Orbán
contro gli
homeless

Nel suo Giglio rosso del 1894, Anatole France scriveva con un’ironia piena di serietà: «la maestosa uguaglianza delle leggi vieta tanto al ricco quanto al povero di dormire sotto i ponti, di mendicare nelle strade e di rubare il pane». Ma nelle misure che di recente ha scelto di adottare Viktor Orbán, Primo ministro dell’Ungheria, non aleggia alcuna ironia perché sono, spudoratamente, contro gli homeless. Dal 15 ottobre in Ungheria è entrata in vigore una nuova legge. Chi di notte viene trovato a dormire all’aperto è multato e, se ha una baracca in cui stare, questa viene demolita. Se poi è recidivo (bastano tre volte in novanta giorni) può essere arrestato, incarcerato e privato dei suoi averi. È l’inasprimento di una legge del 2013 che criminalizzava la povertà e che sollevò allarmi rimasti inascoltati. Ed è una misura che la Fidesz di Viktor Orbán, legittimata dalle trionfali elezioni dell’aprile scorso (quasi il 50% dei consensi), ha accorpato all’emendamento costituzionale di giugno contro Organizzazioni Non Governative e migranti. Allora l’ONU condannò il provvedimento, definendolo «crudele e incompatibile con le norme internazionali per i diritti umani». E il mese scorso il Parlamento dell’UE ha ammonito l’operazione, in cui individuava «il chiaro rischio di una violazione dei valori dell’Unione Europea». Vietato dormire per strada, dunque, nelle baracche o sulle panchine che sia. Ma come funziona se la strada è casa, perché non ne hai un’altra, e se al contempo non ci sono abbastanza ricoveri d’accoglienza? Orbán insiste a descrivere la legge come fosse ispirata da principi umanitari, finalizzata a migliorare le condizioni di vita dei senzatetto. In realtà l’intera operazione è stata realizzata senza mai un confronto con le organizzazioni che gestiscono l’accoglienza. Ammesso che ogni soggetto accetti di accedere a una struttura (con il suo sovraffollamento, le sue regole ferree e la convivenza con sconosciuti cui obbliga), gli shelter locali hanno circa 11mila posti, cioè la metà di quanti ne servirebbero per assorbire gli homeless del Paese (circa 20mila secondo la cauta stima della BBC). Più schietto è stato il Segretario di Stato con delega all’Inclusione Sociale, Attila Fülöp, spiegando che l’obiettivo della nuova legge è «assicurare che i senzatetto non siano in strada di notte e garantire che i cittadini possano far uso dello spazio pubblico senza impedimenti». Gli “impedimenti” sarebbero i corpi degli homeless, la presenza fisica di chi nello spazio pubblico ci vive e non ha alternativa.

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Sarà un
complotto che
vi seppellirà

