Shhh...
Il nemico
ti sorveglia

Il panottico contemporaneo nasce dalla collaborazione tra lo Stato e l’apparato militare. È nei laboratori di psicometria delle più prestigiose università che sono elaborati gli studi e le ricerche per l’elaborazione di sistemi che attraverso la raccolta dei dati monitorano – e prevedono – i desideri degli utenti in ambito commerciale. I dati sono il potere, la democrazia si può hackerare. L’analisi dei dati nella società della sorveglianza non serve per predire il futuro, ma per costruirlo. Il social network aperto sul tuo telefonino non è pericoloso, perché sa cosa vuoi prima ancora di te. Il punto è che è proprio lui a dirti cosa devi volere. «I social media ti permettono di raggiungere praticamente chiunque, e di giocare con le loro menti. Puoi fare quello che vuoi, puoi essere chi vuoi. È il luogo dove si combattono le guerre, vincono le elezioni, dove si sviluppa il terrorismo» afferma Uzi Shaya, ex membro del servizio segreto israeliano. Lo dice al «New Yorker», che titola: “Il Mossad privato, al servizio di chi paga”. È la guerra psichica. Si racconta la storia di Psy-Group, una delle mille organizzazioni di “mercenari della rete”. Ex militari, analisti dell’intelligence, agenti segreti, sviluppatori della Silicon Valley, hacker islandesi, guerriglieri del Corno d’Africa. Al netto delle paranoie che hanno scortate l’elezione di Donald Trump – il nuovo undici settembre della cospirazione globale, quando il mantra è stato “sarà un complotto che vi seppellirà” – il long form del «New Yorker» racconta come questa ex agenzia privata israeliana di intelligence non si limiti a raccogliere dati per sorvegliare e punire. Utilizza invece le più sofisticate tecniche di manipolazione per influenzare le persone. È così da sempre. Fine anni Cinquanta, tra le prime società che s’interessano alla raccolta e alla catalogazione dei dati c’è la Simulmatics Corporation, nata per orientare i flussi elettorali e per operazioni di spionaggio e controguerriglia in funzione anticomunista come contractor dell’esercito americano. Tra i fondatori c’è Ithiel de Sola Pool, professore al MIT, pioniere della tecnologia applicata alle scienze sociali, creatore del modello teorico simulmatics e una delle menti dietro la creazione di Arpanet (Advanced Research Projects Agency Network), il progetto dell’esercito americano da cui nasce internet. Da Simulmatics Corporation nasce Parlantir, poi Cambridge Analytica: le unisce un filo nero fatto di colpi di Stato, rivoluzioni fallite, elezioni falsate, bombe nelle piazze e nelle stazioni, stragi nelle scuole e nelle chiese, manuali di controguerriglia psichica urbana.

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L'epoca
delle
asimmetrie

La politica è sempre più asimmetrica e con essa le condizioni di vita, i mezzi di produzione e le relative proiezioni di questo malessere sull’elettorato: da un lato la ricerca di una fantomatica identità perduta nelle recrudescenze dei nazionalismi; dall’altra la difesa a oltranza di un fortino di privilegi che sono aumentati a dismisura. Esplodono anche le asimmetrie dell’avanzamento tecnologico. I dati sono il nuovo capitalismo e i nuovi padroni sono coloro che dispongono delle tendenze comportamentali dell’umanità intera. Sono quelli in grado di prevedere e orientare qualsiasi trend, di influenzare decisioni future e di mettere a reddito tutto questo, vendendo le informazioni e i dati sensibili che hanno accumulato al miglior acquirente, o utilizzandoli loro stessi per consolidare il loro impero. Non è un complotto, come lo definirebbero i populisti per gettare fumo negli occhi delle persone e accaparrarsi voti, è il potere della tecno-finanza. Lo sfruttamento privatistico dei dati è asimmetrico per definizione, ed è l’umanità connessa a fornire la materia prima alla gigantesca industria digitale. Volendolo sintetizzare in un mantra, suonerebbe così: metti un like, lavora sempre, non dormi mai. L’accumulazione originaria diventa “continua”, come osservava Hanna Arendt. Non si limita più a una fase iniziale ma si trasforma in accumulazione per espropriazione, come afferma David Harvey. Sorvegliare ed estrarre, dunque. Il capitalismo digitale accumula dati e ricchezza tramite l’espropriazione volontaria dei dati riversati consapevolmente o meno da tutti coloro che si connettono. Per dirla con Matrix: pillola blu ovvero l’estrazione per sorveglianza; pillola rossa ovvero l’estrazione per espropriazione del valore. Un’asimmetria, quella dei dati, davvero eclatante eppure impunita: la materia prima del capitalismo digitale viene estratta dal comportamento di miliardi di persone che interrogano le piattaforme gratuite o interagiscono candidamente nell’info-sfera. Mondo virtuale, certo. E tuttavia, riavvolgendo il nastro, le asimmetrie modellano anche e soprattutto gli spazi e i corpi nello spazio, i tempi produttivi e quelli del sedicente svago. Il calcio, ad esempio. Dimenticate le banlieues e abbandonate tutte le periferie in cui era collante sociale e fuga dall’inferno, il calcio è oggi ridotto a farsa speculativa in cui i fatturati delle squadre più forti sono multipli di quelle piccole. Di sicuro è sempre stata questa la tendenza di uno sport che nasce capitalista e quindi niente affatto innocente…

