Ecco come
si suicida una superpotenza

Se non si fosse trattato del presidente degli Stati Uniti, osservare gli sviluppi della visita di Donald Trump al cospetto del presidente cinese Xi Jinping avrebbe destato quella tenerezza che maschera un intimo imbarazzo. Non troviamo altre parole per introdurre la penosa performance andata in scena lo scorso 9 novembre a Pechino, parte di un breve tour asiatico che, secondo diversi osservatori, ha sancito definitivamente il «suicidio della superpotenza» statunitense in termini di influenza geopolitica. Trattasi di suicidio ampiamente annunciato, nell’ultimo anno, se si ha avuto lo stomaco di segnare il divario abissale tra la pomposità verbale sfoggiata da Trump in patria, o su Twitter, e la regressione a ectoplasma della politica internazionale manifestata di fronte al vero uomo forte degli anni Dieci. Per la raffinatissima tradizione melliflua del cerimoniale cinese è stato un gioco da ragazzi alimentare l’ego già ipertrofizzato di Donald Trump con un’accoglienza in pompa magna, tra cene di gala, Opera di Pechino e visita alla Città Proibita, addirittura concordando con l’ospite una conferenza stampa senza domande: il non plus ultra delle convergenze tra i due leader. In questo clima da missione commerciale di lusso, i temi che hanno contraddistinto lo scontro a distanza tra Washington e Pechino nell’ultimo anno sono stati drasticamente ridimensionati e a loro modo, alla cinese, «armonizzati». Se fino a poche settimane fa The Donald tuonava contro l’inazione cinese nell’ambito della crisi nella penisola coreana, addossando la responsabilità delle intemperanze nordcoreane all’inadempienza del «fratello maggiore» cinese, a Pechino Trump ha ringraziato Xi Jinping per il lavoro svolto finora senza lesinare in ossequi e nella speranza che «la Cina e il suo grande presidente continuino a lavorarci duramente». In ambito economico, mettendo velocemente in soffitta gli strali sguaiati urlati in campagna elettorale contro la Cina che «ha stuprato la nostra economia», Trump si è spinto fino a sollevare l’amministrazione cinese dalla responsabilità di un deficit nella bilancia commerciale pari a 309 miliardi di dollari nel 2016 (in aumento). «Dopo aver descritto i rapporti economici tra Stati Uniti e Cina come “a senso unico” e “sleali”, [Trump] ha continuato con un grande “ma”: “Non accuso la Cina. Alla fine, chi può dare la colpa a un paese per il fatto di essere in grado di approfittarsi di un altro paese per il bene dei propri cittadini? Ne do alla Cina grande credito”» si legge su Bloomberg.

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Il problema
che l'Ue non
può ignorare

“L’estrema destra d’Europa può essere fermata?”, si chiedeva The Nation qualche giorno fa. “L’analisi mainstream del fenomeno presenta dei difetti e le sue risposte non fanno altro che esasperare il problema”, continuava il ragionamento dell’autore Paul Hockenos. L’Europa ha un problema e non può né ignorarlo né sminuirlo. L’ascesa dell’ultradestra populista e del discorso sovranista, xenofobo ed euroscettico è il refrain che le cronache scandiscono ogni giorno. Ma, al di là della spettacolarizzazione mediatica dei neofascismi che a tratti rischia di “normalizzarli”, manca una riflessione strutturata sulla questione. L’ultimo esempio arriva da Varsavia, in Polonia. Più di 60 mila persone hanno marciato per le strade della città nel giorno dell’indipendenza, inneggiando alla supremazia bianca. A guidare i patrioti che hanno di fatto messo in ombra le celebrazioni ufficiali per l’anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, c’era il National Radical Camp, un’organizzazione già nota per le sue manifestazioni contro “l’immigrazione musulmana, i diritti dei gay, l’Ue e qualsiasi cosa che indebolisca i valori cattolici della Polonia”. La tv di Stato, TVP, secondo quando riportato da The Telegraph, ha definito l’evento “una grande marcia di patrioti”, di “amanti della patria” e non di estremisti. Commentando le immagini di quelle migliaia di persone che sfilavano in piazza urlando “Vogliamo Dio”, il ministro dell’Interno Mariusz Blaszczak ha dichiarato: “Una bella visione. Siamo orgogliosi che tanti polacchi abbiano partecipato alle celebrazioni”. Una selva di bandiere bianche e rosse ha colorato le strade, interrotta da stoffe verdi con una “falanga” bianca disegnata (un simbolo di estrema destra degli anni Trenta). Accanto ai manifestanti polacchi c’erano anche l’italiano Roberto Fiore di Forza Nuova e Tommy Robison, ex leader della England Defence League. I neosovranismi minacciano l’Europa e diktat come “ripristinare l’ordine”, “controllo, identificazione e rimpatrio”, “stop all’immigrazione”, “l’Islam non c’entra nulla con noi” non sono confinati alla Polonia. Arrivano dall’Ungheria, dall’Austria, dall’Olanda, dalla Francia, dalla Germania. L’Europa ha un problema ed è strutturale. Riguarda i suoi valori fondanti, è strettamente connesso alla sua identità e alla retorica del territorio invaso e delle patrie violate dall’immigrazione. Il rischio è che la risposta a questo attacco che viene dai nazionalismi si componga solo di chiusura, securizzazione e austerity.

