"Loro"- pt.2
e
Lui

In Loro 1 il regista Paolo Sorrentino e lo sceneggiatore Umberto Contarello avevano deciso di giocare sul terreno del nemico, di sfidarlo sul piano della produzione dell’estetica degli Anni Zero riuscendo nella sua demolizione. Paradossalmente, però, la pellicola arrancava proprio sotto il profilo delle immagini. Alcune scene, come il camion della spazzatura che si ribaltava a rallentatore sui Fori Imperiali per non schiacciare un topo, rischiavano di essere (auto)parodia del cinema pop sorrentiniano. In Loro 2,  invece, sono proprio le immagini a farsi memorabili. Le ragazzine che in palestra improvvisano un videoclip musicale softcore di Meno male che Silvio c’è. Il finto trailer della fiction Congo Diana, prodotta per accontentare l’attricetta amica degli amici e girata come un b-movie sporcaccione degli anni Settanta. Sono piccoli gioielli meta-cinematografici. Eppure, proprio quando il film sembra trovare un respiro più disteso, ecco che torna a far capolino un moralismo ai limiti del didascalico, come nell’insistito dialogo tra Berlusconi e una Veronica decisa a divorziare. O in quello altrettanto superficiale con una ventenne, che sembra costruito solo per permettere una battuta a scoppio ritardato”, nota giustamente Paolo Mereghetti sul «Corriere della Sera».. Loro 2 è lo specchio di Loro 1. E come nella camera oscura di marxiana memoria, nella seconda parte si ribalta completamente il senso ideologico della prima. Se sul finale di Loro 1 la rappresentazione di Veronica Lario – come raffinata intellettuale che legge Saramago e rimprovera il marito per la sua poca cultura – era una piccola stonatura in un film che politicamente sceglieva di attaccare Silvio Berlusconi sull’unico terreno possibile: l’immaginario. In Loro 2 il j’accuse di Veronica Lario diventa totalizzante e insostenibile. Il dialogo tra i due vecchi coniugi in procinto di separarsi non racconta la fine di un amore, tantomeno la dimensione privata del potere. Si utilizza invece il corpo femminile per trasformarlo in un feroce inquisitore. Lungi da regalare una dimensione intimista, le invettive di Veronica Lario sono l’alienante declamazione brechtiana di “una docufiction tra Santoro e Travaglio” (Marco Giusti per Dagospia). È qui che la frase sul complesso d’inferiorità pronunciata da Lui si fa evidente. Lui, però, non è Silvio Berlusconi. È Nanni Moretti. Sorrentino cerca un cinema che non è il suo. E rimane inferiore. Il suo cinema resta la scena magistrale del dialogo tra Lui e Ennio Doris, entrambi interpretati da Servillo, che moltiplica all’infinito la dimensione di film specchio e storia riflessa di Loro 2.

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Cina,
social credit:
il perché-pt.2

Accontentarsi di rispondere alla domanda “perché in Cina vogliono introdurre il sistema di social credit?” con “perché il governo cinese è cattivo e vuole controllare tutti” sarebbe un insulto all’intelligenza, indubbia, della dirigenza politica più spietata e pragmatica al momento attiva sul pianeta Terra. E, soprattutto, prenderebbe sottogamba il tratto più distintivo del Partito comunista cinese sotto la guida di Xi Jinping: il pragmatismo. La gestione del più longevo sistema autoritario ininterrottamente al potere, oggi più che in passato, per la dirigenza cinese prevede un gelido approccio analitico e di previsione del rischio. La sfida è intravedere i problemi prima che si presentino e agire di conseguenza, forti del patto coercitivo siglato con la popolazione cinese con la fondazione della Repubblica popolare: per il vostro bene, comandiamo noi, e non vogliamo essere disturbati. Assodato che le misure introdotte dal governo cinese non sono mai frutto dell’istinto, bensì si poggiano su calcoli di “risk assessment” formulati con cura maniacale dai tecnici del Partito, ragionare sugli ipotetici benefici portati dal sistema del social credit provando a immedesimarsi nella dirigenza di Pechino è un ottimo punto di partenza. Per Pechino, questo sistema di controllo aumentato e automatizzato dovrebbe innescare, come nell’esperimento della cittadina di Rongcheng, un circolo virtuoso su scala nazionale. La messa a punto di una valutazione costante e in tempo reale dell’affidabilità di cittadini e aziende rappresenterebbe una cartina al tornasole automatica dello stato di salute del Paese, in particolare nel settore finanziario, permettendo alle autorità un’ottimizzazione delle risorse fino a oggi impensabile. Tra gli intenti dichiarati da Xi Jinping per la costruzione della superpotenza cinese del domani l’incentivo ai consumi interni occupa una posizione dominante: per svincolarsi dalla dipendenza dalle esportazioni, la locomotiva cinese dovrà essere sempre più autosufficiente, aumentando la qualità della produzione interna e, allo stesso tempo, allargando la base dei consumi. La prima parte dell’operazione è già un successo sotto gli occhi di tutti, con la Cina già in grado di delocalizzare produzioni scadenti oltreconfine investendo maggiormente in prodotti “high end”. Il passo successivo, dare ai cinesi i mezzi economici per consumare non solo di più ma anche meglio, impone un delicato passaggio di apertura del credito a quelle centinaia di milioni di cinesi ancora ai piani bassi dell’ascensore sociale, con l’alto rischio di insolvenze a catena in grado di destabilizzare l’intero sistema del credito.

