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Frauke Petry, La «Predicatrice D’odio» dalla Faccia Pulita

Chi è la leader del partito populista di destra AfD che minaccia Angela Merkel. Punta alla borghesia liberale, agli ultra-conservatori e ruba i voti ai neonazisti dell'Npd. Ritiene l’Islam «incostituzionale», considera «i musulmani non graditi» ed è pronta a «sparare ai migranti» se necessario. Eppure rifiuta l’etichetta di estremista xenofoba

12 settembre 2016

Ora il fuoco cova sotto la cenere. Forze nuove sono pronte a ravvivare la fiamma per diffondere l’incendio. Noi dobbiamo arrivare prima degli altri. Da Chi ha paura del risveglio? – Il Tredicesimo piano

12 set 2016 – La chiamano «la predicatrice d’odio», «la faccia sorridente» della destra populista, la «Dr. Stranamore». Frauke Petry ha 41 anni, faccia acqua e sapone, taglio di capelli sbarazzino. Classe 1975, è una ragazza cresciuta nell’ex DDR. Ma sa che lì, nella Germania est, non avrebbe vissuto a lungo: «Sono cresciuta con la consapevolezza che non avrei passato la mia vita nella DDR», racconta a “Der Spiegel”. A sei anni inizia la scuola di religione («eravamo solo due»), di politica parla con i genitori «intorno al tavolo della cucina» perché a scuola «non si può parlare liberamente», la parola Germania era impronunciabile. Appena adolescente, a quattordici anni, poco prima della caduta del muro di Berlino nel 1989, si trasferisce all’Ovest. Poi gli studi di chimica in Inghilterra, alla University of Reading, e il dottorato all’Università di Göttingen. Più tardi si sposta a Lipsia, dove fonda un’azienda che produce poliuretani eco-friendly. Vince anche una medaglia per la sua attività di ricerca, ma alla fine l’attività imprenditoriale si blocca: l’azienda è insolvente.

La sua storia politica comincia nel 2013. Si fa strada nel partito anti-euro fondato da un gruppo di economisti (Bernd Lucke, Alexander Gauland e Konrad Adam), e viene eletta nel Parlamento della Sassonia. Da luglio 2015 diviene leader dell’AfD, Alternative für Deutschland, che ha conquistato seggi in ben nove delle sedici assemblee statali della Germania, sfiorato il 25% in Sassonia a marzo e scavalcato la Cdu di Angela Merkel alle ultime elezioni d’inizio settembre in Meclemburgo-Pomerania.
A febbraio lo “Spiegel” le dedica una copertina dove sembra una piccola “Adolfina”, il “Guardian” un ritratto da leader della destra emergente, “Freitag” un’editoriale al vetriolo, a firma di Hans Hütt, con riferimento al film di Stanley Kubrick del 1964 e a un ex scienziato nazista. Petry rappresenta il «volto borghese» della destra populista, dice a “La Stampa” Michael Lühmann, politologo all’Institut für Demokratieforshung di Gottinga, ed «è percepita come un’alternativa che non si posiziona così tanto a destra». Eppure le sue posizioni lo sono, come ricostruiamo qui sotto.

«Quanto è pericolosa questa donna?»: tra xenofobia e contraddizioni

A maggio 2015, prima che Frau Frauke diventasse leader dell’AfD, “Die Zeit” si chiedeva: «Quanto è pericolosa questa donna?». E aggiungeva: «Quanto è di destra?». Mamma di quattro figli, separata da un pastore protestante, Petry ha oggi una relazione con un collega di partito, Marcus Pretzell. La sua vita privata importerebbe molto poco se politicamente non facesse battaglie per la protezione della famiglia tradizionale. Lei non si sente in contraddizione: «Sono in grado di lottare per il mantenimento e la promozione delle famiglie tradizionali anche se io, per motivi personali, non vivo questo modello». Era a favore delle quote rosa e per i sussidi statali quando era imprenditrice. Adesso dice che «lo Stato interferisce in ogni cosa» e non va bene. Anti-establishment, avversaria indiscussa di Angela Merkel, vorrebbe una Germania senza immigrati, è convinta che l’Islam sia «incostituzionale» e che come estrema ratio si dovrebbe «poter sparare ai migranti» che cercando di entrare illegalmente.
Non sa giocare in squadra, raccontano i retroscena. «È sempre stata una ragazza intelligente», dichiara un suo ex insegnante alla stampa tedesca. È una che «vuole il potere, punta al governo», secondo Hajo Funke, professore alla Freie Universität di Berlino. Quando Bernd Lucke lascia l’AfD la accusa di aver reso il partito una «palude di destra» con derive xenofobe. Nelle interviste, Petry risponde e controbatte alle notizie di quella che chiama «stampa-Pinocchio». Per ora si accontenta dell’opposizione, ma riguardo al governo non si espone troppo. «Naturalmente vogliamo governare qualche volta. Ma attualmente ci consideriamo un partito di opposizione e sono convinta che stiamo consolidando il più giovane partito all’opposizione oggi», afferma a “Die Welt”.
Accostata più volte alla leader del Front National francese, Marine Le Pen, Petry nega di considerarla un modello: «È iperpolarizzata, è piuttosto estrema, va troppo oltre».

