A Berlino
il vincitore
sta al centro

Cosa succede quando il linguaggio conservatore e quello progressista si assomigliano e si sovrappongono nella Germania egemone d’Europa con la sua turbo-economia. I socialdemocratici sono al loro risultato peggiore da gennaio. L’effetto Schulz sembra svanito, mentre Merkel rappresenta l’usato sicuro. Intanto l’80 per cento dei tedeschi si dice di centro. Sono davvero così noiose queste elezioni?. “Ringraziate la crescita economica per queste noiose elezioni in Germania”, parola di Bloomberg, che dà praticamente per scontata la riconferma di Angela Merkel alla cancelleria tedesca, alle politiche federali del prossimo 24 settembre. L’Economist sostiene che Merkel “meriti di vincere” e debba essere ancora “più audace nel suo (quasi inevitabile) quarto mandato” consecutivo. E ancora: “L’inamovibile Angela ha saputo muoversi meglio degli avversari in questa situazione in movimento,” scrive Michael Braun su Internazionale. Insomma, Merkel e la sua Unione cristiano-democratica (Cdu) rappresenterebbe l’usato sicuro, la continuità, l’affidabilità. L’avversario socialdemocratico Martin Schulz, invece, una (quasi) novità che non convince troppo gli elettori. Dopo un exploit iniziale, infatti, resta inchiodato al 20 per cento nei sondaggi. La chiave (e la speranza) per l’Spd sono gli indecisi: “I sondaggi, se dobbiamo proprio crederci, portano infatti una buona notizia: oltre metà degli elettori non sa per chi votare,” ha detto Schulz. Eppure i numeri parlano. Secondo quelli di Deutschlandtrend, i socialdemocratici sono al loro risultato peggiore da gennaio. Stando, invece, a un sondaggio per la tv ARD, la Cdu è al 37 per cento, e l’Spd è seguita dall’ultradestra di Alternative für Deutschland, al 12%. In coda ci sono i liberali con il 9,5 per cento e la sinistra della Linke che è scivolata al 9%, perdendo un punto. A seguire, infine, i Verdi a 7,5 per cento (-0,5).

Leggi tutto

Il capitale
digitale
in Asia

Mentre la digitalizzazione di massa è ancora in corso con la costruzione di una classe media votata al consumo, i governi preferiscono una Rete in stile cinese: tra business, controllo e repressione. L’aumento degli utenti asiatici rappresenta un’enorme opportunità di business per compagnie e governi locali, ben felici di potenziare le infrastrutture necessarie a garantire una connessione continua, stabile e affidabile, pietra angolare del «digital capitalism». Ma quando le medesime piattaforme vengono utilizzate per attività «anti-nazionali», i governi reclamano il primato del controllo, imponendo l’estensione di «law and order» anche al web: condizione imprescindibile posta a chiunque voglia partecipare alla cuccagna digitale del millennio. Le conseguenze del connubio capitale digitale e controllo governativo sono già materiale per storici della repressione. In Thailandia, ad esempio, la dittatura militare al potere ha imposto ai provider e alle compagnie telefoniche di collaborare con la giustizia in casi di presunta lesa maestà, la legge che tutela il monarca thai da critiche e insulti da parte dei suoi sudditi e che, di fatto, rappresenta lo strumento ideale per reprimere il dissenso. Si va dall’oscuramento di pagine «infamanti» all’analisi delle attività pubbliche e private condotte dagli utenti sui social network, in particolare su Facebook, dove secondo le regole di Menlo Park è obbligatorio iscriversi con nome e cognome. Negli ultimi tre anni, secondo Open Democracy, in Thailandia ben 285 persone sono state processate per il reato di lesa maestà, che prevede pene dai tre ai quindici anni di reclusione per capo d’accusa, cumulabili. In diversi processi, come prove a carico dell’accusato, sono stati utilizzati estratti di chat, messaggi privati e post di Facebook, portando a sentenze esemplari come quella comminata lo scorso giugno a un residente di Chiang Mai che aveva mancato di rispetto al re sul proprio profilo Facebook: 70 anni di detenzione, ridotti a 35 perché l’accusato si è dichiarato colpevole.

Leggi tutto

Dark Data. Viaggio nella cyborg finanza – pt. 10

L’indice Dow Jones va giù del 3% in due minuti. Crash. Concentra l’attenzione sul tuo respiro. Senti l’aria mentre entra lentamente e lascia il tuo corpo. Segui l’aria che si muove attraverso la gola, giù nei polmoni, e torna su di nuovo. L’indice scende ancora: un altro 0,4 % in dieci second…

Leggi tutto


“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Working class
"heroes"
made in Usa

«La distanza tra classi sociali in America mi sembra tutt’altro che colmata. L’America, e non solo l’America, è divisa tra chi ha tutto e chi non ha niente, e c’è ancora molto lavoro da fare per migliore lo stato delle cose». Nel suo ultimo film, In Dubious Battle – tratto dall’omonimo romanzo di Steinbeck – James Franco porta in scena le battaglie politiche condotte dagli “ultimi” contro il padronato Statunitense, durante la grande crisi degli anni ’30. Ben lungi dal suonare come un revival anacronistico, per il regista il film parla anche e soprattutto delle controversie contemporanee. California, 1933: la Grande Depressione ha devastato un paese intero e la sua onda lunga continua a mietere vittime. Un gruppo folto di persone, bianchi e neri accomunati dall’unica disgrazia di essere gli ultimi della terra, con al seguito le loro famiglie, vaga per i campi di frutta e cotone in cerca di un salario che possa mettere freno ai morsi della fame.

