Cosa mostra
"La casa
di Jack"

Con un gesto visionario, irriverente, iconoclasta e al tempo stesso rivoluzionario e reazionario von Trier torna alla macchina da presa con un opera densa, crudele e poetica che trasuda arte cinematografica da ogni fotogramma e conduce i tanti amanti e insieme detrattori dei suoi “dogmi” a una spietata riflessione sulla realtà odierna. “Squarciando il velo di maya di quello che può o non può essere rappresentato, il regista danese punta il dito verso se stesso, verso l’uomo di oggi. Una lente di ingrandimento viene posizionata su una precisa categoria umana: l’uomo occidentale. La pellicola sceglie come indiscusso protagonista un maschio bianco falsamente erudito e incapace di empatizzare, di buona famiglia, con velleità da architetto e un disturbo ossessivo compulsivo particolarmente radical chic a completare il profilo. L’analisi di questa speciale tipologia umana viene compiuta senza sconti e senza retorica nel puro stile iperrealista tanto caro all’autore di MelancoliaLa casa di Jack (The House that Jack Built) è un film a suo modo necessario, purtroppo ostacolato in Italia da una censura (istituzionale e da parte della critica) che ha confuso la cifra poetica con la presunta violenza gratuita della messinscena. Ma von Trier, nonostante i tagli, procede ancora una volta sul terreno delle contraddizioni proponendo la sua personale disamina di una contemporanea discesa agli inferi della società. Nella costruzione del suo protagonista (interpretato da un eccelso Matt Dillon) si riconosce un lavoro avanguardistico, talmente spinto dal punto di vista concettuale dal risultare alla stregua di un esercizio ermeneutico. Attraverso cinque raccapriccianti capitoli, la pellicola non solo approfondisce con chirurgica crudezza l’educazione sentimentale del e nel male di un killer, ma accompagna per mano lo spettatore alla “sinistra di sé stesso”. L’operazione, ben riuscita, inizia con un monologo che progressivamente sfuma nella dimensione dialogica fino a diventare uno scambio tra due voci contrapposte, grazie alle quali il regista ripropone l’incredibile partita a scacchi con la morte che Ingmar Bergman regalò al mondo con Il settimo sigillo (1957). Il confronto vede da una parte l’efferato protagonista Jack e dall’altra l’umanesimo rappresentato dal personaggio di Virgilio – stavolta all’incrocio tra una guida spirituale e un moderno psichiatra – interpretato dall’ennesimo e ultimo volto stropicciato di Bruno Ganz, ormai lontano dal vestire i panni dell’angelo wendersiano e più assimilabile all’architetto di Matrix o all’Angelo sterminatore di Buñuel.

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Brexit: triste
nostalgia
nazionalista

Nel 2015, quando l’allora primo ministro conservatore David Cameron lanciò il referendum su Brexit, l’obiettivo politico doveva essere ricompattare il Partito e soffocare nella culla la minaccia dell’avanguardia “sovranista” dell’Ukip di Nigel Farage. Sovranismo” che, ricordiamo, è neologismo cosmetico per tutti i rinnovati nazionalismi ben più vicini al Capitale (come sempre, nella Storia) di quanto non vogliano apparire. La maggioranza di misura pro-Brexit, che quasi nessuno si sarebbe nemmeno mai sognato di prevedere, ha ottenuto precisamente l’opposto: carriera politica finita per Cameron, leadership Tory allo sbando, rilancio a livello internazionale di una retorica sovranista per la prima volta vincente alle urne referendarie. La vittoria del “Leave”, col senno di poi, ha sostanzialmente funzionato da propulsore per una matrice ideologica nata all’indomani del trauma collettivo del 2008 e diffusasi a macchia d’olio in gran parte dell’Occidente. Colpiti duramente dalla crisi economica portata in dote dalla globalizzazione alla maniera neoliberista, gli elettori del “Primo mondo” hanno trovato nella nostalgia dei presunti bei tempi che furono la terapia per affrontare le ansie del nuovo millennio. Si tratta di una strategia vincente, come dimostrano i Salvini e i Trump della politica contemporanea, basata su un calcolo aritmetico puramente generazionale: i vecchi votano più dei giovani; i vecchi sono più dei giovani; il nostalgismo convince i vecchi più dei giovani. Un quadro che emerge chiarissimo dall’analisi del voto in UK per il referendum su Brexit. Schermandosi dietro alla “volontà popolare”, i Tory di Theresa May hanno funzionato da cavia per un esperimento osservato con interesse dalle cancellerie di mezzo mondo. Se, spesso non senza ragione, l’Unione Europea funge da sacco da boxe per sfogare, a distanza, le frustrazioni di un sistema politico internazionale oramai totalmente esautorato dalla finanza globale, la trattativa tra Londra e Bruxelles per sciogliere il vincolo europeo è di fatto la prima prova sul campo del suo genere. Nessuno mai l’aveva fatto e, alla luce di come sta andando, difficile che qualcun altro ci provi. In oltre due anni di colloqui fallimentari – sia tra Uk ed Eu, sia tra maggioranza e opposizione nell’Uk – l’intero sistema partitico del Regno Unito è oggi ridotto in macerie. Per i “Brexiters”, la politica ha fallito nel mantenere la promessa referendaria, schiantandosi contro il muro di gomma dei vertici della Ue intenzionati a fare dell’affronto britannico un disastro esemplare.