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I dark data sono sempre più “darker”

Il mondo è alterato da meccanismi finanziari che tendono a una progressiva oscurità, all’interno della quale agisce una forza capace di succhiare valore da qualsiasi aspetto della vita umana. I “dark data” diventano sempre più “darker”. Ma «c’è una crepa in ogni cosa, ed è così che entra la luce».…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Insorgiamo
ovunque, come
fiori a primavera

Quando ci interroghiamo su come stanno le donne, per prima cosa dobbiamo tenere presente che milioni di loro lottano ancora per avere i diritti fondamentali di autodeterminazione. E le altre? Nei Paesi dove hanno avuto luogo le grandi battaglie per la parità di genere alcune conquiste sono state fatte, e le donne oggi hanno raggiunto un’eguaglianza almeno formale. Anche se poi, nella sostanza, le donne sono strutturalmente più svantaggiate in quasi tutti gli ambiti dell’esistenza. Non solo. La cosiddetta emancipazione femminile portava con sé grandi promesse: la fine degli stereotipi e ruoli di genere, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, la libertà sessuale e nuove forme di relazione. A distanza di qualche decennio si può affermare con certezza che queste promesse non sono state mantenute. Mentre si facevano entrare le donne a pieno titolo nel mondo del lavoro, il mondo del lavoro veniva reso un girone infernale, anno dopo anno, riforma dopo riforma, a colpi di deregulation. Non solo. Mentre si accettava che le donne potessero decidere di vivere una vita fuori dalle mura domestiche contemporaneamente si smantellavano i servizi e il welfare. Riforma dopo riforma, a colpi di austerity. Ferite mortali a quelle strutture come asili, scuole, ospedali, luoghi di cura e sussidi, il cui funzionamento è indispensabile a liberare il tempo vitale delle donne. Come stanno quindi le donne oggi? Stanche, perché due volte sfruttate. I ruoli di genere sono ancora in piedi. In Italia, le donne svolgono il 73% del lavoro domestico non retribuito.

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La rivoluzione dell'aria

Brexit: triste
nostalgia
nazionalista

Nel 2015, quando l’allora primo ministro conservatore David Cameron lanciò il referendum su Brexit, l’obiettivo politico doveva essere ricompattare il Partito e soffocare nella culla la minaccia dell’avanguardia “sovranista” dell’Ukip di Nigel Farage. Sovranismo” che, ricordiamo, è neologismo cosmetico per tutti i rinnovati nazionalismi ben più vicini al Capitale (come sempre, nella Storia) di quanto non vogliano apparire. La maggioranza di misura pro-Brexit, che quasi nessuno si sarebbe nemmeno mai sognato di prevedere, ha ottenuto precisamente l’opposto: carriera politica finita per Cameron, leadership Tory allo sbando, rilancio a livello internazionale di una retorica sovranista per la prima volta vincente alle urne referendarie. La vittoria del “Leave”, col senno di poi, ha sostanzialmente funzionato da propulsore per una matrice ideologica nata all’indomani del trauma collettivo del 2008 e diffusasi a macchia d’olio in gran parte dell’Occidente. Colpiti duramente dalla crisi economica portata in dote dalla globalizzazione alla maniera neoliberista, gli elettori del “Primo mondo” hanno trovato nella nostalgia dei presunti bei tempi che furono la terapia per affrontare le ansie del nuovo millennio. Si tratta di una strategia vincente, come dimostrano i Salvini e i Trump della politica contemporanea, basata su un calcolo aritmetico puramente generazionale: i vecchi votano più dei giovani; i vecchi sono più dei giovani; il nostalgismo convince i vecchi più dei giovani. Un quadro che emerge chiarissimo dall’analisi del voto in UK per il referendum su Brexit. Schermandosi dietro alla “volontà popolare”, i Tory di Theresa May hanno…

