Gentrification
di lusso
a Mosca

Una strada che per estensione indica un quartiere di mezzo chilometro quadrato, tra la ulitsa omonima e il fiume Moscova. Si chiama Ostozhenka. Gli agenti immobiliari lo chiamano “il Miglio d’oro”. Avere una casa qui è un elemento di distinzione, il simbolo di un’appartenenza all’élite. Spesso neanche ci si vive. Possono essere appartamenti di trecento metri quadri con una sola camera da letto, lasciati a impolverare. Luoghi di rappresentanza, esibizioni di potere. Un comune denominatore dei processi contemporanei di gentrification è la privatizzazione di immobili e interi quartieri un tempo controllati dalla mano pubblica. Il social housing dismesso a vantaggio dell’acquisto di proprietari e degli affitti a prezzo di mercato. Lo Stato che si defila, gli investitori privati che assumono il controllo degli equilibri della città e delle politiche abitative. Se c’è un Paese dove tutto ciò rappresenta una trasformazione di forte impatto, considerando le esperienze precedenti nel rapporto tra amministrazione e territorio, questo Paese è evidentemente la Russia post-socialista. Dove il saldo controllo centrale del regime sovietico ha lasciato senza padroni una allettante terra di nessuno. Rapidamente occupata, negli ultimi venticinque anni. L’esito del processo qui ha avuto un segno evidentemente diverso rispetto ai casi classici di gentrification. I nuovi abitanti non appartengono alla cosiddetta “classe creativa” o comunque al ceto medio. Non sono giovani famiglie né brillanti liberi professionisti con velleità bohémien. Questo è un quartiere che si è votato al lusso. A lungo, nella storia dell’URSS, Ostozhenka è stata una zona desolata, con scarsa capacità attrattiva. Lontana dalla vivacità industriale e commerciale che aveva avuto fino alla metà del Novecento. A guardarli dagli anni Cinquanta/Ottanta del XX secolo, gli eleganti edifici in stile art nouveau, lungo l’asse centrale, ricordavano la decadenza del passato più che la sua luminosità. Da metà Novecento questa è stata una zona centralissima dal punto di vista fisico, a ottocento metri dal Cremlino, ma del tutto marginale nella percezione. Ospitava magazzini per lo stoccaggio, fabbriche, caserme. Non aveva quasi nessuna manutenzione.

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Glastonbury: la rockstar è Corbyn

Trasformare il linguaggio muscolare della politica in una lirica nuova, sbattere in faccia l’evidenza di una realtà che sta crollando sotto il peso delle proprie contraddizioni. È questo che trasforma Jeremy Corbyn in una rockstar. Fino a ieri, Londra e l’Inghilterra erano la terra promessa. Studenti da tutto il mondo in cerca dell’accademia vincente. Giovani europei in cerca di fortuna. Riciclatori di fortune in cerca di porti franchi. Oggi Londra e l’Inghilterra possono diventare terra di speranza. Una politica, che sfugge alle coordinate di vecchio e nuovo, cerca di abbattere quelle contraddizioni colpevoli di cancellare ogni promessa. Jeremy Corbyn sta offrendo al treno un percorso alternativo, con fermate diverse da quelle scandite dai tempi dell’acquiescenza. Quando l’ineluttabilità era il binario unico. Glastonbury, giù, in mezzo. «Stop that train, we wanna get on.» Glastonbury, Pyramid Stage. «La politica riguarda la vita di tutti giorni, i nostri sogni, quello che vogliamo. Riguarda quello che possiamo ottenere e quello che desideriamo per gli altri.» Frasi semplici, rimosse dagli ingloriosi decenni della rivoluzione conservatrice. La nuova ragione del mondo non è più imposta dall’alto, bensì è una sorta di patto sociale, condiviso dalla maggioranza di noi. Non c’è più niente da delegare, il senso di marcia non è più obbligatorio e l’illusione del benessere non inganna più gli sguardi. E proprio un inganno ha portato al rogo di classe della Grenfell Tower, alla demolizione di tutto ciò che è pubblico, alla lotta cieca contro i rifugiati, considerati la causa d’ogni male. Glastonbury, giù, in mezzo. Glastonbury, Pyramid Stage. Le distanze si accorciano. Scompaiono. Jeremy Corbyn, osteggiato dai suoi compagni di partito, bollato come bollito, non solo ottiene un risultato novecentesco per il Labour Party, ma riavvicina i giovani alla politica. Mobilita masse ormai rassegnate, e apatiche, le riconsegna alla partecipazione attiva. Collega l’orgoglio della working class all’ingegno del cognitariato, il secolo breve a un altro futuro possibile. Jeremy Corbyn traduce la grande tradizione del rock in una narrazione semplice e lineare quando invoca la fine di un modo di vivere che cupamente accetta povertà, sofferenza e disperazione.

