La criminalità
dal locale
al globale

Italia, una democrazia a partecipazione mafiosa? Impazza una crisi istituzionale senza precedenti, nel nostro paese in cui le crisi, anziché risolversi, sembrano accumularsi anno dopo anno e alimentarsi l’una con l’altra. Proprio Italy from Crisis to Crisis è il titolo di un importante volume di taglio accademico a cura di Matthew Evangelista (Routledge, New York, 2018), che contiene fra gli altri un contributo di Fabio Armao, docente di Relazioni internazionali all’Università di Torino, sulla drammatica ascesa dei poteri mafiosi nel nostro paese. Lo abbiamo intervistatoper approfondire le dinamiche e sorti di questo tema, tanto delicato da affrontare quanto urgente. Professor Armao, nel suo recente saggio sostiene che la democrazia italiana non è minacciata soltanto dalle crisi politica, economica e sociale, ma anche da una “crisi di legalità”, tanto drammatica quanto sottovalutata, di cui sono protagoniste le mafie. Sì, è in atto una profonda crisi di legalità, sebbene il tema sia totalmente trascurato, salvo quando emergono nuove sconvolgenti inchieste giudiziarie. Del resto, fin dal secondo dopoguerra i poteri mafiosi si sono sviluppati anche a causa della costante sottovalutazione da parte delle istituzioni e delle scienze sociali. Alla base di tutto c’è un malinteso: le mafie non sono né un residuo del sottosviluppo né un esempio di mancata modernizzazione, sono attori straordinariamente moderni con grandi capacità di adattamento.Non sono – come siamo abituati a pensare – organizzazioni puramente criminali, dedite soltanto alle estorsioni o a traffici illeciti: la peculiarità delle mafie è il radicamento sul territorio, dove svolgono attività illegali, certo, ma soprattutto intessono rapporti con la società civile e con le élite politiche ed economiche, in particolare entrando nel sistema degli appalti. E poi bisogna tenere conto che se le mafie prosperano in Italia e in moltissime zone del pianeta, è soprattutto perché rispondono a domande presenti nella società. Si riferisce alla domanda di beni illeciti, come le droghe? Gli affari criminali derivano proprio dall’esistenza di beni illeciti richiesti dalla popolazione, come è evidente nel caso della droga. Il problema del narcotraffico viene letto soprattutto dal lato dell’offerta: da decenni tutte le strategie degli Usa si basano su una fallimentare “guerra alla droga”, di cui sono teatro i luoghi di produzione e di transito, mentre nessuno ha voglia di interrogarsi sul banale fatto che se il mercato delle droghe continua a prosperare nonostante tutto, è perché esiste una domanda di droghe, peraltro crescente, nel mondo occidentale.

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Trump-Kim:
l'America non
sia più first

Alla fine l’hanno fatto. Contro ogni previsione e superando ogni tentativo di auto-boicottaggio avanzato dalle rispettive amministrazioni, il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente statunitense Donald Trump si sono incontrati al Capella Hotel dell’isola di Sentosa, lasciandoci una serie di fotografie che, vecchie di qualche giorno, già sono considerate immagini iconiche di un passaggio storico quanto mai inatteso. L’esito del vertice di Singapore, arrivato al culmine di un’hype sapientemente alimentata dai media statunitensi, sembra però aver deluso gran parte degli osservatori internazionali. Il coro, quasi unanime, lamenta il sostanziale fallimento del presidente Trump, che se ne torna a Washington con un accordo firmato e controfirmato da Kim. In sostanza, Corea del Nord e Stati Uniti convengono sulla necessità di proseguire gli sforzi verso la «denuclearizzazione della penisola coreana». Fuori dal gergo diplomatico, la traduzione più appropriata dei contenuti dell’accordo rimane il termine «fuffa». Non pago, seguendo il proprio istinto di negoziatore, come segno di buona volontà degli Stati Uniti Trump ha annunciato a sorpresa la sospensione delle esercitazioni militari congiunte che, a scadenza annuale, interessano gli eserciti di Washington e Seul. «War games» che “the Donald”, facendo curiosamente eco alle critiche storiche di Pechino sull’argomento, ha fatto saltare così da «risparmiare un’enorme quantità di denaro» e poiché «molto provocatori». Misura apparentemente non concordata né coi vertici militari statunitensi, né con gli alleati sudcoreani: un coniglio dal cilindro estratto dallo stesso Trump che mesi fa si gonfiava il petto annunciando l’arrivo della «Invencible Armada» della U.S. Navy davanti alle coste nordcoreane. Ciò che è mancato, sempre secondo i principali osservatori occidentali, è stato «costringere» Pyongyang ad accettare condizioni più severe e vincolanti prima di alleggerire la «tremendous pressure» promessa dall’amministrazione Trump solo qualche mese fa. Nel testo dell’accordo, si lamenta, è completamente assente qualsivoglia roadmap dettagliata verso l’abbandono, da parte di Pyongyang, del proprio programma nucleare: un processo che gli Usa descrivono con l’acronimo CVID, «complete, verifiable, irreversible denuclearisation», abilmente smarcato da Kim Jong-un, rimandando la discussione dei dettagli a data da destinarsi. L’impressione è che gran parte delle valutazioni e delle opinioni esposte a pochi giorni da questo storico 12 giugno continuino a essere viziate da un approccio «America First».

