Rewind
to
2018

Se ieri potevano essere solo avveniristiche proiezioni, pura fantascienza, oggi le  storie della serie televisiva Black Mirror rappresentano davvero lo “specchio” di una realtà in mutamento accelerato, in cui le innovazioni tecnologiche impattano bruscamente con la società, la politica, l’esistenza umana. E la cui parola chiave, ricorrente e pervasiva, è “controllo”. Provate a immaginare un enorme database digitale dove sono raccolti i dati biometrici di oltre un miliardo di persone, legati alla propria identità, all’indirizzo di residenza, al numero di telefono e al conto in banca. Immaginatelo promosso da un’entità statale, “per il bene della popolazione”, con tanto di campagne di sensibilizzazione per la registrazione volontaria. Ecco, è tutto vero, si chiama programma Aadhaar e sta accadendo in India. Ancora nel continente asiatico, ma stavolta entro i confini di una potenza mondiale in immensa ascesa, incombe il timore di svegliarsi in una società dell’iper-controllo fondata sull’utilizzo dei “big data” da parte del governo nazionale. In Cina, secondo la vulgata mediatica, entro il 2020 il governo affibbierà un punteggio personale a tre cifre calcolato in base alla “buona condotta” di ciascun cittadino. Tuttavia, per fare chiarezza tra simili inquietanti scenari, si deve partire dal “come” e dal “perché”. Se il “social credit” è stato spesso dipinto dai media come un quadretto da incubo caricato dal fascino dell’esotico, diversa e davvero allarmante è la situazione dello Xinjiang, la regione nordoccidentale della Cina in cui si contano un milione di prigionieri internati in campi di rieducazione e il cui territorio è sorvegliato al millimetro da dispositivi di sicurezza di ultima generazione. Eppure tutto è partito dall’altra parte del globo, in quella Silicon Valley che oggi continua a essere propulsore dell’high tech e i cui prodotti e progetti sono noti ai più. Non proprio tutti, però. Ed è Mark O’Connell a svelarci ciò che di incredibile succede nei meandri più occulti o non ancora battuti, attraverso il suo libro Essere una macchina, resoconto di un viaggio sulle tracce dei transumanisti, coloro che credono nel superamento della morte grazie all’ausilio della tecnologia avanzata. Ma il volume è anche e soprattutto un’immersione nel mondo delle Big Tech, capace di portare a galla le connessioni profonde tra apparati securitari, piattaforme tecnologiche e mondo finanziario. “Controllo” e messa a profitto, estrazione. È l’era del capitalismo avanzatissimo e globale, quello che mediante i “big data” foraggia le sue imprese e amplifica a dismisura sfruttamento della forza lavoro e ricavi.

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Parigi: "sta
precipitando
tutto"

Il corteo sfila lento. È una marea umana che occupa l’intero fronte del boulevard. La Colonne de Juillet di Place de la Bastille sovrasta l’imponente manifestazione. In cima al monumento, l’angelo color oro contrasta con le basse nuvole autunnali. Le Génie de la Liberté su un piede solo regge la fiaccola della civiltà, sbeffeggiando uomini e donne che in basso sventolano bandiere e agitano cartelli. Il sarcasmo della Storia, pensa Massimo mentre fissa le immagini che scorrono nel rettangolo del televisore. I cori saturano l’aria insieme alle percussioni di tamburi. Scandite da migliaia di voci, rimbombano tre parole che compongono un mantra ossessivo. «Cosa dicono, papà?» gli domanda Roberto. On lâche rien. «Non mollare.» Il ragazzo si protende in avanti sul bordo del divano. «E che vuol dire?» «Che non vogliono smettere.» Roberto annuisce, sforzandosi di comprendere quelle parole. «E perché?» chiede però un attimo dopo. Massimo esita prima di rispondere. «Perché vivono male» mormora lentamente, attento a scegliere le parole giuste. Il ragazzo vorrebbe chiedere altro, è evidente dall’espressione perplessa del suo viso, ma le immagini del telegiornale vincono la curiosità. On lâche rien. Una delle tante parole d’ordine che da mesi volavano di bocca in bocca, propagando l’incendio. ¡Que se vayan todos! Youths of Europe rise up! Noi la crisi non la paghiamo! Il continente stava bruciando. La babele, unita per la prima volta quando era ormai troppo tardi, sfogava la sua rabbia in una sola lingua: quella della rivolta. Massimo si concentra sui volti. Espressioni di sfida. Occhi duri. Bocche distorte da urla che si levano alte. Sono uomini, donne, ragazzi. Poi, all’improvviso, i Neri escono dal corteo. «Guarda!» esclama Roby. Tiene il braccio dritto e lo stupore gli incrina la voce. Sì, sta guardando, Massimo. Gli occhi incollati allo schermo, catturati dal prologo di una scena di cui conosce già l’epilogo. Al bordo dell’inquadratura ha notato le vetrine di una filiale della Société Marseillaise de Crédit. Sono in cinque, tutti smilzi, tutti vestiti di scuro: felpe e giacche a vento col cappuccio alzato, passamontagna. Hanno i caschi allacciati alle cinture con dei grossi moschettoni. Al collo maschere antigas, ai piedi anfibi o scarpe da cantiere. Tra le dita mezzi manici di piccone, bastoni e sampietrini. Si muovono lenti, decisi. Assomigliano a spettri. Massimo ricorda l’intervista che ha letto qualche tempo prima su un quotidiano. Era la testimonianza di un casseur che aveva partecipato a una manifestazione nelle strade di Roma, culminata – come ormai accadeva con regolarità – in devastazioni e scontri violentissimi.

