Essere
Kim
Jong-un

La Liebefeld Steinhölzli Schule? Sì, ci sono stato due anni. Due anni a sguazzare in quella specie di struttura semi monacale, che vorrebbe essere un collegio di élite. Cercate le foto: un edificio di cemento grigio, senza neanche un terrazzino e quelle strisce gialle tra un piano e l’altro. Una cosa triste, svizzera, decadente, europea. Mi facevo chiamare Pak Un. C’è pure qualche immagine che mi ritrae al tempo, l’ho vista su Google. A un mio amico avevo detto: «Io sono il figlio del boss della Corea del Nord». Quel coglione non ci aveva creduto. Qualche tempo dopo, però, ho notato che la madre mi guardava con attenzione, scrutava i miei lineamenti, soprattutto la testa. Quella maledetta più avanti avrebbe dichiarato al New York Times che aveva capito subito la somiglianza. Certo. Se ti avessi chiesto di indicare la Corea del Nord sulla mappa forse l’avresti messa vicino a Vienna. Tedeschi di merda. In quella specie di college studiavo scienze naturali, mi piacevano gli insetti: soprattutto i vermi. Ho incontrato molti ragazzi, svizzeri e stranieri, ragazze bellissime e sfigati senza speranza. Mi sarebbe piaciuto fermarmi di più, studiare anche musica, tecnologia. Zero contatti con casa, zero contatti con quel bastardo di papà, zero contatti con mia madre. Qualche professore ogni tanto tirava fuori la storia della carestia nel “regno eremita”. Lo chiamavano proprio così: “regno eremita”. E dire che io, prima di partire, dovevo assistere di continuo a estenuanti cerimoniali: ora con un cinese, ora con un vietnamita, ora con un cubano. A volte arrivavano pure degli italiani. Ma quale regno eremita? Mio padre faceva arrivare roba dappertutto e mi spiegava che le nostre navi attraccavano in ogni porto del pianeta. Quale eremita? Eravamo già globali. È che ci avete sempre creduto pazzi, mentre i pazzi siete voi. Ma torniamo in Svizzera e alla carestia in Corea. Era il 1998: la marcia maledetta, ardua, micidiale. Morti, piccoli mercati che crescevano e papà sempre più affondato sui divani, sempre più indaffarato nella città sotterranea a rapire registi, attrici per fondare la nouvelle vague della dinastia dei Kim. A casa mia si stava bene, credo. Così dopo due anni di buone maniere e invidia (erano invidiosi delle mie scarpe, quegli straccioni) sono tornato a Pyongyang. Bisogna capire che significa essere il terzo di sette figli di uno degli uomini più potenti del mondo. Certe cose bisogna guadagnarsele, non si può rimanere in Svizzera a guardare il basket, comprarsi le Nike e a discettare di Mozart.

Leggi tutto

Trump vs Kim.
E la Cina
in mezzo

La partita diplomatica intorno alla «minaccia nordcoreana», lo scorso weekend, si è arricchita di un nuovo colpo di scena, decisamente meno appariscente della «invencible armada» trumpiana che avrebbe dovuto spaventare il regime dei Kim e che, invece, come sanno bene i vicini giapponesi e sudcoreani, ha forse intensificato l’attività missilistica di Pyongyang. Dopo due test di lancio di ICBM (Intercontinental Ballistic Missile) andati a buon fine nel mese di luglio – infischiandosene delle risoluzioni Onu vigenti – il timore che il progetto missilistico nordcoreano possa essere già in grado di colpire obiettivi statunitensi oltreoceano è tornato. E ha spinto l’amministrazione Trump alla prova dell’Onu, portando al voto del Consiglio di Sicurezza un pacchetto di sanzioni, «mai così duro», destinato a fiaccare l’economia nordcoreana. La risoluzione 2371, contro ogni aspettativa, ha accolto il favore di tutti i membri del Consiglio di Sicurezza: 15-0, ha sottolineato Trump lamentando un presunto disinteresse generale dei «fake news media» Usa nei confronti della «sua» performance diplomatica. Gli sviluppi del voto di sabato restituiscono una serie di spunti per tentare di interpretare le traiettorie geopolitiche tracciate intorno alla questione nordcoreana, diventata palesemente un’arma contundente contesa tra Stati Uniti e Cina. Le nuove sanzioni proibiscono alla Corea del Nord l’esportazione di carbone, ferro (lavorato e grezzo), piombo (lavorato e grezzo) e pesce. Beni che, secondo le stime, valgono almeno 1 miliardo di dollari, pari a un terzo dell’export annuali del regime. In aggiunta, la risoluzione vieta alla comunità internazionale di assumere nuovi lavoratori nordcoreani all’estero, di avviare nuove joint venture o intese commerciali con partner nordcoreani e di aumentare investimenti in attività produttive già basate in Corea del Nord. Pyongyang insomma subisce sanzioni economiche emanate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu da più di dieci anni – il primo pacchetto risale al 2006, in risposta al primo test nucleare nordcoreano – e in questo mese di agosto, in linea con una tendenza già consolidata, la Cina di Xi Jinping ha nuovamente rinunciato al proprio diritto di veto, votando a favore di misure decisamente più drastiche di quelle della risoluzione 2270, passata nel marzo del 2016. Ciò nonostante, l’efficacia di tali risoluzioni «punitive», superando i proclami propagandistici statunitensi, rimane tutta da provare.

