Trump-Kim: il
miraggio della
bilateralità

Da fallimento a fallimento in un mese, senza passare dal via: la bilateralità è ancora un miraggio. Per Washington i colloqui con la Corea del Nord, nella concretezza che trascende l’estetica della vittoria promossa dalla Casa Bianca all’indomani del meeting di Singapore, si stanno rivelando materia ben più ostica di quanto preventivato dal presidente Donald Trump, nonostante le solite esternazioni completamente slegate dalla realtà che puntualmente affida a Twitter. La scorsa settimana il segretario di Stato Mike Pompeo concludeva infatti la sua terza visita a Pyongyang, programmata con l’obiettivo di aggiungere un’ombra di serietà e programmazione ai vaghissimi impegni siglati lo scorso 12 giugno a Singapore da Trump e Kim Jong-un. A conclusione dei colloqui, Pompeo ostentava ottimismo, indicando «progressi compiuti in quasi tutte le questioni centrali. In alcuni punti, grandi progressi, in altri c’è ancora molto da lavorare». Sul piatto, andando al nocciolo della questione, c’è l’obiettivo di raggiungere una «denuclearizzazione della Corea», concetto che le diplomazie di Washington e Pyongyang – ora è sotto gli occhi di tutti – interpretano in maniera inconciliabile. Per gli Stati Uniti, prima di procedere a una normalizzazione completa dei rapporti con la comunità internazionale che comporti la sospensione delle sanzioni economiche e la realizzazione di una rete di scambi in linea con l’economia di mercato mondiale, Kim dovrà dimostrare oltre ogni lecito dubbio di aver smantellato il proprio arsenale nucleare. Per contro, la Corea del Nord – all’ultima tavola rotonda rappresentata dall’ex spia al vertice della diplomazia nordcoreana Kim Yong Chol – concepisce la denuclearizzazione come un processo graduale e bilaterale: Pyongyang, secondo quanto filtrato sulla stampa internazionale, si sarebbe detta disponibile al disarmo, a patto che la pressione internazionale e le sanzioni vengano progressivamente diminuite contestualmente a un disarmo speculare che dovrebbe interessare la potenza militare statunitense dislocata in Corea del Sud. Nell’ottica della leadership nordcoreana, le delicatissime fasi di un processo di pace così inteso non possono…

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Cobra Kai:
la rivincita
del sequel

A più di un trentennio dalla pellicola culto Karate Kid, la serie web Cobra Kai ribalta l’immaginario di un’intera generazione e irrompe sulla scena come una vera e propria rivincita del sequel, in grado di raccontarci con dinamismo e originalità sorti e contraddizioni dell’America contemporanea. 1984, il film Karate Kid muove dall’incontro tra Daniel Larusso, un sedicenne di origini italiane che si trasferisce con la madre dal New Jersey alla California, e il tuttofare dello stabile presso cui il giovane è andato ad abitare: un saggio e disponibile nippo-americano, originario di Okinawa, che risponde al nome di Kesuke Miyagi. Sulla East Coast il protagonista si imbatte in un’America venata d’Oriente che, se ancora ignora i fasti marziali del Tarantino di Kill Bill, sembra già rinunciare al piglio reaganiano, malgrado ancora corrano i rutilanti e turbo-capitalistici anni di Monsieur Le Capital. Ne viene fuori una pellicola che segna il trionfo dei buoni, sostenitori di una wave orientaleggiante, liberal e democratica, all’altezza di una fase del capitalismo più avanzata rispetto a quella dei Chicago boys, in cui il karate trasmuta in arma di emancipazione personale e affermazione sociale. La famigerata “legge del pugno”, insegnata dall’antagonista del film John Kreese, un reduce del Vietnam riciclatosi in un maestro d’armi che fa della scorrettezza la sua filosofia marziale, non riuscirà ad avere la meglio sul karate esistenziale di quel Miyagi che fu in forza nell’esercito a stelle e strisce, durante la Seconda guerra mondiale. Alla faccia del coevo Rambo, gli eroi del conflitto contro il nazismo avranno la meglio sugli scampati alla guerra imperialistica par excellence. Così, grazie al suo mentore, Daniel Larusso trionferà, pronto a rivolgersi con speranza al futuro e dopo aver conquistato il rispetto degli avversari e l’amore della bella Ali. Ma le carte future sono destinate a mischiarsi: “buoni” e “cattivi” stanno per scivolare al di là del bene e del male. I ragazzi sono cresciuti, a trentaquattro anni da Karate Kid – la pellicola culto di John G. Avildsen che si impose sull’immaginario di un’intera generazione attraverso il duello tra il karate del dimesso ma puro Daniel Larusso e quello del belloccio e sleale Johnny Lawrence –, il nastro della storia continua a svolgersi. Mentre i nerd nati nei primi Settanta cercavano il proprio equilibrio in maestri dagli occhi a mandorla e provavano a emulare, almeno una volta nella propria cameretta, la celebre posizione della “gru”, il mantra del «colpire per primo, colpire forte, nessuna pietà» veniva demonizzato e relegato a emblema di un bullismo alto borghese e WASP che il personaggio di John Lawrence fu costretto a veicolare, senza poterselo scrollare di dosso per oltre un trentennio.