Quanto è di destra, allora? La personale definizione di Petry

Mai essere troppo precisi, mai definire troppo l’AfD: finora – con qualche piccola eccezione – è stata questa la strategia di Frau Frauke. In un’intervista con il giornale di destra “Junge Freiheit”, dice (salvo poi ritrattare): «Molti elettori vogliono evitare soprattutto una cosa: essere associati con la destra» [il passato in Germania si fa ancora sentire, ndr]. Interpellata da “Der Spiegel” sullo stesso argomento Petry si arrampica sugli specchi, ma spiega bene il perché della sua vaghezza rispetto alle etichette politiche: «Penso che sia sbagliato vedere la battaglia politica tra destra e sinistra come una lotta tra il bene e il male. In Germania la destra è associata alla xenofobia e alla politica del regime nazista». Continua e cede a una definizione più precisa: «L’AfD è un partito liberal-conservatore. È ciò che la Cdu era una volta: un partito democratico di destra». A una giornalista di “Repubblica” che le fa notare come l’AfD rosicchi i voti dei neonazisti dell’Npd replica innervosita: «I sondaggi dicono che la Npd ha perso circa l’un per cento dei voti, non di più. E trovo francamente assurda questa domanda. Se un elettore della Spd vota AfD la prossima volta, cosa vuol dire? Che passa da sinistra a destra? E allora?».

Tra nazionalismo, «sano patriottismo» e anti-europeismo

Nell’epoca dell’Europa unita e della globalizzazione, Petry propone il ritorno al nazionalismo e a quello che chiama «sano patriottismo». È convinta che le «politiche monetarie e migratorie della Germania [Merkel ha aperto i confini ai migranti nel 2015, ndr] stiano attualmente distruggendo la solidarietà europea. Quindi il ritorno all’idea di nazione è un corrispettivo naturale alla centralizzazione di Bruxelles. Crediamo che un sano patriottismo dovrebbe essere naturale in Germania. Questa posizione prevede di assumersi la responsabilità per la nostra storia, ma presuppone anche un rapporto sano con la nostra identità, senza la quale è impossibile agire in modo lungimirante sia a livello nazionale sia all’estero».
Apparentemente le parole di Petry non sembrano incendiarie, il suo stile – anche negli interventi pubblici o in tv – è sobrio. Il contenuto non lo è, e neanche i metodi prospettati.

«Armi contro i migranti»

Se nel suo partito Petry viene presentata come la più diplomatica (almeno nei toni), in tanti all’interno dell’AfD l’hanno criticata riguardo alla questione «armi contro i migranti». Non è stata ripresa per il contenuto della sua affermazione, ma per aver dato alla piazza uno slogan troppo forte e troppo preciso.
È andata così. A gennaio, Petry rilascia un’intervista a “Mannheimer Morgen”, dichiarando che la polizia dovrebbe «usare armi da fuoco, se necessario» per bloccare l’ingresso dei migranti sul confine tedesco. Scoppia il caso mediatico in Germania. I colleghi di partito, coloro che le rimproverano di non lavorare mai in squadra e di non interpellare gli altri nelle decisioni, si mettono di traverso. Quel volto considerato «accettabile» dalla borghesia di destra si oscura, viene associato più all’ultradestra neonazi e xenofoba. E l’equazione non sembra così difficile, in effetti.
Poco dopo, Frau Frauke prova a ritrattare. In un’altra intervista spiega: «L’uso della forza armata in caso di emergenza è conforme al diritto tedesco. Si tratta però di un passo che io personalmente, in modo esplicito, non voglio. Mi pare che questo sia uno scandalo finto. Oppure, per dirla in un altro modo, a quanto pare la gente voleva fraintendermi deliberatamente». Eppure, passata la bufera, Petry ripete il concetto, ma in termini più soft. Insomma, come riportato da Reuters, il discorso è più vago ma simile, mentre il registro si trasforma: «Molte persone si sentono incredibilmente poco sicure. Ogni cittadino dovrebbe essere nelle condizioni di difendere se stesso, la propria famiglia e i propri amici. Sappiamo quanto ci mette la polizia ad arrivare in tanti posti».
Il problema principale è che l’immagine di spari al confine e la giustizia fai-da-te non si addicono come metodi all’elettorato che Petry vuole raggiungere al momento: i conservatori delusi dalla Cdu.

