Il ritratto

Chi è Alice Weidel,
volto borghese della destra xenofoba AfD

Sovranista anti-euro, lesbica in un partito contro i matrimoni gay, con un passato in Goldman Sachs, leader dell'Alternative für Deutschland arrivata terza alle elezioni tedesche, pronta a sigillare le frontiere e ad annullare l'equazione "Germania porto sicuro per i criminali stranieri". Ecco perché l'avanzata di Alice Weidel deve preoccuparci.

25 settembre 2017

“Mentre si sgretolano i partiti tradizionali e la sinistra socialista sembra scomparire lentamente, il terreno comune delle destre populiste è quello dove il nazionalismo si mescola alla xenofobia, all’urgenza di riappropriazione della sovranità nazionale, dove la paura dell’altro si confonde con la creazione sistematica di un nemico percepito – o meglio – con la cristallizzazione di un’identità monolitica e quasi fittizia, cioè impermeabile alle contaminazioni. È lo stesso piano dove l’equazione migranti-terrorismo è tanto facile quanto nefasta rispetto al futuro”.

Da L’inverno sta arrivando

Trentotto anni, una carriera da economista in Goldman Sachs, lesbica, sposata con una donna di origini cingalesi, leader di un partito di ultradestra xenofobo: ha la faccia pulita, Alice Weidel, e la sua vita si muove sul filo della contraddizione. È globalista e sovranista allo stesso tempo, anti-euro con un passato in finanza e pronta a sigillare le frontiere, ha due figli e milita in un partito contro le adozioni gay. Con lei l’Alternative fur Deutschland, ha consumato la sua avanzata nel Bundestag come terzo partito tedesco alle elezioni di domenica 24 settembre: 94 seggi, con il 12,6% dei voti. (La riconferma di Merkel alla cancelleria, la delusione e gli errori di Schulz e tutti i risultati nel dettaglio qui).

Di famiglia benestante, nata e cresciuta a Versmold nella Germania ovest, la giovane Alice da ragazza era soprannominata Lille. Lo Spiegel racconta che ai tempi della scuola era vista come una personalità dominatrice, a tratti arrogante. Poi è arrivata la laurea in business administration. Così Weidel ha iniziato a collezionare esperienze diverse: ha vissuto in Cina, lavorato per Goldman Sachs e Allianz e infine completato un dottorato in economia, con tanto di borsa di studio proveniente da una fondazione legata ai Cristiano-democratici, la Konrad Adenauer Stiftung.

Ordine e disciplina sono le parole d’ordine: “L’AfD è l’unico partito che si impegna per la legge e per l’ordine”. Il suo progetto politico prevede la chiusura delle frontiere e il ripristino dei controlli interni. Il fine ultimo è fare arrivare in Germania solo un’immigrazione altamente qualificata per sbarazzarsi di quell’idea di Germania uguale “porto sicuro per i criminali stranieri”.

Die Welt ha scovato delle presunte email datate 2013, nelle quali Weidel si scaglia contro i “maiali” del governo, ovvero i politici, bollandoli come “marionette al servizio delle potenze vincitrici”. Proprio quattro anni fa è entrata nel partito. Strenua sostenitrice della Dexit, l’uscita della Germania dall’euro, la bionda Alice si dice “assolutamente contraria alle politiche di salvataggio dell’euro”. Critica la Banca centrale europea, che a detta sua fa “esattamente il contrario” rispetto ai comportamenti che dovrebbe assumere una istituzione di quel calibro.

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In tandem con il fuoriuscito della Cdu, Alexander Gauland, è riuscita a compiere in pochi mesi la grande scalata al Parlamento tedesco: “Faremo un’opposizione costruttiva”, che tradotto nello stile del suo compagno di partito è pura esultanza: “Ce l’abbiamo fatta. Siamo nel parlamento tedesco, e ora cambieremo il Paese”. E ancora: “Combatteremo contro Merkel o chiunque sarà alla guida del governo”.