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I dark data sono sempre più “darker”

Il mondo è alterato da meccanismi finanziari che tendono a una progressiva oscurità, all’interno della quale agisce una forza capace di succhiare valore da qualsiasi aspetto della vita umana. I “dark data” diventano sempre più “darker”. Ma «c’è una crepa in ogni cosa, ed è così che entra la luce».…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Insorgiamo
ovunque, come
fiori a primavera

Quando ci interroghiamo su come stanno le donne, per prima cosa dobbiamo tenere presente che milioni di loro lottano ancora per avere i diritti fondamentali di autodeterminazione. E le altre? Nei Paesi dove hanno avuto luogo le grandi battaglie per la parità di genere alcune conquiste sono state fatte, e le donne oggi hanno raggiunto un’eguaglianza almeno formale. Anche se poi, nella sostanza, le donne sono strutturalmente più svantaggiate in quasi tutti gli ambiti dell’esistenza. Non solo. La cosiddetta emancipazione femminile portava con sé grandi promesse: la fine degli stereotipi e ruoli di genere, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, la libertà sessuale e nuove forme di relazione. A distanza di qualche decennio si può affermare con certezza che queste promesse non sono state mantenute. Mentre si facevano entrare le donne a pieno titolo nel mondo del lavoro, il mondo del lavoro veniva reso un girone infernale, anno dopo anno, riforma dopo riforma, a colpi di deregulation. Non solo. Mentre si accettava che le donne potessero decidere di vivere una vita fuori dalle mura domestiche contemporaneamente si smantellavano i servizi e il welfare. Riforma dopo riforma, a colpi di austerity. Ferite mortali a quelle strutture come asili, scuole, ospedali, luoghi di cura e sussidi, il cui funzionamento è indispensabile a liberare il tempo vitale delle donne. Come stanno quindi le donne oggi? Stanche, perché due volte sfruttate. I ruoli di genere sono ancora in piedi. In Italia, le donne svolgono il 73% del lavoro domestico non retribuito.

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La rivoluzione dell'aria

La crisi,
i confini, e
in mezzo Clint

Ora nella serra gestita da Stone campeggia un cartello con su scritto “pignoramento”. Fine dei giochi, si chiude bottega. E d’improvviso la vita presenta a Earl il suo salatissimo conto: una famiglia trascurata per il lavoro, le finanze prosciugate e  persino il circolo ricreativo del posto, da lui frequentato e animato, è adesso orfano di un fondo cassa comune. Che fare? Il vecchio Stone sa bene che, senza la “grana”, ogni tentativo di recuperare il tempo perduto coi propri cari e ridare linfa vitale al suo circolo è vano. Al tempo stesso, però, intuisce che alla sua veneranda età conserva ancora una dote tanto banale quanto preziosa: muoversi su strada con capacità e discrezione, essere affidabile nel trasporto “merci”. Così ricominciano le “corse” di Earl attraverso gli States, da ex venditore di fiori a corriere al soldo dei Narcos. Reinventarsi a livello professionale, del resto, è sempre stato il caposaldo del sogno americano… Ma il distacco cinico e compiaciuto non rientra mai tra le cifre assolute di Clint, e così alla pungente ironia subentra da subito il momento della profonda riflessione, scortata dai giri di basso di una colonna sonora che vibra sulle note della malinconia. Nel tempo in cui effettua le sue “corse”, il vecchio Earl si contempla nel riflesso dello specchietto retrovisore. Nel silenzio assordante Earl vede sé stesso, le sue mancanze, i suoi errori, i suoi rimpianti, i suoi fantasmi. Clint vede sé stesso. Nonostante ciò The mule, e in questo risiede la (solita) grandezza di Eastwood, è un film intimo ma non intimista. Il personaggio infatti si trova a fronteggiare i suoi spettri nella misura in cui essi trovano origine nelle condizioni materiali e negli agenti esterni…

