Il "bullismo"
commerciale
di Trump

Resa dei conti rimandata a 90 giorni e ampi margini di collaborazione tra le due principali potenze economiche mondiali. Questo il biglietto da visita che l’amministrazione Trump si è impegnata a diffondere subito dopo la conclusione dell’atteso meeting tra il presidente degli Usa e il presidente cinese Xi Jinping, a margine del G20 di Buenos Aires. Ma la realtà è un’altra, e dietro il solito bullismo commerciale di Trump si celano bluff e fragilità. Le due delegazioni, al termine di una cena di lavoro durata due ore e mezza, sembrava avessero raggiunto un’intesa di massima per una de-escalation nella cosiddetta “tariff war” dichiarata da Trump contro Pechino lo scorso 6 luglio, combattuta a suon di dazi del 10 per cento su prodotti cinesi importati in Usa, pari a 200 miliardi di dollari. Una misura che Washington aveva minacciato di inasprire fino al 25 per cento ma che, dopo Buenos Aires, Trump ha deciso di rimandare per almeno una novantina di giorni, a partire dal prossimo primo gennaio. Nel frattempo, sempre secondo Trump, Pechino dovrà portare a compimento una serie di riforme strutturali, non da poco, del proprio assetto economico. Eventualità che, secondo un editoriale del «Financial Times», rimane piuttosto remota: «Entro 90 giorni, l’amministrazione Trump essenzialmente vuole che la Cina inizi a smantellare completamente il proprio modello di crescita». E prosegue: « […] compresi l’applicazione debole delle leggi a tutela della proprietà intellettuale; lo spionaggio industriale; il furto di dati commerciali online e i dazi sulle importazioni. La probabilità che Pechino acconsenta rapidamente e sinceramente a un cambiamento radicale del genere, senza nemmeno contare sul fatto che tali modifiche siano implementate o che prometta di farlo oltre ogni ragionevole dubbio, è molto bassa». Una comparazione speculare dei comunicati post meeting diffusi dalla diplomazia cinese e da quella statunitense pubblicata su «Bloomberg» mostra chiaramente lo scarto abissale tra Washington e Pechino nel merito di quanto stipulato durante il meeting. Intere sezioni pubblicate da una parte sono assenti nel comunicato dell’altra, come ad esempio il presunto impegno preso da Pechino di «tornare ad acquistare immediatamente prodotti agricoli dagli Usa»: nel documento cinese non si trova traccia di tale promessa. Anche per i pochi punti di convergenza, il linguaggio utilizzato nei documenti ufficiali  è estremamente vago…

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Essere
una
macchina

Il libro di Mark O’Connell, Essere una macchina, uscito lo scorso settembre (Adelphi, 2018) è il resoconto di un viaggio del 2016 in America sulle tracce dei transumanisti, un gruppo non sempre identificabile di individui che, in diverse forme e modalità, credono nel superamento della morte grazie all’ausilio della tecnologia avanzata. Potrebbero esser classificati come tecno-utopisti, ma in realtà i personaggi che incontra O’Connell scavalcano questa definizione, in quanto le loro pratiche e studi oltrepassano l’immanenza delle problematiche della vita stessa e sfociano in una trascendenza tecnologica che può essere letta alla stregua di un vero e proprio culto religioso. Il tono della narrazione assume tinte spesso ciniche e distaccate, ma mai canzonatorie e irriverenti. A un primo approccio potrebbe ricordare Un viaggio divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, per il sarcasmo di alcune descrizioni grottesche. Eppure a una lettura attenta è evidente che il tema viene trattato con molta serietà e se alcuni personaggi descritti risultano essere degli outsiders totali – quasi degli strampalati – alla fine l’autore si sottrae dall’intento di un’analisi antropologica (alla DFW) e si concentra più  sullo spirito del tempo e lo stato dell’arte in merito alla ricerca tecnologica più accelerata. Il “viaggio” di O’Connell si svolge ai confini del mondo a noi finora noto, e per fare un parallelo con il secolo scorso le ricerche dei transumanisti sembrano aver sostituito le scorribande spaziali del ‘900, giacché lo spirito utopico non è più declinato nella scoperta di pianeti nuovi da colonizzare, ma è rivolto all’interno del corpo umano, nuova frontiera del sogno di vita eterna, immortalità. L’indagine, allora, ruota intorno al concetto di “singolarità”, ossia in quello snodo dell’evoluzione del rapporto uomo-macchina nel quale le macchine superano le potenzialità della mente umana e sono in grado di sostituire l’uomo in qualsiasi aspetto pratico della vita. Pur essendo ancora lontani da quel punto di svolta, è ormai la singolarità il faro al quale guardano i transumanisti, come racconta anche Giuseppe Genna nel suo ultimo romanzo History, un’operazione di fiction che, tuttavia, al pari di O’Connell porta a galla contraddizioni e sorti di questo imminente salto verso la post-umanità. A fianco a personaggi davvero singolari, nel “viaggio” si incontrano anche molti volti noti dell’industria dell’high tech che negli ultimi anni hanno incrementato in maniera esponenziale i loro investimenti e guadagni con le tante aziende che costellano la Silicon Valley.