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Italia, lose-lose situation

“L’Italia era il miglior mercato da inizio anno: nonostante il risultato elettorale, l’assenza di un governo politico lasciava le mani libere agli investitori. Ora la festa è finita, e siamo costretti a sapere cosa succede nella politica, siamo costretti a sapere chi sta con chi. Così, tutto diventa più …

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Cina,
social credit:
il come-pt.1

Il legittimo timore di svegliarsi, un giorno non troppo lontano, in una società dell’iper-controllo fondata sull’utilizzo dei “big data” da parte dei governi nazionali, negli ultimi mesi ha incoraggiato una fitta produzione giornalistica intorno allo spauracchio del cosiddetto sistema di “social credit” cinese. Andando a pescare nell’immaginario distopico di ieri (1984, George Orwell) e di oggi (“Nosedive”, primo episodio della terza stagione di Black Mirror), al pubblico occidentale è stato offerto un quadretto da incubo caricato dal fascino dell’esotico: in Cina, vuole la vulgata, entro il 2020 il governo affibbierà un punteggio personale a tre cifre calcolato in base alla buona condotta di ciascuno. Tale punteggio, che terrà insieme variabili come il rispetto del codice stradale, fedina penale, diffusione di “fake news” e buoni rapporti di vicinato, decreterà il grado di “affidabilità” tout court del cittadino, determinandone la possibilità o meno di avere accesso a servizi – dai trasporti al credito bancario – o sgravi fiscali per “buona condotta”. Più l’individuo dimostrerà di essere un bravo cittadino, più verrà premiato dal governo; meno si comporterà bene, più grande sarà la punizione delle istituzioni. La panoramica appena esposta, come spesso capita nel racconto delle cose cinesi a un pubblico di massa non specializzato, sconta una serie di approssimazioni che, nell’intento di scuotere la coscienza collettiva circa le aberrazioni dell’autoritarismo cinese, finiscono per appiattire e sminuire un tema che faremmo bene invece a indagare in profondità e che, francamente, appare ancora più spaventoso di quanto lasciato intendere finora.

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La rivoluzione dell'aria

"Loro"-pt.1
e
noi

Noi siamo l’agnello sacrificale. Il paese che muore come l’ovino che stramazza al suolo nella prima scena, freddato – è il caso di dire – dal malfunzionamento dell’aria condizionata. Lui è l’assenza che permea tutta la prima parte del film. Il deus senza macchina che ciondola stanco su una ragnatela i cui fili sono dati. Il demiurgo stanco e impotente, prigioniero dello spettacolo che ha messo in piedi. Loro sono i protagonisti. Una corte dei miracoli composta di trafficoni, arrivisti, ragazze di periferia o di buona famiglia, vecchi bramosi di potere o già potenti,tutti disposti a (concedere) tutto per un posto al sole nell’immaginario dell’Italia degli Anni Zero. Il film è Loro 1, prima parte del dittico di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi. La seconda parte, Loro 2, sarà nelle sale dal 10 maggio. Loro 1 è un visionario viaggio nell’etica e nell’estetica berlusconiana che funge da introduzione Loro 2, quando Lui, che appare sulla scena trasfigurato da odalisca nell’ultima mezz’ora del film, sarà protagonista assoluto. Di Lui conosceremo turbamenti e solitudini, aspettative e desideri, che sono anche i nostri. Perché è Lui che ha creato Noi. Intanto però, occupiamoci di Loro. Per ora, infatti, la questa prima parte di Loro tratta la sceneggiatura scritta da Sorrentino con Umberto Contarello. Della corte dei miracoli che abita le inquadrature di questo spettacolo decadente. Il regista sceglie di raccontarceli con campi lunghi e lunghissimi. Mai pieni di persone come era ne La Grande Bellezza, se non nella scena della festa a base di Mdma in piscina. Ma sempre attenti a dipingere il vuoto. Quel nulla cosmico dove (per ora) non si vede Lui, dove manchiamo Noi. In attesa dell’entrata in scena, nel finale, di Tony Servillo che “fa il suo e più del suo, per mimesi e antifrasi insieme” (Federico Pontiggia, «Il Fatto Quotidiano»)…

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Airbnb,
tassello della
gentrification