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Una feroce continuità

Il governo “gialloverde” sarebbe stato succube della stessa identica ideologia contro cui tanto si era scagliato durante la campagna elettorale italiana. Soltanto, “gialli” e “verdi”, si davano una facciata più radicale ed estrema, ma altrettanto incardinata nelle logiche di asservimento al Capitale. Vede, al di là di tutta la reto…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Il capitalismo
ha reso l'aria
irrespirabile

Il Capitalismo ha reso l’aria irrespirabile. Il cielo sotto cui viviamo è sempre più grigio, l’etere che respiriamo sempre più cosparsa di veleni trasparenti ma tangibilissimi. E ben lungi da fantomatiche cause a cui gridano i complottisti, sono i dati a parlare e a dirci che le nostre stesse macchine rendono invivibile l’atmosfera che ammanta i luoghi in cui viviamo. Il biossido di azoto è un gas inquinante generalmente prodotto da un processo di combustione. Nello specifico l’indiziato numero uno è il Diesel, il carburante che alimenta buona parte delle nostre vetture. Secondo le normative europee vigenti molte città e aree urbane del continente, ad oggi, hanno un livello di biossido  “fuorilegge”, ossia che oltrepassa di gran lunga la soglia di accettabilità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ormai accertato che il danno sanitario per esposizione a tale sostanza gassosa si manifesta già dai 20 microgrammi presenti nell’aria. Ebbene in questo preciso istante, nell’aria che respiriamo in città e nelle aree metropolitane limitrofe, si registrano livelli di questo gas molto più elevati del limite di legge di 40 microgrammi di biossido di azoto. Dunque una quantità maggiore al doppio del limite considerato gravemente dannoso. «Contrariamente a ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, dove chi ha violato la legge ha pagato, in Europa i governi non hanno monitorato affatto la correttezza delle procedure di omologazione dei veicoli e non si stanno occupando di fare controlli alle vetture già in circolazione che emettono molte volte il limite di legge.

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La rivoluzione dell'aria

Il breve passo
dal decoro
al censimento

Pietro Di Leo ha trentasette anni, è milanese, separato, padre d’un bambino che vede solo nei fine settimana. Lavora in un grande magazzino della città come addetto alla sicurezza interna. Improvvisamente incontra Pabe, giovane rom italiana di cui si innamora follemente. Siamo nel ‘93 e Silvio Soldini ci racconta, attraverso la pellicola Un’anima divisa in due, la storia di un amore impossibile in cui il radicamento verso la comunità e lo spirito del nomadismo si scontrano con la liturgia di una vita ordinaria e piccolo borghese. Lui vuole comprare mobili all’usato, lei dormire sotto le stelle. Il film  è la storia d’una mancata unificazione, e non tanto fra due culture diverse, quanto fra un uomo costretto nell’ordinarietà e una donna protesa al disordine, in un rapporto contrastato in cui ciascuno dei protagonisti perde il proprio mondo senza afferrarne uno alternativo. L’ossessione di Pietro di fare della donna amata un’ordinaria sciura milanese e il costante desiderio di libertà di Pabe, a cui manca il brusio e l’allegria dei capannoni in cui è cresciuta, disegna uno spaccato crudo e impietoso sul prezzo che si paga a non voler riconoscere la ricchezza delle origini dell’altro. Negare o rinnegare la propria storia non prevede l’happy ending. E senza lieto fine Soldini chiude il sipario della sua pellicola, col dettaglio sugli occhiali da sole di Pabe che riflettono un grande spiazzo vuoto nella periferia milanese, il luogo dove in precedenza era accampata la sua gente e che ora è stato “ripulito”.

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La santissima
Trinità
dell'high tech