«L’Islam è incostituzionale»

«L’Islam non è parte della Germania». Questo è il titolo del paragrafo riguardante la religione del profeta Maometto nel manifesto dell’AfD. Si chiede il divieto dei minareti e del velo integrale. La realtà è che in Germania vivono quasi quattro milioni di musulmani, quasi il 5 per cento della popolazione. Petry, su questo argomento, abbandona la faccia sorridente e i toni morbidi. A “Die Welt” parla chiaro: secondo lei «L’Islam è incostituzionale», «l’incostituzionalità della religione musulmana è un dato di fatto e può essere facilmente rilevato». Poi continua con la propaganda e le sue conoscenze vacillano, sovrappone chi radicalizza la religione con un semplice fedele musulmano: «Le radici dell’Islam minacciano il nostro ordine costituzionale, anche secondo il parere di molti studiosi dell’Islam. Dato che tutti i musulmani si riferiscono al Corano, non è facile distinguere tra pii musulmani, radicali e islamisti. Ascoltate ciò che viene predicato in molte moschee tedesche. Si tratta di una ideologia politica che invoca il Corano (…) il problema della radicalizzazione dell’Islam è inseparabile dal Corano e dalla Sharia [qui intesa come legge coranica, ndr]».
Sempre senza mai fornire dettagli precisi, cita presunti studi secondo i quali «molti musulmani non sono pronti [a rispettare le nostre leggi, ndr], ma credono che le regole della Sharia siano più importanti. L’AfD vuole il rispetto delle regole in tutti gli ambiti della società. Vogliamo evitare che le organizzazioni musulmane siano equiparate [legalmente, ndr] alle chiese cristiane. Noi chiediamo il divieto di velo integrale e dei minareti perché sono i simboli del dominio islamico. Le moschee sono le caserme e i minareti le baionette dell’Islam».

Il velo: costante bersaglio delle narrazioni anti-islam

Come in Francia con Marine Le Pen, come in Olanda con Geert Wilders e in tutti gli altri Paesi europei, i populisti (e non solo, purtroppo) prendono di mira il velo come simbolo di oppressione, per attaccare la religione musulmana nel suo complesso e giustificare così politiche esclusive e narrazioni de facto contro la libertà religiosa. Discettando di burqa e di niqab senza fare alcun distinguo, Petry si scopre femminista: «Noi siamo per il divieto del velo integrale. E non ci convince l’argomentazione per cui il bando sarebbe incompatibile con la libertà religiosa. Noi partiamo dal presupposto che i diritti fondamentali debbano essere intoccabili. Ma esistono diritti che possono entrare in conflitto l’uno con l’altro. In Germania il fatto di riconoscersi, di guardarsi nel viso, fa parte della vita quotidiana. Il velo integrale ha già creato tanti problemi, nella sfera pubblica», spiega in un’intervista a “La Repubblica”.
Continua: «Non solo. Il velo è il simbolo della repressione della donna voluto dagli islamisti. Nel Corano non c’è scritto da nessuna parte che la donna debba andare in giro totalmente velata. Troviamo del tutto fuori luogo che si arrivi a dire che il velo sia un simbolo della libertà religiosa delle donne. Perciò nei prossimi giorni presenteremo in tutti i Land in cui siamo presenti un bando totale del burqa». Poi lancia una frecciata al partito di Angela Merkel: «E voglio vedere se tutti i politici della Cdu che hanno detto nelle scorse settimane che vogliono il bando totale e non parziale, avranno il coraggio di votare con noi».
Poi ritorna all’equazione islam uguale fanatismo: «Dobbiamo spegnere ogni ambizione politica del fanatismo islamico in questo paese. Non può avere spazio, in Germania. Noi vogliamo che queste donne vivano liberamente, se i mariti o i clan le costringono a portare il velo, dobbiamo aiutarle a liberarsi».

Cavalcare la rabbia sociale: obiettivo numero uno

Ciò che sembra evidente mettendo in fila le dichiarazione di Frauke Petry è che la leader AfD sta cavalcando la rabbia sociale anti-immigrati, in particolare contro i musulmani. Alimenta i timori dei tedeschi rispetto alle politiche di apertura ai migranti di Angela Merkel, e li dirotta contro gli stranieri. Canalizza le pulsioni nazionaliste, traducendole in un linguaggio comune, apparentemente accettabile e “normale”. Questi sono i suoi metodi. C’è un rischio enorme nel far passare come “presentabili” messaggi apertamente xenofobi che parlano direttamente alla pancia dell’elettorato. L’AfD è diventato il primo partito anti-euro ad aggiudicarsi dei seggi al Bundestag e in pochissimo tempo sta accelerando la sua ascesa. È diventato un collettore delle idee di islamofobi e neonazisti anti-rifugiati. Il pericolo è: che la xenofobia inizi ad avere un posto “istituzionalizzato”, politico, all’interno della democrazia tedesca e che il diritto di asilo venga considerato negoziabile, specialmente in un Paese come la Germania, che porta un passato ancora molto pesante sulle proprie spalle.

Nel consenso raccolto dalle forze cosiddette populiste c’è di tutto. Dietro la paura – o l’odio – per i migranti, non è difficile scorgere altre passioni tristi: la frustrazione per la precarizzazione del mercato del lavoro – e in questo la Germania è stata all’avanguardia anche se si tende a dimenticarlo –, l’assenza di prospettive, l’insicurezza sociale trasformata in ossessione securitaria e il degrado delle periferie metropolitane. Il migrante funziona da obiettivo verso cui indirizzare contraddizioni semplificate. Da Germania-Europa, nessun grado di separazione – Il Tredicesimo piano

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