Leggi tutto

"Tutto è in frantumi e danza" - La presentazione del libro (video)

Big Data:
l'alfabeto del capitalismo

La mutazione di paradigma dell’alfabeto del capitalismo estrattivo è impressionante. Quella che per Lacan era la struttura dell’inconscio, unità di produzione del desiderio, è oggi trasformata in valore dalle Big Tech, che prosperano monetizzando l’inconscio e i suoi desideri. Il dominio nella raccolta pubblicitaria – Facebook 9,3 miliardi di dollari nel primo trimestre 2017, +45% sullo scorso anno, Alphabet 26 miliardi, + 21% – è solo la cornice di quest’opera seriale alla Damien Hirst. È il linguaggio di un nuovo capitalismo etico e compassionevole. O questa almeno è l’immagine che l’alfabeto vuole dare di sé. Quando invece è in atto una nuova rivoluzione industriale che ci sta riportando indietro, dall’età della borghesia al sistema feudale. Per Morozov “la ragione è molto semplice come possiamo aspettarci che un manipolo di aziende che estraggono capitale seguendo modelli reminiscenti dell’epoca feudale possano resuscitare il capitalismo globale e mettere all’opera un New Deal che calmieri l’avidità dei vecchi capitalisti, i quali non sono altro che gli investitori principali dietro queste compagnie?”.

Leggi tutto

La storia
dello Sceriffo
Joe Arpaio

Legge e Ordine negli Usa di Trump. Gli uomini che blindano il Sistema, che tengono lontani gli immigrati. Uno di questi è Joe Arpaio. «Ricorda, Joe», gli disse il padre quando era bambino «prima il sangue, cioè la tua famiglia, poi la patria, cioè la tua nazione, infine Dio, cioè colui che protegge e scagiona il tuo operato. Se tieni a mente queste cose, se ti prometti di difendere la tua famiglia e la tua patria dal fuorilegge e dall’invasore, allora potrai diventare un grande sceriffo, e forse qualcosa di ancora più grande. Mi hai capito, Joe?». «Signorsì, padre», replicò lui, prima di estrarre l’arma giocattolo e cominciare a rincorrere i fantasmatici cattivi. Anni più tardi… Che io sia dannato se concederò solo un minuto di più a questi schifosi di democratici, sponsor di un negro che vuole prendersi la presidenza della mia patria. 

Leggi tutto

Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

L'India
non cresce più
come la Cina

Non più di tre mesi fa il Fondo Monetario Internazionale magnificava la galoppata dell’economia indiana mantenendo una previsione più che ottimistica per il 2017: l’India crescerà del 7,2 per cento, si diceva. Arun Jaitley, ministro delle finanze del governo guidato da Narendra Modi, durante il G20 finanziario del mese di aprile, aveva alzato l’asticella ancora più in alto, vaticinando una crescita del Pil al 7,5 per cento per il medesimo anno. Poi, lo scorso 31 agosto, l’Ufficio Centrale delle Statistiche (Cso) indiano – sotto il ministero delle statistiche e dell’implementazione del programma – ha divulgato i dati della crescita relativi al trimestre aprile – giugno 2017, decisamente al di sotto delle aspettative: crescita reale del trimestre ferma al 5,7 per cento, sesto trimestre consecutivo di decelerazione e uno scarto di oltre 2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (7,9 per cento). L’India «cresce più della Cina» è stato per mesi il refrain, ma mentre l’ultimo trimestre economico per Pechino si è chiuso al +6,9 per cento, Nuova Delhi si è ritrovata impantanata. Amit Shah, presidente del partito di governo Bharatiya Janata Party (Bjp), braccio destro di Narendra Modi e tra i più sfacciati spin doctor del subcontinente indiano, ha cercato di tranquillizzare l’opinione pubblica interna e i potenziali investitori internazionali parlando di un presunto rallentamento frutto solo di «ragioni tecniche» e tessendo le lodi dell’attuale governo in carica, ritenuto molto meglio di quello precedente guidato dall’Indian National Congress con Manmohan Singh. Lo stesso Singh che, ricordano i più puntigliosi, nel novembre del 2016 aveva messo in guardia lo zelo decisionista dell’attuale governo in carica, prevedendo una perdita di almeno due punti percentuali del Pil: economista di formazione, alla fine si è sbagliato di 0,2 punti.

Leggi tutto

Redeloos, radeloos, reddeloos: l’anno orribile che dobbiamo attraversare

Redeloos, Radeloos, Reddeloos, tre aggettivi traducibili dall’olandese in “irrazionale”, “disperato” e “senza speranza” e, rispettivamente riferiti a popolo, governo e nazione. Di fronte al futuro che impone la fine del lavoro dei servizi, di fronte alla capacità della…

Leggi tutto


Può interessarti anche Recurring dreams

#Italia
Crisi finanziarie
Simple Share Buttons