I Diavoli - Notizie finanziarie raccontate dalla scatola nera

Un "altrove"
oscuro e
perturbante

Al di sotto di tutta questa costruzione, emerge però un’altra realtà, che ha a che fare con le viscere del terreno o con le profondità abissali, e che si manifesta in crepe serpeggianti o in gorgoglii sinistri, tali da turbare la superficie. Ne fanno parte alcuni autori apparentemente lontani tra loro, soprattutto geograficamente, che invertono la rotta del panorama letterario contemporaneo. I loro modi espressivi sono lontanissimi dal poter essere accostati – e la forte individualità è tratto fondamentale dell’essenza di questi scrittori –, eppure gli immaginari che costruiscono, seppure distanti, sono in qualche modo collegati, come insiemi che condividono maggiori o minori zone di intersezione. Queste convergenze immaginative sono collegate alla contemporaneità: gli autori facenti parte di questa dimensione sotterranea, invece di fabbricare prodotti di intrattenimento rassicuranti e redditizi, si calano nelle derive del presente, le rielaborano, riavvicinandosi a quello che è il significato letterale dello “storytelling”: l’arte di raccontare storie. In un contesto storico caratterizzato dalla crisi del capitalismo, dal collasso economico, dalla fobia del diverso, dalla paranoia securitaria, la narrazione ha iniziato a virare sull’estetica della distopia, mescolata alla specificità di ogni autore. Ma siamo lontani da quelle che erano le tendenze del momento d’oro delle distopie novecentesche, quelle costruite da Huxley, Orwell, Bradbury, rielaborate nella seconda metà del secolo scorso fino ad autori come Morselli o Atwood; oggi la distopia ha perso la sua carica politica, o meglio, è politica nel non essere dichiaratamente politica. Della distopia restano alcuni elementi, alcuni sentori, che sembrano ricordarci che il mondo reale si è talmente avvicinato a quello distopico, la sovrapposizione tra i due è così vicina, che la letteratura non potrebbe immaginare qualcosa in grado di andare oltre; immagina, di conseguenza, la deriva totale, il collasso, il post-distopia: un mondo derelitto e spento, senza più regole totalitarie imposte dall’alto, ma interiorizzate dai suoi stessi abitanti, che si trascinano in periferie desolate o lande mortifere. Un mondo che proviene da un altro tempo e da un altro luogo, ma da un tempo e un luogo situati in un futuro prossimo, pericolosamente vicino al presente, in alcuni casi parallelo a esso. In Italia, l’autore che più di ogni altro sembra inserirsi in questa onda sotterranea che sta percorrendo la letteratura di oggi è sicuramente Luciano Funetta, classe 1986 e libraio di professione. Il grido è…

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Books
have
the power

La torrida estate infine è giunta, insieme al desiderio di sgombrare la mente. Ma non troppo, perché i tempi bui che corrono non ce lo consentono. Di seguito una serie di letture suggerite dai Diavoli tra urgenti ripescaggi e bruciante contemporaneità, per ribadire che sempre, anche sotto l’ombrellone, “books have the power”. >>>Marco Amerighi, Le nostre ore contate, Mondadori, Milano 2018. 1985, Toscana: in un paesino immaginario, che però assomiglia molto a Larderello, gli operai del vapordotto soffocano nell’amianto, e quattro amici quattordicenni affrontano l’estate che cambierà per sempre le loro vite. Sanno a malapena suonare, ma hanno fondato un gruppo punk. E quella del protagonista, Sauro, è una tipica adolescenza degli anni Ottanta: la forza dell’amicizia e il dilemma del tradimento, i difficili rapporti con il padre, il rifiuto delle convenzioni sociali (che ancora esistevano), la musica come forma di evasione e ribellione al tempo stesso, la noia di cui si finisce per avere nostalgia. Vent’anni dopo Sauro torna nel paese dove si è lasciato tutto alle spalle: suo padre, che lo aveva cacciato di casa senza apparente motivo, è scomparso nel nulla, e lui dovrà fare i conti con gli inspiegabili avvenimenti di quell’estate 1985. Dramma individuale e collettivo al tempo stesso, sorretto da una forza narrativa di rara intensità, l’esordio di Marco Amerighi è di quelli che lasciano il segno. >>>Angelo D’Orsi, Gramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli, Milano 2017. Da anni è in corso una “Gramsci renaissance”: l’espressione è dello storico Angelo D’Orsi, che con quest’opera offre un punto di riferimento tanto per chi vuole accostarsi per la prima volta alla vita e alle idee dell’intellettuale comunista, quanto per gli studiosi e gli appassionati gramsciani. Nell’intreccio fra biografia e pensiero emerge la figura di un filosofo e politico straordinario per forza morale e rigore intellettuale. Capace – aspetto finora trascurato – di un’instancabile attitudine pedagogica, Gramsci riuscì a espandere il pensiero marxista oltre i suoi confini e a elaborare una visione del mondo e della storia destinata a incidere ancora per molti anni sull’orizzonte dell’umanità. La scrittura appassionata e avvincente di D’Orsi fa di Gramsci una lettura adatta anche per sdraio e ombrellone: magari sulle spiagge della Sardegna. >>>Massimo Mantellini, Bassa risoluzione, Einaudi, Torino 2018. Grazie al web e alla connettività diffusa abbiamo a disposizione tutte le informazioni che desideriamo in qualsiasi momento; eppure ci affidiamo alla newsfeed di Facebook e clicchiamo compulsivamente i “boxini morbosi” dei quotidiani online.