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Dark data. Viaggio nella cyborg finanza – pt. 11

Tu-Tum. Tu-tum. Veloce. Sempre più veloce. È l’elettrocardiogramma finanziario del mondo. Decine di mini-flash crash accadono ormai ogni giorno. Pochi istanti, frazioni di secondo, ed enormi volumi di azioni passano di mano. I prezzi oscillano, si deformano, e poi si riassestano. Un’aritmia p…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

La dimensione
politica
dei social

Qual è il legame tra i social, il capitalismo e la democrazia? Perché l’elezione di Trump è ancora raccontata come una questione di tweet e troll? Nei giorni in cui grazie al magazine The Atlantic emergono le affettuose chat segrete intercorse tra Julian Assange, fondatore di Wikileaks, e il figlio di Donald Trump, è interessante esaminare lo stato dell’arte dell’analisi sul rapporto tra social network e politica. Queste conversazioni avvenute su Twitter, probabilmente solo per il tipo di media utilizzato, sono utilizzate nella narrazione mainstream per rinforzare l’idea secondo cui sarebbero stati i social network – con tutto l’esercito di account sovvenzionati dalla Russia – a eleggere il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Due articoli, usciti in contemporanea per autorevoli pubblicazioni diversamente liberal come Open Democracy e The Economist, si limitano all’ennesima analisi dei social come minaccia per la democrazia novecentesca. Rimpianta per non si sa bene quale motivo.  Nell’articolo su The Economist, che ovviamente qui sintetizziamo al massimo,  si comincia con un montaggio dialettico in cui il “buon” utilizzo dei social network utilizzato per la sollevazione di Maidan in Ucraina è contrapposto al “cattivo” utilizzo che ne fanno i movimenti di estrema destra, i russi o Trump. Anche qui sono dimenticate le ragioni squisitamente economiche e materiali che hanno portato al conflitto tra Ucraina – e i suoi alleati europei – e Russia. E anche dalla seconda immagine eisensteiniana è stata totalmente espunta la dimensione economica del rapporto tra estrema destra americana, e non solo, e social network.  Evidente qui. L’unico parametro economico che ci offre l’Economist è l’interessante aspetto dell’economia dell’attenzione modificata dall’utilizzo dei social in termini sia qualitativi sia quantitativi.

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La rivoluzione dell'aria

Paura
made
in Usa

La sensazione della paura è regolata da una regione del cervello che normalmente si occupa di elaborare le informazioni che arrivano attraverso i cinque sensi, per individuare con rapidità tutto ciò che potrebbe mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’organismo. Ancora: dal punto di vista squisitamente neurologico, consideriamo paura un meccanismo generante nell’individuo una sensazione di pericolo che ha come obiettivo primario la protezione di sé. Trasposto nella dimensione sociale, il concetto di “paura” sostanzia e circoscrive i suoi confini di esistenza attraverso lo spazio. Non è un caso, quindi, che la città rappresenti il luogo per eccellenza in cui prendono forma e deflagrano tutte le ambivalenze e le contraddizioni dell’essere umano. Qui si ha un distillato massimo e universale – la dislocazione orrorifica che avviene tra la prima “piccola” e la seconda “grande” Twin Peaks ne è un esempio – della nozione di “paura”.

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La febbre
edilizia
di Beirut

Gradualmente sono venuti via i pezzi. L’insegna “Grande Brasserie du Levant”. La scritta in arabo che la bellezza calligrafica rendeva una decorazione a sormontare la facciata. La demolizione è cominciata a marzo 2017 e in questi ultimi giorni è entrata nella fase conclusiva. Pochi mesi, che sarebbero potuti essere ancora meno, per distruggere un edificio storico passato indenne attraverso guerre e decenni. La gentrification ha ovunque lo stesso volto. Prescinde dalle culture locali e dalla stabilità di un’area. Dall’Europa Meridionale alla Scandinavia, dal Nord America all’Estremo Oriente. Ciò che abbiamo visto in azione a Lipsia o a Chicago, attua le stesse pratiche in una città mediorientale in odore di guerra. Il birrificio della Laziza è stato il primo del Medio Oriente, costruito nel 1931. 

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Ocean:
democrazia
hackerata

Per portare a termine la rapina cinematografica del secolo, i protagonisti del film Ocean’s Eleven (Steven Soderbergh, 2011) utilizzano il trucco più semplice e allo stesso tempo più astuto. Il depistaggio. Fingono di essere da una parte, nel caveau del casinò, per agire indisturbati dall’altra, sono i poliziotti che entrano ed escono dalla porta principale con le valigie piene di soldi. Lo stesso è accaduto per la rapina elettorale del secolo, l’elezione di Donald Trump a quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, il 9 novembre 2016. Qui la manovra tattica per fuorviare l’attenzione si erge a sublime opera d’arte. Mentre tutti sono distratti a guardare il Russiagate, ovvero il presunto intervento russo nel processo elettorale, l’ex palazzinaro e presentatore televisivo trionfa grazie al metodo OCEAN. OCEAN, tutto maiuscolo, non si riferisce alla pellicola di Soderbergh. E’ acronimo per openness (apertura mentale), conscientiousness (scrupolosità, extroversion (affabilità), agreeableness (cooperatività) e neuroticism (facilità ad arrabbiarsi). Dagli anni Ottanta è il modello base per le indagini e i test psicometrici. Dagli anni Dieci, grazie a internet, ai social network e ai big data, è il modello base per influenzare le scelte politiche degli elettori. Tutto comincia nel 2008, quando un dottorando dell’Università di Cambridge, Michal Kosinski, inventa la app MyPersonality. Sottopone alcuni utenti di Facebook al test standard di OCEAN. Poi cerca delle variabili ai profili psicologici “tipici” ottenuti (estroverso, timoroso, violento, impaurito) nei dati disponibili sui loro profili social – sesso, età, religione, abitazione, like e interazioni.

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Blade Runner 2049

Trent’anni sono passati da quando Rick Deckard diede la caccia al replicante Roy Batty e ai suoi compagni. Trentacinque da quando uscì al cinema il film che ne narrava la storia. Un lasso di tempo molto lungo, forse, che rendeva ancora più azzardato il tentativo…

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