Piovono bombe sulle elezioni di midterm americane. A casa di George Soros, il grande vecchio ebreo che brama la sostituzione etnica del popolo ariano con una razza inferiore e meticcia, e per questo tiene a libro paga metà della sinistra mondiale. A casa di Hilary Clinton, rettiliana coinvolta in torbidi giri di pedofilia e messe sataniche insieme alle alte sfere del Partito Democratico, della Cia e dei media liberal. A casa di Barack Obama, il primo presidente degli Stati Uniti nero, ma anche musulmano, non nato sul territorio americano e arrivato alla Casa Bianca per volere di Daesh. Sarà un complotto che vi seppellirà. Tutto questo lo aveva già capito due anni fa Edgar Welch, “un trentenne disperato, se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato”, che il 4 dicembre del 2016 irrompe al Comet Ping Pong, una pizzeria di Washington, armato di fucile. Vuole liberare i bambini tenuti lì come schiavi e usati come attrezzi del divertimento dalla setta di pedofili satanisti di cui fanno parte Hilary Clinton e altri maggiorenti del Partito Democratico. Padre di due figli, giudicato poi sano di mente e capace di intendere e volere dalle perizie psichiatriche disposte dai vari tribunali, l’allora ventottenne Welch si convince di dovere liberare i bambini dopo aver sentito il candidato repubblicano Donald Trump chiedere ripetutamente ai suoi seguaci di arrestare Hilary Clinton («lock her up», il mantra delle primarie). Ma soprattutto dopo aver letto di questa terribile cospirazione pedofilo-esoterica-democratica su 4chan, un sito/forum tipo Reddit dove si scrive e si legge quello che si vuole, e da cui sono nate anche organizzazioni informali come Anonymous. D’altronde, in qualche modo, la cospirazione nata all’epoca sulla famosa bacheca B di 4chan (già diventata “pol”) era approdata anche sulla stampa mainstream, che l’aveva coperta come possibile, improbabile, o l’aveva bollata come ridicola. Però ne aveva parlato. Fischiano proiettili a Pittsburgh. A fine ottobre di quest’anno Robert Bowers entra nella locale sinagoga armato di un fucile d’assalto e tre pistole e, al grido di “tutti gli ebrei devono morire”, uccide undici persone a caso in quello che è subito considerato “il peggior attacco antisemita sul suolo americano”. 46 anni, maschio, bianco, razzista, suprematista, violento, paranoico, in possesso di armi da fuoco (un arsenale di almeno venti pezzi, compreso il fucile AR 15 e le pistole Glock e Walther con cui compie la strage), Robert Bowers è il perfetto rappresentante di quel ceto medio americano impoverito che alle ultime elezioni ha votato Donald Trump.

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Genova, special situation

Da qui in avanti ci sono due scenari possibili. Il primo, potremmo definirlo “venezuelano”. Il premier del governo gialloverde si trasforma in Maduro e nazionalizza la società Autostrade senza alcuna contropartita per i suoi legittimi proprietari. Il secondo scenario , invece, presuppone che non venga accertata …

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“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti”

Metti un like,
lavora sempre,
non dormi mai

Al principio furono i morti viventi di George Romero. Nell’anno di grazia 1968, quando le molotov del desiderio disegnavano traiettorie infuocate nel cielo delle società capitaliste. Tra i mille possibili livelli di lettura di quel film capolavoro, svetta il feroce attacco alla società capitalista e al conformismo dilagante del produci-consuma-crepa. A ritmi e cicli ininterrotti. Ventiquattrore al giorno, sette giorni alla settimana, trecentosessantacinque giorni all’anno. I morti viventi erano i morti di sonno del Capitale. Si dorme sempre meno, si dorme sempre. Lo racconta molto bene, tra gli altri, Jonathan Crary in 24/7 Il Capitalismo all’assalto del sonno (Einaudi, 2015) quando descrive come oggi si dorma in media un’ora e mezzo in meno rispetto al secolo scorso. Delle otto ore di riposo da sommare alle otto di lavoro e alle otto di svago, per cui si lottava nelle parate del primo maggio internazionale nel Novecento, sono rimaste circa sei ore e mezza per dormire negli anni Dieci nuovo millennio. Oggi che la nostra vita è messa al lavoro in ogni suo aspetto, che il capitalismo delle piattaforme estrae valore dal nostro lavoro quanto dal nostro svago – accumulando big data ogni volta che scriviamo qualcosa su Facebook, mettiamo like a un post su Instagram di Chiara Ferragni, prenotiamo una stanza su Airbnb o ordiniamo un taxi con Uber o una pizza con Just Eat – il sonno diventa l’unica parte della giornata in cui non facciamo guadagnare qualcuno. Una specie di riserva di resistenza all’occupazione biopolitica di ogni individuo, corpo e anima”, scrive Augusto Illuminati. Per questo ci fanno dormire sempre di meno. Perché, citando ancora Crary in 24/7: “il sonno interrompe risolutamente il furto di tempo che…