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Dark Data. Viaggio nella cyborg finanza – pt. 9

Ogni dato è un remix. Un pezzo d’informazione il cui stato originario è stato modificato aggiungendo, togliendo o cambiandone una parte. L’arte del remix digitale, come ripete Lawrence Lessig, è il cuore della cultura del XXI secolo. E ogni remix digitale si basa su due semplici operazioni. ‘Copia e Inco…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Spread,
mantra della
catastrofe

Un estratto da “Tutto è in frantumi e danza” (La Nave di Teseo, 2017) di Guido Maria Brera ed Edoardo Nesi. Nel brano che segue Brera racconta del momento in cui “spread” divenne la parola sulle labbra di tutti. «Dicono che la finanza sia come una grande stanza buia, e ogni tanto qualcuno accende una torcia e punta la luce in un angolo. D’improvviso tutti si accorgono di cosa ci sia in quell’angolo e di quanto sia importante, e cominciano a parlarne sulle colonne dei grandi giornali del mondo e non smettono finché non si crea un consenso generale sul da farsi. Poi agiscono. Ora la luce è puntata sul debito dei paesi europei. La rozza Bestia di Yeats è finalmente arrivata a Betlemme, ed è in quel momento che il sogno dei padri fondatori si dell’Europa si spezza: quando la possibilità di frammentazione dell’unione monetaria smette di essere un’ipotesi astratta per prendere vita e incarnarsi in un indicatore abbastanza oscuro, che fino a quel momento s’era mosso ben poco e aveva riguardato principalmente gli studiosi di finanza teorica. È lo spread, cioè la differenza tra i tassi di interesse dei titoli emessi dal paese egemone, la Germania, e i tassi dei titoli degli altri paesi d’Europa.

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"Tutto è in frantumi e danza" - La presentazione del libro (video)

Il summit G20,
un contenitore
che resta vuoto

I miseri risultati dell’incontro di Amburgo impongono una riflessione rispetto al perdurare del “sistema” G20. Oltre al salvataggio dello status quo neoliberista, unica crisi capace di riunire efficacemente gli Avengers del libero mercato, rispetto al resto dei temi affrontati di anno in anno ai summit dei 20 “Grandi”, l’incidenza del gruppo sulla realtà è stata del tutto risibile. L’appuntamento è così diventato a uso e consumo delle rispettive propagande nazionali e happening per rinverdire rapporti bilaterali, con pompose dichiarazioni d’intenti globali pronte a cedere sistematicamente il passo alle ragioni delle rispettive «realpolitik» nazionali. Ancora oggi perdura la convinzione che il G20 possa fare le veci di un idealistico «governo globale» – parafrasando la difesa d’ufficio del summit firmata da Christiane Hoffmann per Der Spiegel – un Dream Team di potenti che sia pronto a far fronte comune contro le grandi crisi accidentali della Terra.

