Il paziente inglese tra Brexit e Labour

Perché la Gran Bretagna andrà ad elezioni l’8 giugno? Che ne sarà del “single market” tanto caro alla City? Mentre si negoziano le condizioni di una Brexit “alleggerita”, Theresa May approfitta di un Labour diviso e quasi al crepuscolo. Jeremy Corbyn, incorniciato in una narrazione che lo impone all’opinione pubblica come «debole e fallimentare», promette riscatto a un partito che sembra ormai auto-imploso. «La Brexit significa Brexit» e «non si torna indietro», per la premier britannica Theresa May questo è sicuro. Riluttante fino all’ultimo, l’ex ragazza diligente di Eastbourne arrivata dalle contee di Inghilterra fino al numero 10 di Downing Street, si è risparmiata l’ottava smentita in pubblico. La Gran Bretagna andrà ad elezioni anticipate prima che il divorzio di Londra da Bruxelles sia consumato. L’appuntamento è fissato per l’8 giugno. Il leit-motiv è «stabilità e certezze», i discorsi invocano «una Gran Bretagna forte», la retorica sigilla ogni dubbio e appiattisce qualsiasi opposizione: «La Brexit è nell’interesse nazionale». La premier esorta gli inglesi: «Datemi forza», mentre approfitta di un Labour moribondo e diviso e inveisce contro Jeremy Corbyn, incorniciato in una narrazione che lo impone all’opinione pubblica come «debole e fallimentare». Il diretto interessato rifiuta questa immagine di perdente annunciato: «L’esito delle elezioni non è scontato come si sente dai media e dall’establishment corrotto».

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Il tramonto
dei socialisti
in Francia e Ue

Benoît Hamon, il candidato del Partito socialista all’Eliseo, esce di scena dalle presidenziali francesi (e forse dalla vita politica) con un disastroso 6,3%, stritolato tra La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e En Marche! di Emmanuelle Macron. Il nome di Hamon allunga la lista dei leader socialisti “bruciati” dalla difficoltà di definire una proposta alternativa da un lato all’emersione delle forze afferenti alla molteplice galassia del cosiddetto “populismo” e, dall’altro, ai difensori dello status quo che assumono forme sempre più disparate: l’ultima è quella “post-sistema” – del “né di destra né di sinistra” – incarnata dal leader di En Marche!. Prima di Hamon, il segretario del PSOE, Pedro Sanchez, era rimasto vittima dello stallo politico spagnolo, inchiodato nel guado, incapace di scegliere tra una grande coalizione con i popolari di Mariano Rajoy e un governo di svolta con Podemos. Non va meglio in Olanda, dove la presunta tenuta delle forze europeiste coincide con la catastrofe socialista. Per non parlare della Grecia, il Paese dove è stato coniato il neologismo che definisce il processo di cancellazione delle forze socialdemocratiche: ovvero, la “pasokizzazione”. Ci sono ormai elementi a sufficienza per considerare il campo socialista in crisi irreversibile. Forse, il 2017 sarà l’ultimo anno di questo penoso accanimento terapeutico che dura da almeno un decennio: dalla fine del secondo mandato di Tony Blair e il triste y solitario final del governo Zapatero che tante speranze aveva creato e altrettante deluso.

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Dark data. Viaggio nella cyborg finanza pt. 6

I dati sono gli stessi. Siamo noi che non li processiamo correttamente. Ed è per questo motivo che, secondo la tradizione scientifica che si rifà alla teoria del prospetto, i mercati falliscono. Bolle speculative, crash, improvvisi sbalzi nel valore dei titoli, non nascono da buchi nei dati, ma dal modo in cui noi …

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Le altre tappe del viaggio quiquiquiqui e qui

“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Tutto è
in frantumi
e danza

Dal 20 aprile in libreria per La Nave di Teseo, Tutto è in frantumi e danza riavvolge il nastro degli ultimi vent’anni attraverso un incalzante dialogo tra i due autori. Guido Brera ed Edoardo Nesi si passano il testimone del racconto, alternano le loro prospettive da un capitolo all’altro. E ripercorrono il tempo della Caduta: dalle stelle alle stalle, dai miti di quarta mano del decennio entusiasta – i Novanta – all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, dalle ingannevoli promesse di fin de siècle all’oggi della montante marea populista. Sogni sono andati in pezzi, la democrazia è stata svuotata, banche sono fallite, banche centrali hanno provato a fermare il tempo.