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La rivoluzione dell'aria

Sulla
mia
pelle

Schermo nero. Stacco. Un campo lungo mostra la stanza di un ospedale. Siamo all’interno e intravediamo un letto con una sagoma distesa su un fianco, immersa in un silenzio assordante. “Nell’inquadratura entra un infermiere che chiama ad alta voce “Stefano”, con l’intenzione di svegliare la figura inerme e ricordargli che è l’ora del prelievo. Ma quando l’infermiere, e con lui la telecamera della regia, si avvicinano ancora, ci si accorge che la sagoma non può rispondere perché non sta dormendo. Non c’è più nessuno Stefano. Stefano è morto. Stacco. Torniamo a nero e appare una didascalia, che recita: «sette giorni prima, giovedì 15 ottobre 2009». Sono i fotogrammi iniziali di Sulla mia pelle, la pellicola ispirata al caso di cronaca nera e giudiziaria di Stefano Cucchi, prodotta e distribuita da Cinema Undici e Lucky Red nelle sale cinematografiche italiane, da Netflix in visione internazionale e presentato in apertura della sezione “Orizzonti” del 75° Festival di Venezia. La vicenda è nota. La notte del 15 ottobre 2009 il trentunenne romano Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri nel quartiere dell’Appio Claudio e tratto in arresto per possesso di stupefacenti. Il giorno seguente è processato per direttissima, il giudice fissa una nuova udienza a settimane di distanza e, nel frattempo, dispone la custodia cautelare per Cucchi presso il carcere Regina Coeli. Come risulterà evidente, già dal giorno del processo per direttissima l’imputato mostra evidenti ferite ed ematomi sul volto e ha difficoltà sia a camminare che a parlare. Il calvario di Stefano Cucchi tra il penitenziario e le strutture mediche carcerarie – e senza che sia data la possibilità di visitarlo né ai suoi familiari né al suo avvocato – dura una settimana, al termine della quale ne viene registrato il decesso che, di contro ai sospetti infangamenti, avviene a causa di reiterate percosse…

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Le Bigh Tech
alla conquista
dello spazio

Dalla borghesia mercantile al capitalismo delle piattaforme, le Compagnie delle Indie odierne sono le Big Tech di Silicon Valley: le nuove multinazionali che da sole valgono quanto e più il Pil della Gran Bretagna o della Francia e che, in questi giorni, hanno superato i mille miliardi di capitalizzazione in borsa. Sono loro che hanno lanciato la sfida della conquista del cosmo, quello spazio esterno non ancora colonizzato che, secondo Rosa Luxemburg, è necessario al Capitale per superare il virus della crisi iscritto nei suoi geni. Paradigmatica di questa sovrapposizione tra il nuovo e il vecchio capitalismo estrattivista è la Planetary Resource Inc. di cui è founding investor Larry Page, l’inventore (insieme a Sergey Brin) di Google. Planetary Resources per ora si limita a lanciare in orbita satelliti e piattaforme, ma lo scopo è di arrivare al più presto a estrarre minerali da pianeti e asteroidi. Se nell’idea della campagna su Marte su scorge un nuovo Congo Belga, speriamo che il fondatore di Google non riservi ai marziani la stessa feroce e disumana crudeltà che Leopoldo II utilizzava nei confronti della popolazione africana. Ma non c’è bisogno di arrivare a tanto. Forse nemmeno di arrivare a estrarre materiali alieni in giro per la Via Lattea. Il core business del capitalismo delle piattaforme è infatti l’estrattivismo digitale, la raccolta dei Big Data – tutte i nostri movimenti in rete, cosa ci piace, cosa guardiamo, leggiamo, ascoltiamo, con chi interagiamo e dove ci soffermiamo più a lungo – con la duplice funzione disciplinare e biopolitica, di controllo e previsione dei desideri. I Big Data servono poi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ovvero di macchinari sempre più in grado di replicare le emozioni e…

