imprese o alle famiglie); e influenzare il tasso di cambio (l’espansione della massa monetaria indebolisce il tasso di cambio e favorisce le esportazioni, rendendo più costoso importare). Così arrivò l’autunno. La torrenziale pioggia di liquidità del Qe ingrossò a dismisura il mare dei mercati finanziari, riversando in quelle acque tempestose, dall’inizio del 2009 a oggi, ben 10.6 miliardi di dollari. La Federal Reserve americana ha immesso 3.6 miliardi, la Bank of Japan 3.5, la Banca Centrale Europea 3.1 miliardi di euro. Infine la Bank of England, “solo” 458 milioni di sterline. Ma quale era il vero scopo? Forse, l’unica ad averlo svelato apertamente è stata la Bank of Japan, quando – nel settembre 2016 – annunciò che l’obiettivo primario era il controllo del tasso di interesse…

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Dark data. Viaggio nella cyborg finanza – pt. 11

Tu-Tum. Tu-tum. Veloce. Sempre più veloce. È l’elettrocardiogramma finanziario del mondo. Decine di mini-flash crash accadono ormai ogni giorno. Pochi istanti, frazioni di secondo, ed enormi volumi di azioni passano di mano. I prezzi oscillano, si deformano, e poi si riassestano. Un’aritmia p…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

La rete come
incubatore di
extreme droite

“Il caso della Francia è illuminante. È ormai entrata nell’uso comune, oltralpe, la parola fachosphère: la variegata galassia online dell’estrema destra, attivissima con blog e social network. La Fachosphère è anche il titolo di un libro-inchiesta, pubblicato nel 2016 da Flammarion, in cui i giornalisti Dominique Albertini e David Doucet (già autori di una storia del Front National) riportano le conclusioni di un’inchiesta sul campo durata oltre due anni, restituendo – grazie a interviste, documenti e testimonianze – il mosaico della militanza sul Web dell’estrema destra francese. La fachosphère è una nebulosa di posizioni eterogenee, spesso confuse, che trovano spazio su frequentatissimi blog, pagine facebook, community e siti web, animati per lo più da giovani “nerd” destrorsi. Non necessariamente propugnano idee fasciste in senso stretto: si va dal nazionalismo identitario al tradizionalismo cattolico, dall’islamofobia all’antisemitismo vecchia maniera, dal securitarismo anti-immigrati al sovranismo no global, dalle mine vaganti – soggetti gelosi della propria autonomia – a chi si colloca sotto l’ombrello del Front National. Che cos’hanno in comune? L’avversione a un grande nemico ideologico, il “mondialismo”, ma per Albertini e Doucet anche una visione complottista, secondo la quale la realtà sociale e politica non nasce dalla complessa interazione fra attori diversi con interessi e mezzi diversi, ma per effetto delle decisioni di uno sparuto gruppo di individui o di organizzazioni occulte, a cui le istituzioni ufficiali e i media sarebbero asserviti. Tutti i soggetti della fasciosfera si pongono dunque come oppositori (e vittime) del “sistema”.

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La rivoluzione dell'aria

"Fuggi via"
è l'imperativo
a Hollywood

Le tre “trame” riassunte sono quelle dei film Get out, Suburbicon e Detroit, rispettivamente diretti da Jordan Peele, George Clooney e Kathryn Bigelow. Ossia un afroamericano, e due bianchi; due uomini e una donna, tutti e tre statunitensi. Tre registi diversi, anche e soprattutto per la loro poetica e cifra stilistica, ma accomunati dallo stesso paese d’origine, dal loro impiego nell’industria cinematografica hollywoodiana e, in questo caso, dal captare una medesima inquietudine per una rinnovata ascesa del razzismo nel pieno dell’era trumpiana. Get out è un horror-movie, ma caratterizzato dall’incombere di un’assurda quanto tangibile follia sociale. Suburbicon è un giallo grottesco alla Cohen (che infatti hanno prodotto la pellicola), tuttavia anch’esso centrato su uno snodo narrativo teso a portare a galla la xenofobia diffusa nei cittadini della borghesia bianca americana. Detroit, infine, è un action-movie ad alta tensione, dai ritmi incalzanti quali sempre hanno scandito le pellicole della Bigelow, che si muove su uno sfondo storico determinato da fatti realmente accaduti, al fine di riportare a galla gli efferati e impuniti delitti commessi dalla polizia durante le rivolte che esplosero a Detroit nel ’67. Sia pur distanti dal punto di vista dei modi di rappresentazione, i tre film insistono su una stessa inquietudine che la contemporaneità non può più eludere né rimuovere: il revival di razzismi e suprematismi – già presenti e mai davvero attenuatisi nel sostrato politico statunitense – a tal punto manifesto da tornare a incidere sulle esigenze e scelte tematiche della rappresentazione cinematografica e delle serie televisive.