Leggi tutto

Dark Data. Viaggio nella cyborg finanza – pt. 10

L’indice Dow Jones va giù del 3% in due minuti. Crash. Concentra l’attenzione sul tuo respiro. Senti l’aria mentre entra lentamente e lascia il tuo corpo. Segui l’aria che si muove attraverso la gola, giù nei polmoni, e torna su di nuovo. L’indice scende ancora: un altro 0,4 % in dieci second…

Leggi tutto


“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Living
in
America

Io credo che molte persone abbiano una concezione distorta del denaro, il denaro è uno strumento di misurazione… Pazienza, parsimonia, sacrificio, in fondo cosa hanno in comune queste tre cose? Sono scelte. Il denaro non dà pace interiore, il denaro non dà felicità: il denaro è, nella sua essenza, la misura delle scelte di ogni uomo”. La chiave per decodificare il personaggio di Marty Byrde, protagonista della serie Ozark – uscita in 10 puntate, a fine luglio, su Netflix – si condensa sostanzialmente in un’unica parola: la scelta. La narrazione, magistralmente ideata da Bill Dubuque e Mark Williams, non è costruita intorno al topos dell’eroe tragico. Il candido Marty Byrde, interpretato dal bravissimo Jason Bateman, è un comune colletto bianco, con una bella moglie impegnata a fare campagna per Obama e due figli adolescenti a cui il buon Marty continua a dare il bacio della buona notte. Completano il quadro una monovolume, un mutuo e un lavoro gratificante. Il personaggio è senza ombra di dubbio il simbolo dell’americano perfetto: responsabilità e rettitudine come salde basi della famiglia. Democratico, appagato dal lavoro, attento agli altri e alla sua forma fisica, che è specchio di sé, l’uomo possiede poi uno straordinario talento come consulente finanziario. Marty va d’accordo con i numeri, conosce le banche e il mercato come le sue tasche e, del tutto in linea con la sua attitudine, sceglie con coscienza e raziocinio di mettere le sue doti al servizio di un cartello della droga messicano. In pratica: Marty ricicla denaro per il narcotrafficante Del, suo concittadino nella piccola cittadina di Ozark.

Leggi tutto

"Tutto è in frantumi e danza" - La presentazione del libro (video)

Roma brucia,
il tempo
della sete

Come portate lungo linee stabilite da un’antichissima geografia materiale, le donne del Tufello cominciano a riunirsi nel cono d’ombra della Chiesa del Santissimo Redentore. Quadrante Nordest di Roma. Coperte da spessi strati di stoffa per proteggersi dal caldo, aprono sugli scalini vecchie mappe della città. Con bastoncini di legno e pezzi di gesso, tracciano ipotetici percorsi. Il primo sole del mattino arroventa la sabbia e screpola l’asfalto. Tutto è pronto per la partenza. In realtà io non volevo partire. Preferivo rimanere a giocare con gli altri bambini, a caccia d’insetti e lucertole nel letto asciutto del fiume Aniene. O sui ponti della Tangenziale Est, a tirare sassi alla colonna infame d’impiegati che quotidianamente si trascina camminando verso i Quartieri Lavoro di Roma Nord. Ma le donne avevano bisogno di me. E ho detto sì. La Moglie del Maniscalco distribuisce pastiglie contro il diabete. Stimolano la secrezione ormonale dell’ipofisi. Bloccano i morsi della Sete. Personalmente preferisco le tetracicline. Quelle che si usano per l’acne. O il colera. Riesco a non bere per un giorno intero con quelle, anche se poi gli effetti collaterali sono devastanti. Mentre cominciamo a muoverci, la Figlia del Bardo mi racconta che le paraste in cemento armato della facciata della Chiesa del Santissimo Redentore, costruita negli anni Settanta dello scorso millennio, segnano il destino del nostro quartiere più di ogni altro edificio. Ex bosco collinare, riserva di cedri secolari e pini marittimi puntellata di palazzine del barocchetto romano, il Tufello negli stessi anni conosce la nemesi dei palazzoni dormitorio dello IACP.