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Un esercito di giovani
Per una lunga notte

“Ricorda sempre cosa disse Jean-Luc Godard: ‘Non è da dove prendi le cose – ma dove le porti'”

Il viaggio
dei
maledetti

C’è una nave in mezzo al mare. A bordo, centinaia di persone: donne, bambini, uomini in fuga. Non vogliono guardare dietro, nella direzione che hanno lasciato. Cercano un porto dove sbarcare. Ma nessuno li accoglie. È la primavera del 1939. Quattro mesi dopo scoppierà la Seconda Guerra mondiale. La nave è un modello di lusso, lungo quasi duecento metri e costruito in Germania. Si chiama “St. Louis”. I passeggeri sono 937: tutti ebrei, eccetto sette persone. Scappano dalle persecuzioni naziste, che negli ultimi tempi sono diventate insostenibili (sei mesi prima c’è stato il pogrom della Notte dei Cristalli). Il loro passerà alla Storia come il “viaggio dei Maledetti”. Il 13 maggio il transatlantico salpa da Amburgo. Ogni passeggero ha un regolare documento per sbarcare a Cuba, approvato dall’Ufficio immigrazione dell’isola. Considerano l’approdo a Cuba un transito, per provare poi a raggiungere gli Stati Uniti. Risultano turisti, grazie a una lacuna di un decreto cubano che non distingue chiaramente il turista dal rifugiato. La traversata dura due settimane. Mentre la nave sta affrontando l’Atlantico, il decreto lacunoso viene sostituito con un nuovo decreto dal governo cubano: i documenti dei passeggeri della St. Louis non sono più validi. Quando la nave raggiunge L’Avana, il presidente Federico Laredo Brú, nazionalista, uomo di Fulgencio Batista, rifiuta lo sbarco. Per sette giorni il capitano della nave negozia per convincere le autorità, ma senza successo. Solo in 29, tra i Maledetti, riescono ad avere comunque accesso all’isola. Restano ancora 908 persone. Il capitano Gustav Schröder ha 54 anni ed è in mare da quando ne aveva sedici. Non è ebreo. Il venerdì permette che sulla St. Louis si svolga la tradizionale preghiera ebraica e fa togliere il ritratto di Hitler dalla sala da pranzo. Schröder sa che ottenere il permesso di entrare negli Stati Uniti sarà difficilissimo, considerato l’Immigration Act che dal 1924 stabilisce limitazioni nel numero dei migranti ammessi. Eppure tenta. La St. Louis raggiunge le coste della Florida, dove è costretta ad aspettare. I negoziati proseguono per lunghe ore. La quota di migranti ammessi dalla Germania per il 1939 (27.370) è già stata raggiunta, bisognerebbe andare in deroga per questioni umanitarie. Si coinvolge direttamente Franklin Delano Roosevelt, con un telegramma al quale però il presidente non risponde. Via via diventa chiaro che gli Stati Uniti non permetteranno lo sbarco. I bambini sulla nave studiano le espressioni ansiose dei genitori, per capire quanto la situazione sia grave. Ci sarebbe ancora il Canada. La St. Louis è a due giorni di navigazione da Halifax. Ma anche le autorità canadesi decidono di tenere i loro porti chiusi ai Maledetti, nonostante un accorato appello di accademici ed ecclesiastici del Paese. D’altronde è il Canada dove un agente dell’Ufficio immigrazione nel ‘39 rispose, a chi gli chiedeva quanti ebrei sarebbero stati accolti dalle persecuzioni europee, con la celebre frase: “None is too many”.

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Contro la trappola della rassegnazione

Di Luca Rastello si è scritto e detto moltissimo, post mortem. Lo conoscevano in pochi, forse perché era mosso dall’amore per la verità e aveva uno spirito avverso a ogni conformismo e, quindi, alle logiche da cui dipende la visibilità mediatica. Ha vissuto molte vite – giornalista culturale, reporter, analis…

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