La lotta
del giovane
Karl Marx

«Finora i filosofi hanno interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo», diceva il giovane Karl Marx. Insofferente al ripiegamento salottiero e borghese, nella versione che Peck porta sul grande schermo, si muove tra le strade e nei sobborghi proletari, è clandestino in fuga dalla sbirraglia, ama con passione la causa e la moglie Jenny, con la quale condivide le sue speculazioni e la lotta politica. È irruento negli incontri e nei comizi politici, è irriducibile e competitivo nel tener testa ai grandi pensatori della sua epoca.
Primo quarantennio del diciannovesimo secolo, nell’atmosfera fredda e ombrosa di una grande foresta, illuminata appena dagli squarci di luce che filtrano tra gli arbusti, un gruppo composto da donne, uomini e bambini affamati e vestiti con stracci, si muove circospetto, dosando i passi per non far scricchiolare il fogliame. Raccolgono in grembo legname secco, per accendere un fuoco e scaldarsi da qualche parte. In sottofondo, però, una voce ammonisce che anche appropriarsi dei rami caduti è un furto, perché il terreno che calpestano è di qualcun altro. Un istante dopo, preceduta dal nitrito delle bestie che monta, la cavalleria padronale irrompe, brandendo mazze e sciabole, e si avventa sui miserabili. Lo scontro impari dura il tempo di un urlo corale e strozzato, poi nella foresta ripiomba il silenzio assoluto, e una nebbia spettrale che ammanta i corpi straziati. Ma di spettrale rimane anche qualcos’altro, l’idea che l’oppressione subita dai padroni sia un’ingiustizia da affrontare e non uno stato irriducibile delle cose, e quest’idea comincia a gonfiarsi e aggirarsi per l’Europa…
Dal 5 aprile è nelle sale italiane, purtroppo con una distribuzione limitata,  Il giovane Karl Marx. Il regista è Raoul Peck, haitiano d’origine che ha trascorso molti anni in esilio volontario dal suo Paese, per poi rientrarvi a metà degli anni ’90, quando il regime dittatoriale è caduto. Peck ha all’attivo una ventina di opere cinematografiche ed è noto già dai primi anni zero, quando alcuni suoi film approdano al Festival di Cannes. La sua cifra autoriale è tornata a imporsi di recente, in Europa e a livello internazionale, dopo la realizzazione di I’m not your negro – 2016, documentario incentrato sulla questione razziale negli Usa – e, appunto, Il giovane Karl Marx. Il film racconta le vicende del giovane Marx, nel periodo in cui è costretto a emigrare con la moglie Jenny, per evitare ritorsioni politiche e trovare un editore che lo sostenga, in Francia. Qui conoscerà anche Friedrich Engels e insieme, dopo varie traversie, daranno vita al Manifesto del Partito Comunista. La pellicola si iscrive nel genere del biopic e tuttavia, al tempo stesso, si sottrae a una catalogazione troppo stringente, perché sull’attenzione ai dettagli del contesto storico prevale la forza delle idee universali e senza tempo.

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Inquinamento:
a pagare
sono i poveri