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Le inutili
barricate
anti-migranti

Uomini, donne, bambini. Quello che chiamiamo “emergenza” è una composizione sofferente di volti e storie, inarrestabile crisi del secolo. È atroce l’utopia che racconta di voler fermare le migrazioni, alzando muri. È distorta ed esclusiva la narrazione che punta il dito contro l’accoglienza e ignora, invece, il nodo cruciale: creare canali legali per i flussi migratori. È marzo del 2016, l’Unione europea e la Turchia raggiungono finalmente un’intesa. L’obiettivo è arginare i flussi di migranti che scappano dalla guerra e dalla miseria, in direzione Europa. Migliaia di persone a portata di telecamera sfilano come fantasmi davanti a centinaia di giornalisti. Arrivano a migliaia sulle isole greche. Partono dalle coste della Turchia, attraversano il mare, approdano nel Vecchio continente che intanto fatica a trattenere le pulsioni di chi vuole barricarsi e chiudere i confini. Il nodo dell’accordo prevede che tutti i profughi che arrivano “illegalmente” sulle coste greche (a partire dal 20 marzo 2016) possano essere rimandati indietro. Ergo: rispediti in Turchia, senza nessuna garanzia.

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Corruzione
e violenza
a New York

Attraverso una vasta bibbia di personaggi e una prosa cruda, tagliente e dai ritmi incalzanti che solo i maestri del crime posseggono, Don Winslow, nel suo ultimo libro “Corruzione” (Einaudi Stile Libero, 2017), scandaglia a fondo il milieu della città di New York, e ne sbatte in faccia al lettore, portandoli a galla e rappresentandoli senza sconti di sorta, tutti i lati più oscuri. La piramide della corruzione è vertiginosamente alta, ma ha un suo vertice, in uno dei palazzinari più potenti di New York. Da genere a genere, da dispositivo a dispositivo, da serialità a serialità, ma c’è un sottofondo interpretativo che sembra risuonare sulle stesse note. Come nella terza di Twin Peaks il “male” sconfina dal locale e pervade un altrove più ampio, globalizzato e globalizzante – quello, appunto, delle metropoli internazionali –, così in Don Winslow, ma certo sul versante opposto a quello del “giallo metafisico”, il crimine travalica il confine e dai cartelli messicani giunge nella city sublime, ribaltandone l’ipocrita tappeto e abbattendone a raffiche di prosa tutti i falsi miti di splendore. Corruzione è un libro che ci fa constatare almeno due cose. La prima è la conferma dell’apporto decisivo della narrativa di genere (quella di alta caratura) all’interpretazione e scandaglio del reale. La seconda, con buona pace di chi potrebbe storcere il naso, è l’attestazione che Don Winslow è, maestria nel genere del crime a parte, tra le penne più fulgide della letteratura statunitense… Manhattan, oggi. Dennis Malone veste sempre di nero e appartiene alla seguente tribù: irlandese, detective, poliziotti di strada, Manhattan North Special Task Force, in gergo Da Force. E a un’altra tribù: quella dei poliziotti corrotti. Con lui ci sono William Montague – detto “Big Monty”, di stazza e cervello, è un nero che veste con giacche di tweed, porta un cappello con una piuma rossa infilata nella fascia, e fuma sigari Montecristo –, e Phil Russo, italo-americano cresciuto, come Denny, a Staten-Island, veste con soprabiti rétro e camicie di sartoria, calza scarpe di Magli e si rasa due volte al giorno. Tutti e tre sono poliziotti del Dipartimento di New York, assegnati in qualità di detective a una squadra speciale, appunto: la “Da Force”.

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Redeloos, radeloos, reddeloos: l’anno orribile che dobbiamo attraversare

Redeloos, Radeloos, Reddeloos, tre aggettivi traducibili dall’olandese in “irrazionale”, “disperato” e “senza speranza” e, rispettivamente riferiti a popolo, governo e nazione. Di fronte al futuro che impone la fine del lavoro dei servizi, di fronte alla capacità della…

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