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Una feroce continuità

Il governo “gialloverde” sarebbe stato succube della stessa identica ideologia contro cui tanto si era scagliato durante la campagna elettorale italiana. Soltanto, “gialli” e “verdi”, si davano una facciata più radicale ed estrema, ma altrettanto incardinata nelle logiche di asservimento al Capitale. Vede, al di là di tutta la reto…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Il viaggio
dei
maledetti

C’è una nave in mezzo al mare. A bordo, centinaia di persone: donne, bambini, uomini in fuga. Non vogliono guardare dietro, nella direzione che hanno lasciato. Cercano un porto dove sbarcare. Ma nessuno li accoglie. È la primavera del 1939. Quattro mesi dopo scoppierà la Seconda Guerra mondiale. La nave è un modello di lusso, lungo quasi duecento metri e costruito in Germania. Si chiama “St. Louis”. I passeggeri sono 937: tutti ebrei, eccetto sette persone. Scappano dalle persecuzioni naziste, che negli ultimi tempi sono diventate insostenibili (sei mesi prima c’è stato il pogrom della Notte dei Cristalli). Il loro passerà alla Storia come il “viaggio dei Maledetti”. Il 13 maggio il transatlantico salpa da Amburgo. Ogni passeggero ha un regolare documento per sbarcare a Cuba, approvato dall’Ufficio immigrazione dell’isola. Considerano l’approdo a Cuba un transito, per provare poi a raggiungere gli Stati Uniti. Risultano turisti, grazie a una lacuna di un decreto cubano che non distingue chiaramente il turista dal rifugiato. La traversata dura due settimane. Mentre la nave sta affrontando l’Atlantico, il decreto lacunoso viene sostituito con un nuovo decreto dal governo cubano: i documenti dei passeggeri della St. Louis non sono più validi. Quando la nave raggiunge L’Avana, il presidente Federico Laredo Brú, nazionalista, uomo di Fulgencio Batista, rifiuta lo sbarco. Per sette giorni il capitano della nave negozia per convincere le autorità, ma senza successo. Solo in 29, tra i Maledetti, riescono ad avere comunque accesso all’isola. Restano ancora 908 persone. Il capitano Gustav Schröder ha 54 anni ed è in mare da quando ne aveva sedici. Non è ebreo. Il venerdì permette che sulla St. Louis si svolga la tradizionale preghiera ebraica e fa togliere il ritratto di Hitler dalla sala da pranzo.

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La rivoluzione dell'aria

Quando la
cittadinanza
è un premio

Nelle ore successive, si è discusso su quale fosse il premio più giusto per Mamadou Gassama. La Légion d’honneur, la più alta onoreficenza della Repubblica francese. Un periodo di servizio civile con i Vigili del Fuoco di Parigi (che si sono dichiarati pronti ad accoglierlo). Alla fine si è deciso per la cittadinanza onoraria. E in tempi record: perché a un atto eccezionale deve corrispondere una procedura eccezionale, come titola «Le Parisien». C’è il Ministro degli Interni in persona, allora, a vigilare affinché il permesso arrivi “nel minor tempo possibile”. La circolare Valls del 2012 dice che un irregolare può cambiare la propria posizione dando prova “di un talento eccezionale o di servizi resi alla collettività”. Per la Francia degli anni Dieci la cittadinanza è una ricompensa, un premio. Sabato 26 maggio, nord di Parigi. Il bambino è sospeso nel vuoto, al quarto piano di un edificio. Ha quattro anni, la famiglia è originaria della Réunion. È scivolato dal balcone di casa e ora si tiene appeso alla ringhiera. C’è una piccola folla che osserva impotente la scena. Sono le otto di sera. Mamadou Gassama, 22 anni, migrante irregolare sul suolo francese, sta andando a cena con la sua ragazza e poi vedranno inseme la finale di Champions League. Dev’essere affamato perché è periodo di ramadan, e lui è un musulmano praticante. Alza la testa, si accorge della situazione. Non lascia perdere, pensando ai guai che passerebbe se fosse identificato. Si lancia a scalare il palazzo, balcone dopo balcone, a mani nude: si arrampica, in meno di trenta secondi, fino a raggiungere il quarto piano. E salva il bambino. Mamadou Gassama è orfano di madre e da adolescente ha lavorato in Costa d’Avorio, prima di dover tornare a casa per la guerra civile.