Il divario tra l’aria più inquinata del mondo e quella meno inquinata è impressionante. Mentre i paesi sviluppati si sono adoperati per ripulire la propria aria, tanti paesi in via di sviluppo hanno visto peggiorare i propri livelli di inquinamento atmosferico in favore della crescita economica. Più della metà dei decessi direttamente causati dall’inquinamento atmosferico sono distribuiti tra Cina e India.
Il 95 per cento della popolazione mondiale respira aria “insalubre” e più si è poveri più la qualità dell’aria peggiora. Si tratta del dato più allarmante contenuto in un recente rapporto sullo stato globale dell’inquinamento atmosferico rilasciato dall’Health Effect Institute (HEI), considerato il documento più aggiornato e accurato in materia a disposizione della comunità internazionale. Il rapporto, “State of Global Air 2018”, scatta un’istantanea inquietante del “problema globale” per antonomasia non solo ribadendo l’urgenza di uno sforzo collettivo per il contenimento delle emissioni nocive nell’aria ma, soprattutto, individuando con precisione una scala di responsabilità storiche e attuali che riflette la gerarchia del benessere economico su scala globale. “Nel 2016 l’esposizione a Pm 2,5 su scala globale – si legge nel rapporto – ha portato a 4,1 milioni di morti per malattie cardiache e infarti, cancro ai polmoni, malattie croniche ai polmoni e infezioni respiratorie, […] pari al 7,5 per cento dei decessi totali”, facendo dell’inquinamento atmosferico la quarta causa di morte su scala globale dopo ipertensione, obesità e tabagismo. Più della metà dei decessi direttamente causati dall’inquinamento atmosferico sono distribuiti tra Cina e India, dove in aggiunta all’aria malsana respirata all’aperto, specie nelle zone rurali, più di 2,6 miliardi di persone respirano aria inquinata anche all’interno delle quattro mura domestiche. Il fenomeno, inestricabilmente legato al deficit di sviluppo delle campagne rispetto ai centri urbani più moderni dei due giganti asiatici, è conseguenza diretta dell’utilizzo di combustibili fossili per il riscaldamento delle case e per cucinare: lontano dalle comodità delle megalopoli asiatiche, stufe a legna o a carbone rappresentano ancora lo standard a basso costo per gran parte dei nuclei familiari rurali. I danni alla salute provocati dalla combustione domestica di biomassa sono ancora più evidenti quando le morti causate dall’inquinamento atmosferico sono indicate in rapporto alla popolazione. In questa tabella riportata da Forbes, ad esempio, l’Afghanistan è in cima alla lista di decessi per inquinamento atmosferico ogni 100mila abitanti, mostrando un’incidenza doppia rispetto all’India. “Non si tratta solo di un problema afgano: succede in tutti i paesi poveri. Mentre l’immaginario stereotipato dell’inquinamento atmosferico si concentra sullo smog, sulle fabbriche e sul traffico dei colossi economici asiatici, gran parte dell’inquinamento proviene da semplici stufe o generatori nelle campagne.

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Il potere della
tecno-finanza

“Per capire quale è la posta dietro all’economia digitale e all’high tech, bisogna individuare i soggetti che la finanziano e in quale modalità lo fanno. Oggi gli investitori famelici non comprano sulla base di indicatori tradizionali reali, bensì sul futuro potere che i big dell’high tech potrebbero esercitare sulla sfera pub…

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Leggi anche “Dark data e cyborg finanza”

“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Trasformando
i vecchi
mercati rionali

Nell’Occidente del nostro tempo il mercato rionale sta cambiando volto. Diventa “esperienza”, oggetto di storytelling. Si orienta a una domanda occasionale, benestante, in cerca di prodotti sofisticati. Così il mercato non è più un posto dove i residenti fanno la spesa ma un’attrazione turistica da visitare. Non più un polo al servizio del quotidiano di una comunità ma un set teatrale per un pubblico che vuole combinare l’eccellenza gastronomica all’esotismo del popolare, del genuino, del tipico. E allora il mercato trasforma la sua funzione, e i prezzi. Secondo una ficcante definizione, è la “Gourmet gentrification”. Nel recente, importante saggio sul turismo Selfie del mondo, Marco D’Eramo centra la questione: “I «mercati tipici» sono un altro esempio di backstage che si offre in spettacolo, perché lì i turisti cercano non «il bazar per turisti», ma il luogo in cui i locali vanno davvero a rifornirsi per la loro vita quotidiana. Questi mercatini all’inizio si offrono semplicemente allo sguardo continuando a mantenere il loro carattere “indigeno”, ma a poco a poco cominciano a offrire mercanzie rivolte soprattutto ai visitatori turisti, o semplicemente a impacchettare le stesse derrate ma in confezioni che possano essere acquistate (e regalate) come souvenir, finché diventano mercati interamente turistici”. D’Eramo parte dall’esempio del Mercado de San Miguel a Madrid ma il discorso si estende con facilità ad altri casi, dal Brixton Market di Londra al Grand Central Market di Los Angeles. E di recente Roma ha preso a correre in questa stessa direzione. Aperto dalle 8 del mattino a mezzanotte, anche la domenica. Meno di venti banchi, definiti “botteghe artigiane”, e un piano dedicato alla ristorazione d’autore (lo chef è Oliver Glowig). Il Mercato Centrale riunisce le eccellenze gastronomiche della città, ammicca allo street-food.

