Perché ora
la Cina
è nel mirino

Nel giro di due giorni la Cina si è nuovamente sentita sotto attacco: il 24 maggio Moody’s ha abbassato il rating del debito sovrano cinese a A1 («rischio basso») e il giorno dopo, per la prima volta da quando alla presidenza Usa c’è Donald Trump, una nave da guerra americana si sarebbe avvicinata «senza permesso» alle isole che Pechino rivendica come proprie nel mar cinese meridionale. Per quanto riguarda il gesto di Moody’s, qualcosa che non avveniva dal 1989 quando la Cina a seguito dei fatti di Tiananmen si ritrovò completamente isolata e sottoposta a sanzioni, il 25 maggio le borse asiatiche hanno reagito positivamente ignorando l’avviso di Moody (la cui decisione ha affiancato quelle prese già in precedenza da S&P e Fitch) che, dopo Pechino, ha declassato anche Hong Kong; nonostante questo Tokyo ha chiuso in rialzo dello 0,38%, così come l’ex colonia britannica (0, 88%) e Shanghai all’1,56%. Pechino ha definito la decisione di Moody «senza fondamento e inappropriata», mentre i media nazionali hanno segnalato che, se è vero che il debito cinese è salito al 253% del Pil, rispetto al 149% del 2008, è altrettanto vero che il debito di Pechino è totalmente nelle tasche delle banche statali, mentre quello estero è solo del 12% del Pil, secondo quanto dichiarato nei suoi documenti dal Fondo Monetario Internazionale. Pechino ha vissuto questo evento come un attacco alla propria nuova «postura globale», sottolineata da Xi Jinping sia a Davos, sia al recente forum per il lancio del «Belt and Road Initiative» (BRI), la vera strategia globale cinese; non solo, perché la decisione di Moody’s è stata letta anche come un attacco diretto alla leadership di Xi Jinping impegnato nei preparativi del diciannovesimo congresso in autunno (non è ancora stata comunicata una data ufficiale).

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Disuguaglianze nelle nostre città verticali

I più ricchi in alto, i più poveri ai piani bassi: le strutture urbane raccontano le differenze di classe. Politica e identità sono quindi disegnate dalla nuova architettura sociale stratificata, che dalle miniere del Sudafrica risale attraverso le iceberg house di Londra, i palazzoni popolari delle periferie europee, si arrampica sullo skyline di Manhattan, lo supera e scavalcando jet privati ed elicotteri arriva fino ai satelliti che ruotano intorno al nostro pianeta. L’elevator index diventa ascensore sociale proprio quando, con la nascita dell’ascensore, ri-diventa cool vivere ai piani alti. A metà dell’Ottocento Chicago è una cittadina di frontiera con poco più di 30mila abitanti. Nel 1870 gli abitanti sono più di cento volte tanto, e Chicago è diventata una città industriale con un clima estremo, rigido e ventoso, le strade perennemente infangate: un’escrescenza purulenta circondata da paludi che favoriscono la trasmissione del colera e di altre malattie. Nel 1871 Chicago è completamente distrutta da un incendio. Nel 1872 Chicago è la più grossa opportunità per palazzinari e speculatori della costa orientale. L’alto prezzo dei terreni edificabili, la disponibilità di acciaio e il suo facile trasporto attraverso la ferrovia, impongono alla città uno sviluppo ben preciso. Verso l’alto. Alla fine dell’Ottocento Chicago è la città verticale. La città dei grattacieli, delle industrie e del lavoro. Chicago è la città emblema della lotta di classe e del conflitto tra capitale e lavoro. “A Chicago non cessa di stupire la straordinaria potenza rivoluzionaria”.