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Tertium non datur

Ogni volta che si levano voci allarmate sull’imminente collasso, lui rileva le potenzialità di guadagno celate nell’instabilità politica. Dove tanti vedrebbero lo strapiombo, il finanziere di origini italiane a capo della sede londinese di un prestigioso hedge fund a stelle e strisce, vede un trampolino di lanc…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Tanti nomi
per un solo
volto

Vittorio, Aureliano, Stefano, Massimo. Tanti nomi per un solo volto. Se nasci e cresci in periferia, l’imperativo è soltanto uno: svoltare. Lo sa bene Vittorio, giovane ostiense che, insieme al suo compagno di strada Cesare, nell’ultima pellicola di Claudio Caligari (Non essere cattivo, 2015) alterna piccola criminalità a sgobbi occasionali per tirare su il gruzzolo necessario a calarsi una dose e dimenticare per un attimo l’oblio che li inghiotte. Ma Ostia è anche il terminale litoraneo di una criminalità più grande, che affonda le sue radici nel centro di Roma, in quella che gli antichi definivano la “suburra”, e le dirama nei bordi di tutta la città, i cui luogotenenti criminali sono del calibro di Aureliano, detto “Numero 8” e membro della famiglia Adami, sul cui curriculum vitae figurano “narcotraffico e controllo territoriale”. Il film è Suburra di Stefano Sollima, distribuito nelle sale cinematografiche italiane nell’ottobre del 2015, a circa un mese dall’uscita di Non essere cattivo. Due anni dopo, il film diventa una serie Netflix. Legge della domanda e dell’offerta. Se alla seconda ci pensano gli Aureliano di turno, la prima è alimentata dai più, destinati a rimbalzare nel flipper letale del potere: da una parte quello criminale, che “soddisfa gli appetiti”; dall’altra quello istituzionale e repressivo, che troppo spesso sceglie di abbattersi – o copre chi si abbatte – con brutalità e abusi sull’anello più debole della catena. Succede a Stefano, ragazzo di Torpignattara che una notte sciagurata viene fermato dai carabinieri con dell’hashish addosso. Il suo arresto preventivo, su cui pendono detenzione e spaccio, si tramuta in un calvario nell’istante in cui la porta di uno stanzino del commissariato si chiude.

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La rivoluzione dell'aria

Nella
laguna
451

Guardo l’acqua verde della laguna. Immagino il suo mondo sommerso. Per un attimo ne sono attratto, vorrei tuffarmi in quella melma densa, striata di venature fluorescenti. È la prima volta che mi succede. La voce stridula di un vecchio che gracchia al microfono mi riporta alla realtà. È uno degli operai che ho iscritto alla lista delle dichiarazioni spontanee dell’assemblea. Sotto un sole infuocato che comincia a rendere incandescente tutto quello che lambisce, il vecchio sta elencando tutti i bonus alimentari e sanitari che è riuscito a ottenere in sessant’anni di lavoro alla miniera. Recita alla perfezione lo spartito che ho scritto per lui. Io sono il delegato del Sindacato Estrattori nella Laguna 451, e il mio compito è fare in modo che questa cazzo di miniera rimanga aperta. Ho convocato l’assemblea dopo che lo scoppio di un reattore ha arso viva un’intera classe di bambini che faceva educazione fisica nella palestra della scuola qui vicino. La gente è tornata a lamentarsi della sicurezza sul lavoro, delle esalazioni nocive, della stessa esistenza della miniera. Alcuni hanno ritirato fuori la vecchia storia che l’acqua della laguna è diventata inquinata proprio per la presenza delle vecchie fabbriche che precedevano la miniera. C’era un’acciaieria nella città sommersa mi pare, prima che la Future Project installasse la miniera di estrazione e depurazione dell’acqua: il bene più prezioso al mondo. In paese addirittura è tornata a girare la leggenda dei bambini deformi. Ma che cazzo vogliono, che se i loro figli non sono deformi e vanno a scuola è proprio grazie all’interessamento e alla filantropia della Future Project. Per una classe di bambini bruciati vivi, ci sono altre venti classi di bambini che hanno da studiare, da mangiare e anche da curarsi.