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Il giorno che
l'Europa salvò
il mondo-pt.3

Quando in Italia abbiamo deciso di non seguire l’esempio della Silicon Valley, di non destinare un’unica area a polo d’innovazione tecnologica, ma di costruire una rete che ri-valorizzasse il vecchio asse portante di un paese fatto di piccoli Borghi e Comuni, in molti ci hanno presi per visionari, per non dire nostalgici. Invece, le possibilità offerte dalla Rete sono proprio queste. Grazie all’introduzione della banda larga nel 98% dei Paesi con più di cinquemila abitanti, si è potuta creare una struttura capillare e interconnessa, dove le migliori intelligenze fossero in connessione costante. […] Questo ha permesso di rivalutare da un punto di vista economico e ambientale sia i piccoli borghi, che soffrivano un progressivo e inesorabile spopolamento, sia i comuni che una volta basavano la propria ricchezza sull’industria pesante. Come Terni. […] Ora qui vengono da tutta Europa, per non dire da tutto il mondo, tecnici, matematici, informatici, architetti, urbanisti. Attratti dalla qualità della vita del piccolo paese e dalle molteplici possibilità di crescita lavorativa. Come per incanto, ma soprattutto grazie alla web tax introdotta nel 2009, i borghi dei tanti Sud d’Europa hanno intercettato il nomadismo delle donne e degli uomini degli anni Dieci. Molte multinazionali furono incentivate a delocalizzare gli uffici direttivi nella “periferia” del vecchio continente. In Spagna, Grecia e Italia località rurali sembrano vivere un nuovo Rinascimento. Fibra, infrastrutture sostenibili e trasporti ecologicamente compatibili garantiscono un’altissima qualità della vita ai dannati dell’ambiente che scelgono di trasferirsi in quei territori. Il Mezzogiorno compete con il Nord per numero di posti di lavoro, creati favorendo l’aumento del numero di scuole, ospedali e altre strutture fondamentali.

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Trasformando
i vecchi
mercati rionali

Nell’Occidente del nostro tempo il mercato rionale sta cambiando volto. Diventa “esperienza”, oggetto di storytelling. Si orienta a una domanda occasionale, benestante, in cerca di prodotti sofisticati. Così il mercato non è più un posto dove i residenti fanno la spesa ma un’attrazione turistica da visitare. Non più un polo al servizio del quotidiano di una comunità ma un set teatrale per un pubblico che vuole combinare l’eccellenza gastronomica all’esotismo del popolare, del genuino, del tipico. E allora il mercato trasforma la sua funzione, e i prezzi. Secondo una ficcante definizione, è la “Gourmet gentrification”. Nel recente saggio sul turismo Selfie del mondo, Marco D’Eramo scrive: “I «mercati tipici» sono un altro esempio di backstage che si offre in spettacolo, perché lì i turisti cercano non «il bazar per turisti», ma il luogo in cui i locali vanno davvero a rifornirsi per la loro vita quotidiana. Questi mercatini all’inizio si offrono semplicemente allo sguardo continuando a mantenere il loro carattere “indigeno”, ma a poco a poco cominciano a offrire mercanzie rivolte soprattutto ai visitatori turisti, o semplicemente a impacchettare le stesse derrate ma in confezioni che possano essere acquistate (e regalate) come souvenir, finché diventano mercati interamente turistici”. D’Eramo parte dall’esempio del Mercado de San Miguel a Madrid ma il discorso si estende con facilità ad altri casi, dal Brixton Market di Londra al Grand Central Market di Los Angeles. E di recente Roma ha preso a correre in questa stessa direzione. Aperto dalle 8 del mattino a mezzanotte, anche la domenica. Meno di venti banchi, definiti “botteghe artigiane”, e un piano dedicato alla ristorazione d’autore (lo chef è Oliver Glowig). Il Mercato Centrale riunisce le eccellenze gastronomiche della città, ammicca allo street-food e propone abbinamenti a effetto come la cioccolateria che vende anche fiori. All’inaugurazione dell’autunno 2016, tra gli ospiti c’erano Beppe Grillo e Bruno Vespa. L’obiettivo dell’imprenditore Umberto Montano è ripetere a Roma l’operazione del Mercato Centrale di Firenze. L’immediato, automatico, confronto viene da farlo col Nuovo mercato Esquilino. Perché sono distanti appena cinquecento metri. Perché rappresentano idee molto diverse. E perché la posizione del Mercato Centrale è tutt’altro che neutra, come farebbe pensare il non-luogo di una stazione: si direbbe invece un avamposto, un’ombra che minaccia di espandersi fingendo di ammiccare e rassicurare, di fronte a un quartiere che da anni resiste alla gentrification. O come preferisce metterla il Gambero Rosso, a proposto del Mercato Centrale, si è “consci del rischio che l’Esquilino non sia ancora pronto per accogliere uno spazio simile”. Prima di queste due interpretazioni contemporanee, c’era lo storico mercato all’aperto di piazza Vittorio. Popolare, caotico, nella cornice dei palazzi umbertini che rendono la piazza la più sabauda di Roma. Aveva fatto da sfondo a Ladri di biciclette e al Pasticciaccio di Gadda.

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Le grandi gelaterie di lampone

La via più facile è cercare la semplificazione, la banalizzazione, gli slogan: “sono troppi, non capiscono che qui non c’è lavoro.” Perciò è necessario raccontare ciò che accade, per togliere qualsiasi alibi a chi non vuole sapere. Pensiamo allora a cosa è diventata la Libia: un grande campo di concentra…

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