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Le proteste anti-Maduro per le strade di Caracas (Venezuela) raccontate dalla voce di una manifestante.

Il fenomeno
Emmanuel
Macron

I sondaggi che danno in ascesa Emmanuel Macron alle elezioni francesi segnalano un riallineamento politico destinato a consolidare il controllo delle élite. Sin dalla formazione della Quinta Repubblica nel 1958, i socialisti e i repubblicani – o una qualsiasi delle varie manifestazioni della destra gaullista – si sono sempre alternati al potere. Quest’anno la carica di presidente francese andrà probabilmente o al liberal-socialista Macron, esponente del partito En Marche! fondato solo un anno fa, o all’estremista di destra Marine Le Pen del Front National (FN). Tutti i sondaggi danno Macron vincente al secondo turno.

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Le ragioni
(e i torti)
di Mélenchon

Il programma, le ambiguità politiche e le scelte populiste di un indomito sessantacinquenne definito «Chavez à la française», o anche un «Maximilien Ilitch Mélenchon», un misto tra Robespierre e Lenin.  Tutto orgoglio delle produzioni locali e tricolore, non nasconde il suo passato da trotskista e la sua ammirazione per leader come Chavez e Fidel Castro. Mescola sovranismo ed ecologia, intimorisce i mercati, spaventa gli europeisti duri e puri.  La road map di Mélenchon per l’Unione è scritta nero su bianco e consisterebbe in due tappe: «Il piano A riguarda l’uscita concertata dai trattati europei con l’abbandono delle norme esistenti per tutti i paesi che lo desiderano, e la negoziazione di altre regole. Il piano B consiste nell’uscita dai trattati europei da parte della Francia per proporre altre forme di cooperazione. L’UE, o la si cambia o la si lascia».

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Liberarsi
del corpo,
liberare il corpo

«Nel futuro il confine tra uomo e macchina sta scomparendo. I progressi della tecnologia permettono agli umani di potenziarsi con parti cibernetiche». La “connessione” pervasiva che il capitale ha imposto sull’uomo privandolo della sua “corporeità” e, di conseguenza, provocando una distorsione nella percezione di libertà è raccontata nell’action-movie di fantascienza diretto da Rupert Sanders. Piena epoca del potenziamento cibernetico: nel mondo di GitS la maggior parte degli individui sono un ibrido tra uomo e macchina, cioè quasi tutti hanno impianti cibernetici nel proprio corpo, fino al limite massimo, come nel caso di Mira e del supposto antagonista Kuze, di un cerebro innestato su un corpo robotico. Tutti, quasi tutti, o meglio: quelli che possono permetterselo e quelli che non hanno potuto scegliere diversamente. La sequenza di fotogrammi, sia pur fugace, in cui Mira incontra una prostituta sulla strada, è in questo senso emblematico, perché la prostituta è interamente umana, ed è il sottile ma scintillante indizio – uno dei tanti – che in GitS la rappresentazione fantascientifica non trascende troppo dal materialismo storico: avanzamento tecnologico e matrice economica vanno di pari passo. Di qui si arriva alla questione centrale – posta in essere dalla messinscena – che è il corpo. Ma non ancora non basta. Perché viene aperta anche una breccia sul conflitto di genere, riferito al corpo femminile, quando Mira scopre – a operazione compiuta – di non essere stato oggetto di un salvataggio in seguito a un incidente, ma di essere vittima, come tante altre, di una macchinazione criminale.

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Sarà più facile (e sicuro) curarsi con nuovi farmaci?

Con un potenziale pressoché indeterminato di farmaci a disposizione aumenta il rischio di esposizione a trattamenti “miracolosi”. Che fare in questi casi?

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