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Le Bigh Tech
alla conquista
dello spazio

Dalla borghesia mercantile al capitalismo delle piattaforme, le Compagnie delle Indie odierne sono le Big Tech di Silicon Valley: le nuove multinazionali che da sole valgono quanto e più il Pil della Gran Bretagna o della Francia e che, in questi giorni, hanno superato i mille miliardi di capitalizzazione in borsa. Sono loro che hanno lanciato la sfida della conquista del cosmo, quello spazio esterno non ancora colonizzato che, secondo Rosa Luxemburg, è necessario al Capitale per superare il virus della crisi iscritto nei suoi geni. Paradigmatica di questa sovrapposizione tra il nuovo e il vecchio capitalismo estrattivista è la Planetary Resource Inc. di cui è founding investor Larry Page, l’inventore (insieme a Sergey Brin) di Google. Planetary Resources per ora si limita a lanciare in orbita satelliti e piattaforme, ma lo scopo è di arrivare al più presto a estrarre minerali da pianeti e asteroidi. Se nell’idea della campagna su Marte su scorge un nuovo Congo Belga, speriamo che il fondatore di Google non riservi ai marziani la stessa feroce e disumana crudeltà che Leopoldo II utilizzava nei confronti della popolazione africana. Ma non c’è bisogno di arrivare a tanto. Forse nemmeno di arrivare a estrarre materiali alieni in giro per la Via Lattea. Il core business del capitalismo delle piattaforme è infatti l’estrattivismo digitale, la raccolta dei Big Data – tutte i nostri movimenti in rete, cosa ci piace, cosa guardiamo, leggiamo, ascoltiamo, con chi interagiamo e dove ci soffermiamo più a lungo – con la duplice funzione disciplinare e biopolitica, di controllo e previsione dei desideri. I Big Data servono poi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ovvero di macchinari sempre più in grado di replicare le emozioni e…

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Il viaggio
dei
maledetti

C’è una nave in mezzo al mare. A bordo, centinaia di persone: donne, bambini, uomini in fuga. Non vogliono guardare dietro, nella direzione che hanno lasciato. Cercano un porto dove sbarcare. Ma nessuno li accoglie. È la primavera del 1939. Quattro mesi dopo scoppierà la Seconda Guerra mondiale. La nave è un modello di lusso, lungo quasi duecento metri e costruito in Germania. Si chiama “St. Louis”. I passeggeri sono 937: tutti ebrei, eccetto sette persone. Scappano dalle persecuzioni naziste, che negli ultimi tempi sono diventate insostenibili (sei mesi prima c’è stato il pogrom della Notte dei Cristalli). Il loro passerà alla Storia come il “viaggio dei Maledetti”. Il 13 maggio il transatlantico salpa da Amburgo. Ogni passeggero ha un regolare documento per sbarcare a Cuba, approvato dall’Ufficio immigrazione dell’isola. Considerano l’approdo a Cuba un transito, per provare poi a raggiungere gli Stati Uniti. Risultano turisti, grazie a una lacuna di un decreto cubano che non distingue chiaramente il turista dal rifugiato. La traversata dura due settimane. Mentre la nave sta affrontando l’Atlantico, il decreto lacunoso viene sostituito con un nuovo decreto dal governo cubano: i documenti dei passeggeri della St. Louis non sono più validi. Quando la nave raggiunge L’Avana, il presidente Federico Laredo Brú, nazionalista, uomo di Fulgencio Batista, rifiuta lo sbarco. Per sette giorni il capitano della nave negozia per convincere le autorità, ma senza successo. Solo in 29, tra i Maledetti, riescono ad avere comunque accesso all’isola. Restano ancora 908 persone. Il capitano Gustav Schröder ha 54 anni ed è in mare da quando ne aveva sedici. Non è ebreo. Il venerdì permette che sulla St. Louis si svolga la tradizionale preghiera ebraica e fa togliere il ritratto di Hitler dalla sala da pranzo. Schröder sa che ottenere il permesso di entrare negli Stati Uniti sarà difficilissimo, considerato l’Immigration Act che dal 1924 stabilisce limitazioni nel numero dei migranti ammessi. Eppure tenta. La St. Louis raggiunge le coste della Florida, dove è costretta ad aspettare. I negoziati proseguono per lunghe ore. La quota di migranti ammessi dalla Germania per il 1939 (27.370) è già stata raggiunta, bisognerebbe andare in deroga per questioni umanitarie. Si coinvolge direttamente Franklin Delano Roosevelt, con un telegramma al quale però il presidente non risponde. Via via diventa chiaro che gli Stati Uniti non permetteranno lo sbarco. I bambini sulla nave studiano le espressioni ansiose dei genitori, per capire quanto la situazione sia grave. Ci sarebbe ancora il Canada. La St. Louis è a due giorni di navigazione da Halifax. Ma anche le autorità canadesi decidono di tenere i loro porti chiusi ai Maledetti, nonostante un accorato appello di accademici ed ecclesiastici del Paese. D’altronde è il Canada dove un agente dell’Ufficio immigrazione nel ‘39 rispose, a chi gli chiedeva quanti ebrei sarebbero stati accolti dalle persecuzioni europee, con la celebre frase: “None is too many”.

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Contro la trappola della rassegnazione

Di Luca Rastello si è scritto e detto moltissimo, post mortem. Lo conoscevano in pochi, forse perché era mosso dall’amore per la verità e aveva uno spirito avverso a ogni conformismo e, quindi, alle logiche da cui dipende la visibilità mediatica. Ha vissuto molte vite – giornalista culturale, reporter, analis…

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#Italia
Crisi finanziarie
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