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Essere
una
macchina

Il libro di Mark O’Connell, Essere una macchina, uscito lo scorso settembre (Adelphi, 2018) è il resoconto di un viaggio del 2016 in America sulle tracce dei transumanisti, un gruppo non sempre identificabile di individui che, in diverse forme e modalità, credono nel superamento della morte grazie all’ausilio della tecnologia avanzata. Potrebbero esser classificati come tecno-utopisti, ma in realtà i personaggi che incontra O’Connell scavalcano questa definizione, in quanto le loro pratiche e studi oltrepassano l’immanenza delle problematiche della vita stessa e sfociano in una trascendenza tecnologica che può essere letta alla stregua di un vero e proprio culto religioso. Il tono della narrazione assume tinte spesso ciniche e distaccate, ma mai canzonatorie e irriverenti. A un primo approccio potrebbe ricordare Un viaggio divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, per il sarcasmo di alcune descrizioni grottesche. Eppure a una lettura attenta è evidente che il tema viene trattato con molta serietà e se alcuni personaggi descritti risultano essere degli outsiders totali – quasi degli strampalati – alla fine l’autore si sottrae dall’intento di un’analisi antropologica (alla DFW) e si concentra più  sullo spirito del tempo e lo stato dell’arte in merito alla ricerca tecnologica più accelerata. Il “viaggio” di O’Connell si svolge ai confini del mondo a noi finora noto, e per fare un parallelo con il secolo scorso le ricerche dei transumanisti sembrano aver sostituito le scorribande spaziali del ‘900, giacché lo spirito utopico non è più declinato nella scoperta di pianeti nuovi da colonizzare, ma è rivolto all’interno del corpo umano, nuova frontiera del sogno di vita eterna, immortalità.

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Il viaggio
dei
maledetti

C’è una nave in mezzo al mare. A bordo, centinaia di persone: donne, bambini, uomini in fuga. Non vogliono guardare dietro, nella direzione che hanno lasciato. Cercano un porto dove sbarcare. Ma nessuno li accoglie. È la primavera del 1939. Quattro mesi dopo scoppierà la Seconda Guerra mondiale. La nave è un modello di lusso, lungo quasi duecento metri e costruito in Germania. Si chiama “St. Louis”. I passeggeri sono 937: tutti ebrei, eccetto sette persone. Scappano dalle persecuzioni naziste, che negli ultimi tempi sono diventate insostenibili (sei mesi prima c’è stato il pogrom della Notte dei Cristalli). Il loro passerà alla Storia come il “viaggio dei Maledetti”. Il 13 maggio il transatlantico salpa da Amburgo. Ogni passeggero ha un regolare documento per sbarcare a Cuba, approvato dall’Ufficio immigrazione dell’isola. Considerano l’approdo a Cuba un transito, per provare poi a raggiungere gli Stati Uniti. Risultano turisti, grazie a una lacuna di un decreto cubano che non distingue chiaramente il turista dal rifugiato. La traversata dura due settimane. Mentre la nave sta affrontando l’Atlantico, il decreto lacunoso viene sostituito con un nuovo decreto dal governo cubano: i documenti dei passeggeri della St. Louis non sono più validi. Quando la nave raggiunge L’Avana, il presidente Federico Laredo Brú, nazionalista, uomo di Fulgencio Batista, rifiuta lo sbarco. Per sette giorni il capitano della nave negozia per convincere le autorità, ma senza successo. Solo in 29, tra i Maledetti, riescono ad avere comunque accesso all’isola. Restano ancora 908 persone. Il capitano Gustav Schröder ha 54 anni ed è in mare da quando ne aveva sedici. Non è ebreo. Il venerdì permette che sulla St. Louis si svolga la tradizionale preghiera ebraica e fa togliere il ritratto di Hitler dalla sala da pranzo. Schröder sa che ottenere il permesso di entrare negli Stati Uniti sarà difficilissimo, considerato l’Immigration Act che dal 1924 stabilisce limitazioni nel numero dei migranti ammessi. Eppure tenta. La St. Louis raggiunge le coste della Florida, dove è costretta ad aspettare. I negoziati proseguono per lunghe ore. La quota di migranti ammessi dalla Germania per il 1939 (27.370) è già stata raggiunta, bisognerebbe andare in deroga per questioni umanitarie. Si coinvolge direttamente Franklin Delano Roosevelt, con un telegramma al quale però il presidente non risponde. Via via diventa chiaro che gli Stati Uniti non permetteranno lo sbarco. I bambini sulla nave studiano le espressioni ansiose dei genitori, per capire quanto la situazione sia grave. Ci sarebbe ancora il Canada. La St. Louis è a due giorni di navigazione da Halifax. Ma anche le autorità canadesi decidono di tenere i loro porti chiusi ai Maledetti, nonostante un accorato appello di accademici ed ecclesiastici del Paese. D’altronde è il Canada dove un agente dell’Ufficio immigrazione nel ‘39 rispose, a chi gli chiedeva quanti ebrei sarebbero stati accolti dalle persecuzioni europee, con la celebre frase: “None is too many”.

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Contro la trappola della rassegnazione

Di Luca Rastello si è scritto e detto moltissimo, post mortem. Lo conoscevano in pochi, forse perché era mosso dall’amore per la verità e aveva uno spirito avverso a ogni conformismo e, quindi, alle logiche da cui dipende la visibilità mediatica. Ha vissuto molte vite – giornalista culturale, reporter, analis…

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#Italia
Crisi finanziarie
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