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Tertium non datur

Ogni volta che si levano voci allarmate sull’imminente collasso, lui rileva le potenzialità di guadagno celate nell’instabilità politica. Dove tanti vedrebbero lo strapiombo, il finanziere di origini italiane a capo della sede londinese di un prestigioso hedge fund a stelle e strisce, vede un trampolino di lanc…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Tanti nomi
per un solo
volto

Vittorio, Aureliano, Stefano, Massimo. Tanti nomi per un solo volto. Se nasci e cresci in periferia, l’imperativo è soltanto uno: svoltare. Lo sa bene Vittorio, giovane ostiense che, insieme al suo compagno di strada Cesare, nell’ultima pellicola di Claudio Caligari (Non essere cattivo, 2015) alterna piccola criminalità a sgobbi occasionali per tirare su il gruzzolo necessario a calarsi una dose e dimenticare per un attimo l’oblio che li inghiotte. Ma Ostia è anche il terminale litoraneo di una criminalità più grande, che affonda le sue radici nel centro di Roma, in quella che gli antichi definivano la “suburra”, e le dirama nei bordi di tutta la città, i cui luogotenenti criminali sono del calibro di Aureliano, detto “Numero 8” e membro della famiglia Adami, sul cui curriculum vitae figurano “narcotraffico e controllo territoriale”. Il film è Suburra di Stefano Sollima, distribuito nelle sale cinematografiche italiane nell’ottobre del 2015, a circa un mese dall’uscita di Non essere cattivo. Due anni dopo, il film diventa una serie Netflix. Legge della domanda e dell’offerta. Se alla seconda ci pensano gli Aureliano di turno, la prima è alimentata dai più, destinati a rimbalzare nel flipper letale del potere: da una parte quello criminale, che “soddisfa gli appetiti”; dall’altra quello istituzionale e repressivo, che troppo spesso sceglie di abbattersi – o copre chi si abbatte – con brutalità e abusi sull’anello più debole della catena. Succede a Stefano, ragazzo di Torpignattara che una notte sciagurata viene fermato dai carabinieri con dell’hashish addosso. Il suo arresto preventivo, su cui pendono detenzione e spaccio, si tramuta in un calvario nell’istante in cui la porta di uno stanzino del commissariato si chiude.

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La rivoluzione dell'aria

Trade war:
con la Cina
non si scherza

A meno di due settimane dai tentativi di distensione andati in scena a Buenos Aires, lo scontro a distanza tra Washington e Pechino è entrato in una nuova fase di rappresaglie incrociate, inasprite dall’arresto di Meng Wanzhou, vertice di Huawei. Una fase a dir poco tempestosa perché, a riavvolgere il nastro sugli ultimi anni di offensive commerciali, con la Cina non si scherza. Il primo dicembre, dietro richiesta di Washington, le autorità canadesi hanno arrestato a Vancouver Meng Wanzhou, figlia del fondatore del colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei. La hanno accusata di aver aggirato le sanzioni Usa contro l’Iran e invischiato la compagnia in un giro di affari con Teheran, forte della carica di chief financial officer che Wanzhou ricopre per l’azienda di famiglia. L’arresto di Meng, come prevedibile, ha fatto andare su tutte le furie la dirigenza di Pechino, che nel giro di una settimana ha risposto alla “violazione dei diritti umani” della propria cittadina arrestando a sua volta due cittadini canadesi residenti in Cina: l’ex diplomatico (e membro del think tank International Crisis Group) Michael Kovrig e l’uomo d’affari, esperto di rapporti commerciali con la Corea del Nord, Michael Spavor. Per entrambi, secondo Pechino, è scattato il fermo a seguito di indagini intorno ad “attività che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale cinese”. Nel frattempo, Meng è stata liberata su cauzione e non potrà lasciare il Canada finché il ministro della giustizia canadese non prenderà una decisione circa la richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti. In caso di estradizione, Meng dovrebbe rispondere dell’accusa di associazione a delinquere di fronte alle autorità Usa…