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Essere
una
macchina

Il libro di Mark O’Connell, Essere una macchina, uscito lo scorso settembre (Adelphi, 2018) è il resoconto di un viaggio del 2016 in America sulle tracce dei transumanisti, un gruppo non sempre identificabile di individui che, in diverse forme e modalità, credono nel superamento della morte grazie all’ausilio della tecnologia avanzata. Potrebbero esser classificati come tecno-utopisti, ma in realtà i personaggi che incontra O’Connell scavalcano questa definizione, in quanto le loro pratiche e studi oltrepassano l’immanenza delle problematiche della vita stessa e sfociano in una trascendenza tecnologica che può essere letta alla stregua di un vero e proprio culto religioso. Il tono della narrazione assume tinte spesso ciniche e distaccate, ma mai canzonatorie e irriverenti. A un primo approccio potrebbe ricordare Un viaggio divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, per il sarcasmo di alcune descrizioni grottesche. Eppure a una lettura attenta è evidente che il tema viene trattato con molta serietà e se alcuni personaggi descritti risultano essere degli outsiders totali – quasi degli strampalati – alla fine l’autore si sottrae dall’intento di un’analisi antropologica (alla DFW) e si concentra più  sullo spirito del tempo e lo stato dell’arte in merito alla ricerca tecnologica più accelerata. Il “viaggio” di O’Connell si svolge ai confini del mondo a noi finora noto, e per fare un parallelo con il secolo scorso le ricerche dei transumanisti sembrano aver sostituito le scorribande spaziali del ‘900, giacché lo spirito utopico non è più declinato nella scoperta di pianeti nuovi da colonizzare, ma è rivolto all’interno del corpo umano, nuova frontiera del sogno di vita eterna, immortalità.

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Il viaggio
dei
maledetti

C’è una nave in mezzo al mare. A bordo, centinaia di persone: donne, bambini, uomini in fuga. Non vogliono guardare dietro, nella direzione che hanno lasciato. Cercano un porto dove sbarcare. Ma nessuno li accoglie. È la primavera del 1939. Quattro mesi dopo scoppierà la Seconda Guerra mondiale. La nave è un modello di lusso, lungo quasi duecento metri e costruito in Germania. Si chiama “St. Louis”. I passeggeri sono 937: tutti ebrei, eccetto sette persone. Scappano dalle persecuzioni naziste, che negli ultimi tempi sono diventate insostenibili (sei mesi prima c’è stato il pogrom della Notte dei Cristalli). Il loro passerà alla Storia come il “viaggio dei Maledetti”. Il 13 maggio il transatlantico salpa da Amburgo. Ogni passeggero ha un regolare documento per sbarcare a Cuba, approvato dall’Ufficio immigrazione dell’isola. Considerano l’approdo a Cuba un transito, per provare poi a raggiungere gli Stati Uniti. Risultano turisti, grazie a una lacuna di un decreto cubano che non distingue chiaramente il turista dal rifugiato. La traversata dura due settimane. Mentre la nave sta affrontando l’Atlantico, il decreto lacunoso viene sostituito con un nuovo decreto dal governo cubano: i documenti dei passeggeri della St. Louis non sono più validi. Quando la nave raggiunge L’Avana, il presidente Federico Laredo Brú, nazionalista, uomo di Fulgencio Batista, rifiuta lo sbarco. Per sette giorni il capitano della nave negozia per convincere le autorità, ma senza successo. Solo in 29, tra i Maledetti, riescono ad avere comunque accesso all’isola. Restano ancora 908 persone. Il capitano Gustav Schröder ha 54 anni ed è in mare da quando ne aveva sedici. Non è ebreo. Il venerdì permette che sulla St. Louis si svolga la tradizionale preghiera ebraica e fa togliere il ritratto di Hitler dalla sala da pranzo. Schröder sa che ottenere il permesso di entrare negli Stati Uniti sarà difficilissimo, considerato l’Immigration Act che dal 1924 stabilisce limitazioni nel numero dei migranti ammessi. Eppure tenta. La St. Louis raggiunge le coste della Florida, dove è costretta ad aspettare. I negoziati proseguono per lunghe ore. La quota di migranti ammessi dalla Germania per il 1939 (27.370) è già stata raggiunta, bisognerebbe andare in deroga per questioni umanitarie. Si coinvolge direttamente Franklin Delano Roosevelt, con un telegramma al quale però il presidente non risponde. Via via diventa chiaro che gli Stati Uniti non permetteranno lo sbarco. I bambini sulla nave studiano le espressioni ansiose dei genitori, per capire quanto la situazione sia grave. Ci sarebbe ancora il Canada. La St. Louis è a due giorni di navigazione da Halifax. Ma anche le autorità canadesi decidono di tenere i loro porti chiusi ai Maledetti, nonostante un accorato appello di accademici ed ecclesiastici del Paese. D’altronde è il Canada dove un agente dell’Ufficio immigrazione nel ‘39 rispose, a chi gli chiedeva quanti ebrei sarebbero stati accolti dalle persecuzioni europee, con la celebre frase: “None is too many”.

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Contro la trappola della rassegnazione

Di Luca Rastello si è scritto e detto moltissimo, post mortem. Lo conoscevano in pochi, forse perché era mosso dall’amore per la verità e aveva uno spirito avverso a ogni conformismo e, quindi, alle logiche da cui dipende la visibilità mediatica. Ha vissuto molte vite – giornalista culturale, reporter, analis…

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#Italia
Crisi finanziarie
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