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Una feroce continuità

Il governo “gialloverde” sarebbe stato succube della stessa identica ideologia contro cui tanto si era scagliato durante la campagna elettorale italiana. Soltanto, “gialli” e “verdi”, si davano una facciata più radicale ed estrema, ma altrettanto incardinata nelle logiche di asservimento al Capitale. Vede, al di là di tutta la reto…

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Uccidi
Paul
Breitner

Uccidi Paul Breitner-Frammenti di un discorso sul pallone di Luca Pisapia, uscito a fine giugno per la collana Quinto Tipo delle Edizioni Alegre, è un viaggio nella storia in cui il calcio viene letto alla stregua di un dispositivo del potere per indagare le mutazioni politiche, sociali ed economiche del mondo occidentale. L’autore si avvale del discorso sul calcio come lo scrittore statunitense Don DeLillo usa la pallina da baseball in Underworld per porta a galla contraddizioni e sorti della società americana: «La palla non portava né fortuna né sfortuna. Era un oggetto che passava di mano. Ma spingeva la gente a raccontargli cose, confidargli segreti di famiglia e storie personali inconfessabili, a singhiozzare di cuore sulla sua spalla. Perché sapevano che era il loro, come dire, il loro strumento di sfogo. Così Le loro storie avrebbero assunto un rilievo diverso, sarebbero state assorbite da qualcosa di più vasto, il lungo viaggio della palla stessa e l’assurda marcia di Marvin nel corso dei decenni.» Così in Uccidi Paul Breitner la Storia viene cucita attorno a tre campionati del mondo – scanditi in tre rispettivi capitoli – che partono da Argentina 1978, passano da Usa 1994 e si concludono con Brasile 2014. C’è infine, a chiudere, un quarto capitolo che è una sorta di “guida alla lettura”, un riavvolgimento del nastro sulla narrazione stessa in cui vengono parzialmente svelati i passaggi tra fiction e non fiction, i punti di sutura che caratterizzano un oggetto narrativo inclassificabile. La scelta dei tre mondiali non è affatto casuale perché pone il focus su tre momenti topici secondo l’autore per stringere sull’assunto dei rapporti tra potere e intrattenimento o, per meglio dire, dell’intrattenimento sportivo che si fa dispositivo di controllo.

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La rivoluzione dell'aria

Trame
nere
sull'Europa

Quando si consuma l’ambigua rottura fra Trump e il suo “falco”, più che esultare per la fuoriuscita dell’«anima nera» dalla Casa Bianca, allora, si sarebbe dovuta porre l’attenzione sul fatto che Bannon guardava con scaltrezza già oltre il trionfo di Trump presidente, cioè puntava a rinsaldare il “trumpismo” e a prepararne un’ascesa o una confluenza con altri fronti populisti al di là dei confini nazionali degli Stati Uniti. Può sembrare paradossale, eppure nella matrice nazionalista della strategia di Bannon si scorge presto il germe di un progetto ben più ampio e non riducibile all’isolazionismo che aveva alimentato la retorica della campagna elettorale: cioè si scorge una sorta di internazionalismo suprematista, un’alleanza di tutti i sovranismi che stanno tornano alla ribalta. Ed eccoci dunque, dopo gli apprezzamenti spassionati al governo Lega-5stelle in quanto laboratorio populistico più avanzato, alla chiamata a raccolta ufficiale di tutte le ultra-destre europee da parte di Bannon. L’ex ideologo di Trump ha lanciato in questi giorni il progetto «The Movement», una fondazione no-profit che avrà sede a Bruxelles e si porrà l’obiettivo di coordinare e far confluire in una rete di alleanze strategiche tutte le compagini nazionaliste d’Europa. In vista delle elezioni europee che si terranno nella primavera del 2019, mentre miopia politica e scetticismi anti-euro imperversano, potremmo assistere alla discesa in campo di una vera e propria “internazionale sovranista.” L’unione delle due categorie, quelle di “internazionale” e “sovranista”, trova ora una declinazione tutt’altro che ossimorica nelle trame che Bannon sta cercando di ordire. E non a caso il fronte privilegiato è proprio quello europeo, laddove il momento storico sembra concedere campo a una serie di revanscismi inquietanti…