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Il revival
delle ultra
destre europee

Sui diavoli ne avevamo tracciato una mappatura, cercando di centrare sfumature e punti di convergenza tra le varie formazioni e i rispettivi leader. A marzo il Pvv di Wilders si afferma come secondo partito nazionale nei Paesi Bassi, mentre in Ungheria Janos Ader, membro del partito conservatore Fidesz, veniva rieletto per un secondo mandato da presidente, allineandosi all’ala più estremista del proprio partito, guidata dal primo ministro ungherese Viktor Orban. A maggio Le Pen porta al ballottaggio il Front National, rinnovandone una mai del tutto sepolta persistenza storica; alla fine la spunta Emmanuel Macro, ma l’ultradestra francese raccoglie più di dieci milioni di voti. A settembre Alternative Für Deutschland, sotto la guida di Alice Wiedel, in Germania è il terzo partito nazionale; a ottobre Andrej Babiš, col suo partito anti-islamico ed euroscettico Ano 2011, si aggiudica 78 seggi su 200 alle parlamentarie della Repubblica Ceca; mentre in Austria la campagna elettorale è stata efficacemente spinta sul terreno dell’ultranazionalismo dal Partito della Libertà (Fpö) del sovranista Heinze Christian Strache, finito poco dietro ai popolari del giovanissimo Sebastian Kurz (abile nello sfilare a Fpö il tema dell’identitarismo nel rush elettorale finale). Escludendo Austria e Polonia, dove la supremazia dell’agenda intollerante della destra ha assunto dimensioni incontestabili, nel resto del continente il mancato raggiungimento di una maggioranza parlamentare della marea nera sembra dare ancora adito a ridimensionamenti naif di una tendenza ormai, invece, ben consolidata. Come scrivevamo ad aprile «è del tutto evidente che un popolo, senza punti di riferimento, sta cercando risposte “semplici” per analizzare tempi complicati ma non privi di interesse».

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Fascismo-pop:
dal brand allo
sdoganamento

Guido Caldiron: Credo che per riflettere sull’intera questione di quella che si può definire come la “rinnovata visibilità mediatica” di Casa Pound, e il suo progressivo “sdoganamento” a vari livelli, vadano presi in esame diversi aspetti. Limitarsi a lanciare i propri strali nei confronti di chi dialoga con questi personaggi, si tratti dell’ambito del giornalismo, come di quello della cultura o del mondo politico, e li tratta come “esponenti politici” come tutti gli altri, temo non aiuti ad affrontare in profondità il tema e la vera sfida che cela. Non si possono infatti isolare queste vicende dal contesto complessivo in cui si stanno producendo e dalle tappe progressive attraverso le quali si è giunti a tutto ciò. Il rischio è altrimenti quello di non comprendere quale sia la reale posta in gioco. Con qualche evidente generalizzazione si può riassumere la situazione nei seguenti termini. Il primo elemento da considerare è la “normalizzazione” della vicenda storica del fascismo, che si è per certi versi imposta nel nostro paese nell’arco degli ultimi decenni, già prima dell’affermazione elettorale del centro-destra a partire dal 1994, elemento che ha accelerato un processo già in atto perlomeno dalla stagione craxiana. Se “il fascismo” non rappresenta più un nodo problematico della storia nazionale – l’elogio di “quanto di buono” fatto durante il Ventennio è merce abituale di molti talk-show come di ricorrenti dichiarazioni di politici e commentatori dell’area del centrodestra –, è chiaro che a parte chi si presenti con un profilo “mostruoso” (citazione dei 10 punti pubblicati sull’Espresso da Zerocalcare), elogiando Hitler e con i tatuaggi in faccia,  finisce per essere percepito da una parte del mondo dell’informazione sotto una diversa luce rispetto al passato. Lo stesso si dica del fatto che, in un paese in cui non ci si scandalizza più per un candidato che dice di voler “difendere la razza bianca” dagli immigrati, non solo uno slogan terrificante come «prima gli italiani» finisce per essere banalizzato, ma chi ne fa il proprio emblema, la Lega di Salvini come Casa Pound, sembra incarnare una posizione “legittima” tra le tante. Una situazione che non ci piace, ma che è sotto i nostri occhi. Resta perciò il nodo della violenza, la lunga serie di vicende in cui figure legate a vario titolo a Cpi sono state coinvolte nell’ultimo decennio e di cui si dovrebbe chiedere conto agli esponenti di questa formazione durante ogni loro presa di posizione o incontro pubblico. Anche in questo caso, però, sappiamo che, proprio in virtù della banalizzazione progressiva del discorso pubblico sul fascismo, molte di queste tragedie sono state derubricate negli anni a “violenze tra balordi”, “il gesto isolato di un pazzo” e via di questo passo… Infine, non si può mancare di sottolineare come una delle caratteristiche peculiari del progetto incarnato da Cpi sia proprio quello di definire, sulla scorta del revisionismo da talk televisivo di cui si è parlato fin qui, una sorta di “fascismo pop”, dapprima trasformando elementi della sottocultura bonehead in qualcosa di accessibile al “grande pubblico” – su tutti l’operazione politica di partenza condotta attraverso gli ZetaZeroAlfa – e quindi  alternando alla leadership “di strada” della prima ora quella dello “squadrismo mediatico”…

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Blade Runner 2049

Trent’anni sono passati da quando Rick Deckard diede la caccia al replicante Roy Batty e ai suoi compagni. Trentacinque da quando uscì al cinema il film che ne narrava la storia. Un lasso di tempo molto lungo, forse, che rendeva ancora più azzardato il tentativo…

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