Leggi tutto

Dietro
le quinte
della moda

La produzione che soggiace al settore della moda, spiega Veronica Redini, pretende un dispiegamento vasto e vario delle diverse fasi di ideazione, lavorazione e distribuzione della merce. Dispiegamento che, dagli anni ’90 in poi, ha subito e continua a subire modificazioni radicali rispetto al panorama precedente, più localizzato, meno globalizzato, e i cui cambiamenti hanno effetti enormi su tutto ciò che il consumatore non può scorgere oltre il marchio a cui sceglie di fidelizzarsi: i rapporti di produzione nella loro complessità, la reale dimensione del lavoro vivo, le dinamiche imprenditoriali. Per questo il volume della Redini e dei suoi colleghi conduce la sua indagine sulle forme di organizzazione del lavoro e sulle relative condizioni, con un focus privilegiato sulle tre aree significative in tal senso della Riviera del Brenta (calzature), della Toscana (pelletteria e calzature) e della Campania (abbigliamento e calzature). Obiettivo dichiarato del volume è analizzare come la messa a valore da parte del capitale si dispieghi nei diversi spazi e modi rispetto alle condizioni sociali, politiche ed economiche. Il risultato dell’indagine si declina attraverso almeno quattro punti focali: 1. Il concetto di rete come principio di organizzazione e funzionamento della produzione, per sottrarre all’oblio tutti i nuclei di controllo e i livelli gerarchici che processi come la delocalizzazione rischiano di occultare. 2. La reale portata del lavoro vivo nei processi di valorizzazione delle merci italiane realizzate all’estero, anch’essa oscurata dalla costruzione di un immaginario per il consumatore che vuole la produzione indissolubilmente legata alla dimensione dell’alto artigianato in Italia…

Leggi tutto

Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Kill Corbyn,
kill the
absolute boy

La situazione è sotto gli occhi di tutti. L’Europa del 2019 sembra il Venezuela, da dodici mesi i mercati stanno crollando e il crollo si porta via tutto: disoccupazione alle stelle, deflazione degli asset finanziari, collasso del mercato immobiliare. Capisco le sue ragioni, quelle dei suoi datori di lavoro, che dall’inizio degli anni Dieci in vista del precipitare del prezzo del barile hanno spostato il core business nel Vecchio Continente. «Il 2017 sembrava l’anno della svolta e invece è diventato l’annus horribilis», continua scrutandomi, come si guarda con disgusto un insetto sul muro. «Abbiamo fermato l’avanzata dei populismi e della destra in Austria, Olanda, Francia, Germania. Ma nel bel mezzo è sorto il problema nel Regno Unito.» Il problema… come i troubles nell’Irlanda del Nord. L’eufemismo sta ai britannici come l’iperbole agli italiani. Il problema è che alle UK general election del 4 ottobre 2017, quattro mesi dopo che le elezioni di giugno avevano portato allo stallo e al governo May con l’estrema destra unionista, tra la sorpresa generale va a vincere il Labour Party guidato da Jeremy Corbyn. È lui il problema. Fino a solo un mese prima i sondaggi lo davano per spacciato, anche di 10-20 punti percentuali, poi il vecchio socialista del Wiltshire realizza una delle più sorprendenti rimonte della storia politica: 46% dei voti, oltre 350 seggi conquistati, maggioranza assoluta in parlamento. Per sei mesi i mercati sono nervosi, volatili, ma nel complesso reggono. Memori della tragedia greca, i cui strascichi sono ben presenti nelle menti degli operatori finanziari, tutti sono convinti che alla fine Corbyn si normalizzerà. Come Alexis Tsipras, alla fine guiderà un classico governo socialdemocratico: qualche tassa in più, qualche strale contro i bankers e la City, un riavvicinamento all’Europa. E invece no, niente di tutto questo. Come ha promesso in campagna elettorale, l’absolute boy comincia un piano di ristrutturazione della cosa pubblica e del bene comune che non si vedeva dal primo piano quinquennale sovietico: ri-nazionalizzazione delle reti ferroviarie, delle poste e del settore energetico; abbattimento delle tution fees, le rette d’iscrizione all’università, e avvio della più grande riforma sanitaria d’Occidente, finanziata con fiumi di denaro pubblico. È il 2018. Ed è allora che il mercato va in tilt. La sterlina finisce presto sotto la parità contro dollaro ed euro, con una volatilità che non si vedeva dagli anni Settanta.  I rendimenti dei gilts, i titoli di Stato inglesi, schizzano al 10%. A fine anno, la London Stock Exchange crolla del 45%. Europa e Occidente seguono a ruota nel profondo rosso. Ma lui non è qui per Europa e per Occidente. Lui è qui per sé. Lui è qui per il Tony Blair Institute for Global Change e per la Faith Foundation, le sue rendite, sovvenzionate dalle stock options globali wahabite che in Europa e in Occidente hanno investito troppo. Ma non solo per questo. Lui è qui per un’idea.

Leggi tutto

Redeloos, radeloos, reddeloos: l’anno orribile che dobbiamo attraversare

Redeloos, Radeloos, Reddeloos, tre aggettivi traducibili dall’olandese in “irrazionale”, “disperato” e “senza speranza” e, rispettivamente riferiti a popolo, governo e nazione. Di fronte al futuro che impone la fine del lavoro dei servizi, di fronte alla capacità della…

Leggi tutto


Può interessarti anche Recurring dreams

#Italia
Crisi finanziarie
Simple Share Buttons