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Gli altri
arrivano
dal mare

Appena cala un po’ il sole comincia la partita. La più importante di tutte. La finale. Al di là delle mangrovie, sul terrapieno. Nel campo dei computer.Lo chiamiamo così perché le porte, le bandierine, anche le gradinate che abbiamo costruito come spalti, sono fatte da carcasse di vecchi computer: scatole, schermi, tastiere, schede di silicio, fili elettrici. Una volta i computer servivano a collegare le persone, dice il nonno. Ora servono solo per farlo sedere mentre mi guarda giocare a calcio. Io sono Mbappé, gioco a pallone. E qui alla periferia della Grande Città sono il migliore. Stamattina però l’allenamento è stato interrotto. E non sappiamo se questa sera riusciremo a giocare la finale. Improvvisamente il terrapieno è stato invaso dai carri dell’esercito privato della Rache. Il mare si è popolato di imbarcazioni militari. Girava voce che questa notte sarebbe arrivato un gruppo di Altri. Gli Altri arrivano dal mare. E per raggiungere la Grande Città devono per forza passare da qui. Per questo fuori dalla Grande Città esiste questo fottuto lembo di terra abitata, in perenne tentazione di sprofondare nel mare. Per fermarli. Qui ci sono i muri. Enormi vetrate di plastica trasparente, scivolosi e impossibili da scavalcare. Qui ci sono le torrette della Rache, sparano a vista su chi si allontana dalla fila. Qui ci sono i tunnel per smistarli e le gabbie per raccoglierli. Qui tutti lavorano nell’accoglienza degli Altri. Quelli che servono a uno scopo preciso sono raccolti insieme e spediti nella Grande Città. Quelli che possono essere utili un domani sono tenuti in vita nei campi. Gli altri sono trasformati in concime per la terra, o in mangime per i pochi animali bionici rimasti nelle fabbriche.

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Il viaggio
dei
maledetti

C’è una nave in mezzo al mare. A bordo, centinaia di persone: donne, bambini, uomini in fuga. Non vogliono guardare dietro, nella direzione che hanno lasciato. Cercano un porto dove sbarcare. Ma nessuno li accoglie. È la primavera del 1939. Quattro mesi dopo scoppierà la Seconda Guerra mondiale. La nave è un modello di lusso, lungo quasi duecento metri e costruito in Germania. Si chiama “St. Louis”. I passeggeri sono 937: tutti ebrei, eccetto sette persone. Scappano dalle persecuzioni naziste, che negli ultimi tempi sono diventate insostenibili (sei mesi prima c’è stato il pogrom della Notte dei Cristalli). Il loro passerà alla Storia come il “viaggio dei Maledetti”. Il 13 maggio il transatlantico salpa da Amburgo. Ogni passeggero ha un regolare documento per sbarcare a Cuba, approvato dall’Ufficio immigrazione dell’isola. Considerano l’approdo a Cuba un transito, per provare poi a raggiungere gli Stati Uniti. Risultano turisti, grazie a una lacuna di un decreto cubano che non distingue chiaramente il turista dal rifugiato. La traversata dura due settimane. Mentre la nave sta affrontando l’Atlantico, il decreto lacunoso viene sostituito con un nuovo decreto dal governo cubano: i documenti dei passeggeri della St. Louis non sono più validi. Quando la nave raggiunge L’Avana, il presidente Federico Laredo Brú, nazionalista, uomo di Fulgencio Batista, rifiuta lo sbarco. Per sette giorni il capitano della nave negozia per convincere le autorità, ma senza successo. Solo in 29, tra i Maledetti, riescono ad avere comunque accesso all’isola. Restano ancora 908 persone. Il capitano Gustav Schröder ha 54 anni ed è in mare da quando ne aveva sedici. Non è ebreo. Il venerdì permette che sulla St. Louis si svolga la tradizionale preghiera ebraica e fa togliere il ritratto di Hitler dalla sala da pranzo. Schröder sa che ottenere il permesso di entrare negli Stati Uniti sarà difficilissimo, considerato l’Immigration Act che dal 1924 stabilisce limitazioni nel numero dei migranti ammessi. Eppure tenta. La St. Louis raggiunge le coste della Florida, dove è costretta ad aspettare. I negoziati proseguono per lunghe ore. La quota di migranti ammessi dalla Germania per il 1939 (27.370) è già stata raggiunta, bisognerebbe andare in deroga per questioni umanitarie. Si coinvolge direttamente Franklin Delano Roosevelt, con un telegramma al quale però il presidente non risponde. Via via diventa chiaro che gli Stati Uniti non permetteranno lo sbarco. I bambini sulla nave studiano le espressioni ansiose dei genitori, per capire quanto la situazione sia grave. Ci sarebbe ancora il Canada. La St. Louis è a due giorni di navigazione da Halifax. Ma anche le autorità canadesi decidono di tenere i loro porti chiusi ai Maledetti, nonostante un accorato appello di accademici ed ecclesiastici del Paese. D’altronde è il Canada dove un agente dell’Ufficio immigrazione nel ‘39 rispose, a chi gli chiedeva quanti ebrei sarebbero stati accolti dalle persecuzioni europee, con la celebre frase: “None is too many”.

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Le grandi gelaterie di lampone

La via più facile è cercare la semplificazione, la banalizzazione, gli slogan: “sono troppi, non capiscono che qui non c’è lavoro.” Perciò è necessario raccontare ciò che accade, per togliere qualsiasi alibi a chi non vuole sapere. Pensiamo allora a cosa è diventata la Libia: un grande campo di concentra…

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