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La rivoluzione dell'aria

Oltre
il capitalismo
finanziario

Il paradigma del capitalismo è cambiato: estrazione per espropriazione, attraverso le nuove piattaforme tecnologiche e i social network. Oggi i fondi sovrani si litigano le big tech e le piccole start up di innovazione tecnologica. La finanza è diventata la prosecuzione della geopolitica con altri mezzi. In ballo c’è l’egemonia dell’estrazione digitale. Se i dati offrono infinite possibilità di sviluppo, bisogna riprenderseli e costruire un enorme data base pubblico.  L’estrattivismo dal suolo terrestre ha caratterizzato il capitalismo dalla notte dei tempi, determinando guerre e devastazioni ambientali per centinaia di anni. È l’accumulazione originaria di cui scrive Karl Marx.

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Bardonecchia
mon
amour

Non sarà stato a causa del blitz oltreconfine della gendarmerie contro i migranti avvenuto a Bardonecchia, ma in pochi giorni nei salotti della finanza italiana si è costruito un solido fronte antifrancese. I fatti sono noti. Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) è entrata a gamba tesa nel dossier più delicato dell’economia nazionale: la partita tra Elliott e Vivendi per il controllo di Tim. I francesi di Vivendi controllano il 23,9% di Tim, e spingono per creare un polo europeo delle telecomunicazioni in grado di competere globalmente con i colossi cinesi e americani. Sullo sfondo, ma nemmeno troppo, la questione dello scorporo della rete. La nuova piattaforma auspicata dalla società francese, guidata dal bretone Vincent Bolloré, più che ad ampio respiro europeo può essere inserita nell’idea di grandeur transalpina che oggi ha il volto giovane e spavaldo di Emmanel Macron.

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

L'India e
la sfida solare:
cosa è in gioco

La rivoluzione green di Nuova Delhi continua a stupire, ma l’entusiasmo generale per il solare indiano è minacciato da potenziali scossoni del mercato, su tutti l’eventuale imposizione di dazi per tutelare le – pochissime – aziende produttrici di pannelli solari autoctone dall’invasione di pannelli Made in China. Alla fine del mese di marzo l’India ha festeggiato il raggiungimento di un traguardo dall’altissimo valore simbolico per il futuro energetico del paese. La produzione energetica nazionale da fonti rinnovabili – idroelettrico, eolico e fotovoltaico – ha superato quota 100mila gigawattore (Gwh) all’anno. In percentuale siamo ancora ben lontani dalla quota derivata da combustibili fossili, intorno al 70 per cento della potenza energetica installata in India, ma già al di sopra del nucleare e vicini a un altro obiettivo fissato dall’attuale amministrazione: produrre il 10 per cento dell’energia necessaria a mandare avanti il paese con fonti rinnovabili meno inquinanti entro la fine del 2019. Oggi siamo al 7,7 per cento, segno che lo sforzo indirizzato verso un consumo energetico più responsabile e meno dannoso per l’ambiente sta dando i frutti sperati. Si tratta di un risultato del governo presieduto da Narendra Modi, dimostrando che gli impegni presi ufficialmente alla conferenza dei cambiamenti climatici di Parigi nel 2015 (Cop21) per l’India non solo rimangono inderogabili, ma la stanno effettivamente proiettando alla guida di una rivoluzione energetica su scala globale.

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Blade Runner 2049

Trent’anni sono passati da quando Rick Deckard diede la caccia al replicante Roy Batty e ai suoi compagni. Trentacinque da quando uscì al cinema il film che ne narrava la storia. Un lasso di tempo molto lungo, forse, che rendeva ancora più azzardato il tentativo…

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