Nel 2011 il «New York Times» lo presentava come “un sito Web che semplifica il processo d’affitto di camere extra ai viaggiatori”. A distanza di qualche anno, Airbnb è molto di più. Un simbolo della Sharing Economy che invita a un turismo sostenibile. Un gigante che riduce i costi e getta un’ombra sul mercato tradizionale degli alloggi per vacanze. Un brand che racconta una Win-Win Situation: facciamo guadagnare chi affitta il suo bene privato (molto più di quanto otterrebbe da una locazione a medio o lungo termine); facciamo risparmiare chi va in affitto, e noi prendiamo una commissione per il disturbo. In questo senso, un tassello fondamentale del processo di gentrification. Ma c’è dell’altro. Perché la mediazione tra domanda e offerta si direbbe tutta a vantaggio di Airbnb: da una parte ha un costo, seppur relativo, dall’altra i contenziosi devono essere risolti tra proprietario e affittuario. Perché la piattaforma incide sulle dinamiche dell’abitare di un territorio, come vedremo, finendo per partecipare a un processo di displacement. E perché estrae valore dall’ospitalità senza produrre. Qualcuno arriva a definirla una forma di mezzadria. Tre milioni di annunci nel mondo. L’Italia è terza, dopo Stati Uniti e Francia. Airbnb nasce a San Francisco, in un loft, e chi conosce i processi di gentrification riconoscerà due elementi-spia. È l’estate del 2008, in città c’è una convention che ha riempito le strutture ricettive, e i fondatori del portale…

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Trasformando
i vecchi
mercati rionali

Nell’Occidente del nostro tempo il mercato rionale sta cambiando volto. Diventa “esperienza”, oggetto di storytelling. Si orienta a una domanda occasionale, benestante, in cerca di prodotti sofisticati. Così il mercato non è più un posto dove i residenti fanno la spesa ma un’attrazione turistica da visitare. Non più un polo al servizio del quotidiano di una comunità ma un set teatrale per un pubblico che vuole combinare l’eccellenza gastronomica all’esotismo del popolare, del genuino, del tipico. E allora il mercato trasforma la sua funzione, e i prezzi. Secondo una ficcante definizione, è la “Gourmet gentrification”. Nel recente saggio sul turismo Selfie del mondo, Marco D’Eramo scrive: “I «mercati tipici» sono un altro esempio di backstage che si offre in spettacolo, perché lì i turisti cercano non «il bazar per turisti», ma il luogo in cui i locali vanno davvero a rifornirsi per la loro vita quotidiana. Questi mercatini all’inizio si offrono semplicemente allo sguardo continuando a mantenere il loro carattere “indigeno”, ma a poco a poco cominciano a offrire mercanzie rivolte soprattutto ai visitatori turisti, o semplicemente a impacchettare le stesse derrate ma in confezioni che possano essere acquistate (e regalate) come souvenir, finché diventano mercati interamente turistici”. D’Eramo parte dall’esempio del Mercado de San Miguel a Madrid ma il discorso si estende con facilità ad altri casi, dal Brixton Market di Londra al Grand Central Market di Los Angeles. E di recente Roma ha preso a correre in questa stessa direzione. Aperto dalle 8 del mattino a mezzanotte, anche la domenica. Meno di venti banchi, definiti “botteghe artigiane”, e un piano dedicato alla ristorazione d’autore (lo chef è Oliver Glowig). Il Mercato Centrale riunisce le eccellenze gastronomiche della città, ammicca allo street-food e propone abbinamenti a effetto come la cioccolateria che vende anche fiori. All’inaugurazione dell’autunno 2016, tra gli ospiti c’erano Beppe Grillo e Bruno Vespa. L’obiettivo dell’imprenditore Umberto Montano è ripetere a Roma l’operazione del Mercato Centrale di Firenze. L’immediato, automatico, confronto viene da farlo col Nuovo mercato Esquilino. Perché sono distanti appena cinquecento metri. Perché rappresentano idee molto diverse. E perché la posizione del Mercato Centrale è tutt’altro che neutra, come farebbe pensare il non-luogo di una stazione: si direbbe invece un avamposto, un’ombra che minaccia di espandersi fingendo di ammiccare e rassicurare, di fronte a un quartiere che da anni resiste alla gentrification. O come preferisce metterla il Gambero Rosso, a proposto del Mercato Centrale, si è “consci del rischio che l’Esquilino non sia ancora pronto per accogliere uno spazio simile”. Prima di queste due interpretazioni contemporanee, c’era lo storico mercato all’aperto di piazza Vittorio. Popolare, caotico, nella cornice dei palazzi umbertini che rendono la piazza la più sabauda di Roma. Aveva fatto da sfondo a Ladri di biciclette e al Pasticciaccio di Gadda.

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Blade Runner 2049

Trent’anni sono passati da quando Rick Deckard diede la caccia al replicante Roy Batty e ai suoi compagni. Trentacinque da quando uscì al cinema il film che ne narrava la storia. Un lasso di tempo molto lungo, forse, che rendeva ancora più azzardato il tentativo…

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