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Dark data. Viaggio nella cyborg finanza – pt. 7

In quali dati possiamo avere fede? La ricerca di indicatori, dati o precursori in grado di anticipare avvenimenti, è il sacro Graal della finanza. Oggi più che mai, visto il diluvio di informazioni che le nuove tecnologie hanno scatenato. I possibili indicatori di eventi finanziari sembrano essere così tanti, e co…

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Le altre sei tappe del viaggio quiquiquiquiqui e qui

“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

India: corsa
al ribasso per
i lavoratori

Oltre il 90 per cento dei lavoratori in India è impiegato nel cosiddetto «unorganized sector» (settore informale), una vera e propria economia parallela a quella «regolare» che prospera sull’assenza di qualsivoglia tutela contrattuale. Una realtà lavorativa capace di perpetrare e diffondere gli orrori degli «sweatshop» in svariati settori produttivi, dove la forza-lavoro deumanizzata viene retrocessa al ruolo di macchina. «Machines» si intitola infatti il nuovo documentario di Rahul Jain, recensito da Alessandra Mezzadri su The Conversation, girato in una fabbrica tessile a Surat.

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Brera: "Non conta dove prendi le idee ma a chi le porti"

«Gold»:
fascinazione
d'oro e truffa

Il racconto di una grande truffa. I contorni sono quelli di una storia «fottutamente vera», quella dello scandalo in cui fu coinvolta, agli inizi dei ’90, la compagnia mineraria Bre-X. Nella pellicola di Stephen Gaghan (nomination agli Oscar con Syriana), l’ultimo, ma forse primo, grande attore è la “scatola nera”, ossia il complesso di speculatori finanziari che orbita intorno alle magnifiche sorti, e progressive, di un giacimento appena rinvenuto. 1993: David Walsh, CEO della compagnia mineraria Bre-X Minerals Ltd, acquista una proprietà terriera nel bel mezzo della giungla del Borneo, nei pressi del fiume Busang, in Indonesia.

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La Nuova Via della Seta: la posta in gioco

Un progetto infrastrutturale, diplomatico e soprattutto politico, partorito dall’ambizione del presidente cinese Xi Jinping nel 2013. Quali sono i “veri intenti” di questa nuova impresa? I dubbi internazionali e gli equilibri economici legati alle velleità egemoniche di Pechino. Belt and Road Initiative (Bri) è solo l’ultimo dei nomi affibbiati a un progetto partorito dall’ambizione del presidente cinese Xi Jinping nel 2013 e di cui avevamo delineato i contorni su queste pagine qualche mese fa. Trattandosi di una “vision”, come si dice, l’uso del condizionale è d’obbligo, in attesa che i 124 miliardi di dollari complessivi già promessi dalla Cina.

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Trump trade: paura e delirio
a Washington

Nelle ultime settimane il mercato si era docilmente – e dolcemente – addormentato, cadendo in una favola di presunte certezze (molti strategist sostenevano che, passate le elezioni francesi, il mercato potesse solo salire) e di volatilità ai minimi storici. Le rivelazioni top secret del presidente americano, lo scandalo, ma soprattutto le implicazioni per i mercati finanziari: dall’elezione di The Donald buona parte delle “asset allocation” mondiali sono state guidate dal “Trump trade”, ovvero dall’idea che nuove politiche fiscali espansive potessero ridare slancio alla crescita economica USA che, seppur in ripresa, resta comunque anemica rispetto agli standard storici.
Le prime vittime dell’inizio della caduta del “Trump trade” sono proprio le “asset class” che più avevano beneficiato dello slancio iniziale: le borse mondiali (in testa Wall Street), i settori ciclici (industriali e finanziari) e la valuta americana. Ma ricordiamo che un terremoto con epicentro in America diventa sempre uno tsunami in Europa.
Chiudiamo con un altro principio del mercato finanziario: “Quando l’America starnutisce, l’Europa prende poi un raffreddore”.
Eppure sta arrivando l’estate e questa potrebbe essere un’indisposizione passeggera che ci ricorda come anche i corpi più forti e robusti, ogni tanto, si ammalino: per poi rialzarsi più forti di prima.

Ad maiora!

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Redeloos, radeloos, reddeloos: l’anno orribile che dobbiamo attraversare

Redeloos, Radeloos, Reddeloos, tre aggettivi traducibili dall’olandese in “irrazionale”, “disperato” e “senza speranza” e, rispettivamente riferiti a popolo, governo e nazione. Di fronte al futuro che impone la fine del lavoro dei servizi, di fronte alla capacità della…

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