Al tempo della terza rivoluzione industriale, la tecnologia è politica e la politica è sovrastruttura della tecnologia. Lo spettro degli approcci all’impatto del digitale sull’organizzazione della produzione e sulla vita umana può essere ricondotto a una trinità composta da: neoliberali che considerano la tecnologia come un grande dispositivo di controllo; ultra-liberisti che la ritengono un mezzo per estinguere il controllo dello Stato sull’economia; e infine dai tecno-critici che la seguono come la stella polare di un firmamento sotto cui si estinguerebbe lo sfruttamento capitalistico. Semplificando, questi tre orientamenti paradigmatici formano un triangolo che contiene al suo interno una molteplicità di posizioni più sfumate e oscillanti all’interno dei tre vertici. Gli assiomi neoliberali sono di stampo estrattivistico e non si discostano da quanto postulato per altri settori economici: l’avanzamento tecnologico è utilizzato come un forcipe, tanto virtuale quanto efficace, per estrarre valore dall’intelligenza collettiva e da una serie di metadati raccolti liberamente nello spazio digitale. Nell’approccio neoliberal la tecnologia svolge anche la funzione di agente di sorveglianza. Non a caso la digitalizzazione di ogni aspetto della vita permette di creare una sorta di raffinato, sconosciuto Panopticon che da un lato è in grado di predire e controllare gran parte delle attitudini e dei comportamenti umani, e dall’altro ribalta l’impostazione del celebre carcere ideale inventato da Jeremy Bentham: oggi, infatti, i “prigionieri” tendono a mostrarsi senza freni in quanto fruitori dei social network. L’impostazione neo-liberale è basata sul doppio dispositivo che collega l’estrazione di valore dal general intellect alla sorveglianza pervasiva e capillare.

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Il viaggio
dei
maledetti

C’è una nave in mezzo al mare. A bordo, centinaia di persone: donne, bambini, uomini in fuga. Non vogliono guardare dietro, nella direzione che hanno lasciato. Cercano un porto dove sbarcare. Ma nessuno li accoglie. È la primavera del 1939. Quattro mesi dopo scoppierà la Seconda Guerra mondiale. La nave è un modello di lusso, lungo quasi duecento metri e costruito in Germania. Si chiama “St. Louis”. I passeggeri sono 937: tutti ebrei, eccetto sette persone. Scappano dalle persecuzioni naziste, che negli ultimi tempi sono diventate insostenibili (sei mesi prima c’è stato il pogrom della Notte dei Cristalli). Il loro passerà alla Storia come il “viaggio dei Maledetti”. Il 13 maggio il transatlantico salpa da Amburgo. Ogni passeggero ha un regolare documento per sbarcare a Cuba, approvato dall’Ufficio immigrazione dell’isola. Considerano l’approdo a Cuba un transito, per provare poi a raggiungere gli Stati Uniti. Risultano turisti, grazie a una lacuna di un decreto cubano che non distingue chiaramente il turista dal rifugiato. La traversata dura due settimane. Mentre la nave sta affrontando l’Atlantico, il decreto lacunoso viene sostituito con un nuovo decreto dal governo cubano: i documenti dei passeggeri della St. Louis non sono più validi. Quando la nave raggiunge L’Avana, il presidente Federico Laredo Brú, nazionalista, uomo di Fulgencio Batista, rifiuta lo sbarco. Per sette giorni il capitano della nave negozia per convincere le autorità, ma senza successo. Solo in 29, tra i Maledetti, riescono ad avere comunque accesso all’isola. Restano ancora 908 persone. Il capitano Gustav Schröder ha 54 anni ed è in mare da quando ne aveva sedici. Non è ebreo. Il venerdì permette che sulla St. Louis si svolga la tradizionale preghiera ebraica e fa togliere il ritratto di Hitler dalla sala da pranzo. Schröder sa che ottenere il permesso di entrare negli Stati Uniti sarà difficilissimo, considerato l’Immigration Act che dal 1924 stabilisce limitazioni nel numero dei migranti ammessi. Eppure tenta. La St. Louis raggiunge le coste della Florida, dove è costretta ad aspettare. I negoziati proseguono per lunghe ore. La quota di migranti ammessi dalla Germania per il 1939 (27.370) è già stata raggiunta, bisognerebbe andare in deroga per questioni umanitarie. Si coinvolge direttamente Franklin Delano Roosevelt, con un telegramma al quale però il presidente non risponde. Via via diventa chiaro che gli Stati Uniti non permetteranno lo sbarco. I bambini sulla nave studiano le espressioni ansiose dei genitori, per capire quanto la situazione sia grave. Ci sarebbe ancora il Canada. La St. Louis è a due giorni di navigazione da Halifax. Ma anche le autorità canadesi decidono di tenere i loro porti chiusi ai Maledetti, nonostante un accorato appello di accademici ed ecclesiastici del Paese. D’altronde è il Canada dove un agente dell’Ufficio immigrazione nel ‘39 rispose, a chi gli chiedeva quanti ebrei sarebbero stati accolti dalle persecuzioni europee, con la celebre frase: “None is too many”.

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Le grandi gelaterie di lampone

La via più facile è cercare la semplificazione, la banalizzazione, gli slogan: “sono troppi, non capiscono che qui non c’è lavoro.” Perciò è necessario raccontare ciò che accade, per togliere qualsiasi alibi a chi non vuole sapere. Pensiamo allora a cosa è diventata la Libia: un grande campo di concentra…

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