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Essere
una
macchina

Il libro di Mark O’Connell, Essere una macchina, uscito lo scorso settembre (Adelphi, 2018) è il resoconto di un viaggio del 2016 in America sulle tracce dei transumanisti, un gruppo non sempre identificabile di individui che, in diverse forme e modalità, credono nel superamento della morte grazie all’ausilio della tecnologia avanzata. Potrebbero esser classificati come tecno-utopisti, ma in realtà i personaggi che incontra O’Connell scavalcano questa definizione, in quanto le loro pratiche e studi oltrepassano l’immanenza delle problematiche della vita stessa e sfociano in una trascendenza tecnologica che può essere letta alla stregua di un vero e proprio culto religioso. Il tono della narrazione assume tinte spesso ciniche e distaccate, ma mai canzonatorie e irriverenti. A un primo approccio potrebbe ricordare Un viaggio divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, per il sarcasmo di alcune descrizioni grottesche. Eppure a una lettura attenta è evidente che il tema viene trattato con molta serietà e se alcuni personaggi descritti risultano essere degli outsiders totali – quasi degli strampalati – alla fine l’autore si sottrae dall’intento di un’analisi antropologica (alla DFW) e si concentra più  sullo spirito del tempo e lo stato dell’arte in merito alla ricerca tecnologica più accelerata. Il “viaggio” di O’Connell si svolge ai confini del mondo a noi finora noto, e per fare un parallelo con il secolo scorso le ricerche dei transumanisti sembrano aver sostituito le scorribande spaziali del ‘900, giacché lo spirito utopico non è più declinato nella scoperta di pianeti nuovi da colonizzare, ma è rivolto all’interno del corpo umano, nuova frontiera del sogno di vita eterna, immortalità.

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Il viaggio
dei
maledetti

C’è una nave in mezzo al mare. A bordo, centinaia di persone: donne, bambini, uomini in fuga. Non vogliono guardare dietro, nella direzione che hanno lasciato. Cercano un porto dove sbarcare. Ma nessuno li accoglie. È la primavera del 1939. Quattro mesi dopo scoppierà la Seconda Guerra mondiale. La nave è un modello di lusso, lungo quasi duecento metri e costruito in Germania. Si chiama “St. Louis”. I passeggeri sono 937: tutti ebrei, eccetto sette persone. Scappano dalle persecuzioni naziste, che negli ultimi tempi sono diventate insostenibili (sei mesi prima c’è stato il pogrom della Notte dei Cristalli). Il loro passerà alla Storia come il “viaggio dei Maledetti”. Il 13 maggio il transatlantico salpa da Amburgo. Ogni passeggero ha un regolare documento per sbarcare a Cuba, approvato dall’Ufficio immigrazione dell’isola. Considerano l’approdo a Cuba un transito, per provare poi a raggiungere gli Stati Uniti. Risultano turisti, grazie a una lacuna di un decreto cubano che non distingue chiaramente il turista dal rifugiato. La traversata dura due settimane. Mentre la nave sta affrontando l’Atlantico, il decreto lacunoso viene sostituito con un nuovo decreto dal governo cubano: i documenti dei passeggeri della St. Louis non sono più validi. Quando la nave raggiunge L’Avana, il presidente Federico Laredo Brú, nazionalista, uomo di Fulgencio Batista, rifiuta lo sbarco. Per sette giorni il capitano della nave negozia per convincere le autorità, ma senza successo. Solo in 29, tra i Maledetti, riescono ad avere comunque accesso all’isola. Restano ancora 908 persone. Il capitano Gustav Schröder ha 54 anni ed è in mare da quando ne aveva sedici. Non è ebreo. Il venerdì permette che sulla St. Louis si svolga la tradizionale preghiera ebraica e fa togliere il ritratto di Hitler dalla sala da pranzo. Schröder sa che ottenere il permesso di entrare negli Stati Uniti sarà difficilissimo, considerato l’Immigration Act che dal 1924 stabilisce limitazioni nel numero dei migranti ammessi. Eppure tenta. La St. Louis raggiunge le coste della Florida, dove è costretta ad aspettare. I negoziati proseguono per lunghe ore. La quota di migranti ammessi dalla Germania per il 1939 (27.370) è già stata raggiunta, bisognerebbe andare in deroga per questioni umanitarie. Si coinvolge direttamente Franklin Delano Roosevelt, con un telegramma al quale però il presidente non risponde. Via via diventa chiaro che gli Stati Uniti non permetteranno lo sbarco. I bambini sulla nave studiano le espressioni ansiose dei genitori, per capire quanto la situazione sia grave. Ci sarebbe ancora il Canada. La St. Louis è a due giorni di navigazione da Halifax. Ma anche le autorità canadesi decidono di tenere i loro porti chiusi ai Maledetti, nonostante un accorato appello di accademici ed ecclesiastici del Paese. D’altronde è il Canada dove un agente dell’Ufficio immigrazione nel ‘39 rispose, a chi gli chiedeva quanti ebrei sarebbero stati accolti dalle persecuzioni europee, con la celebre frase: “None is too many”.

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Contro la trappola della rassegnazione

Di Luca Rastello si è scritto e detto moltissimo, post mortem. Lo conoscevano in pochi, forse perché era mosso dall’amore per la verità e aveva uno spirito avverso a ogni conformismo e, quindi, alle logiche da cui dipende la visibilità mediatica. Ha vissuto molte vite – giornalista culturale, reporter, analis…

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