Solo quattro anni fa, alle elezioni del 2013, l’AfD aveva sfiorato la soglia di sbarramento per poi restare fuori dal Bundestag con il 4,7%. Con le europee e la politica delle porte aperte all’immigrazione voluta dalla cancelliera Angela Merkel, è iniziata la lunga corsa verso i consensi a doppia cifra.
Nato nel 2013 come un partito anti-europeista, in poco tempo l’Alternative ha virato fortemente a destra. Nel 2015 Frauke Petry diventava leader del partito che si stava già trasformando rispetto a quello, meno spiccatamente xenofobo ma marcatamente anti-euro, fondato da un gruppo di economisti (Bernd Lucke, Alexander Gauland e Konrad Adam).

Prima di lasciare l’Alternative für Deutschland, proprio Lucke accusò Petry di aver reso il partito una “palude di destra” con derive xenofobe.

Con le accuse opposte, ovvero “troppo poco radicale”, Petry è stata messa all’angolo pochi mesi fa. Ad aprile 2017, i 600 delegati del partito al congresso nazionale a Colonia hanno scelto il “duo-guida” Gauland-Weidel per la corsa alla cancelleria.

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Ecco come si è evoluto il consenso dell’AfD.

Fino a settembre 2016, per l’ultradestra populista tedesca è stato un lungo elenco di “risultati a due cifre“: 20.8 per cento in Mecleburgo-Pomerania e uno straordinario 14 per cento a Berlino, dopo il picco del 24.3 per cento raggiunto alle regionali di marzo 2016 in Sassonia-Anhalt.

C’era la crisi dei rifugiati che si traduceva in slogan contro la cancelliera Angela Merkel, responsabile della politica delle “porte aperte ai migranti”. C’erano le tensioni con la Turchia di Erdogan da gestire perché Ankara continuasse a fare da “argine” ai flussi migratori e al contempo da diga “protettiva” per il benessere europeo. Era il contesto perfetto per esaltare la lotta al velo islamico, vessillo da agitare come simbolo negativo in difesa dell’integrità tedesca.

Poi sono iniziate le tensioni interne. Un sondaggio pubblicato a fine marzo vedeva il partito al suo minimo storico di consensi in Germania. Prima della svolta di aprile, infatti, i militanti dell’ala relativamente “moderata” sono stati messi sempre più all’angolo da chi sostiene, invece, una linea ancora più dura contro Islam, migrazione ed Europa.

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A quel punto serviva ripartire per non affondare e questa esigenza si è tradotta nel rafforzamento di posizioni radicali e xenofobe. “Noi respingiamo la distinzione fra islamismo e islam, spesso praticata”, ha così spiegato Gauland. A detta sua, il fondamentalismo islamico così come “violenza e terrore” hanno le loro “radici nel Corano”.

Ha aggiunto: la “dottrina politica dell’Islam non appartiene alla Germania” e per questo motivo il suo partito vuole che siano resi “pubblici i bilanci e le risorse finanziarie delle moschee”, e punta alla creazione di un “registro delle moschee e delle associazioni islamiche”. Gauland ha chiesto inoltre anche “l’eliminazione delle cattedre di teologia islamica nelle università tedesche”.

Ha poi incitato i suoi compatrioti a lasciarsi alle spalle il nazionalsocialismo, e riempirsi di orgoglio per quanto fatto dai loro soldati durante la Seconda guerra mondiale: “Non ci devono essere più contestati questi dodici anni. Non riguardano più la nostra identità oggi. Perciò anche noi abbiamo il diritto di riprenderci non solo il nostro Paese ma anche il nostro passato”. Ha aggiunto: “Se francesi e britannici possono esser fieri del loro imperatore o del primo ministro della guerra Winston Churchill, noi abbiamo il diritto di essere fieri della prestazione dei soldati tedeschi durante la Seconda guerra mondiale”.

A fine agosto aveva addirittura attaccato una viceministra turco-tedesca, affermando che avrebbe dovuto essere “smaltita in Anatolia”.

Oggi, insieme a Weidel, ha fatto il suo ingresso nel parlamento tedesco e così la pericolosa rivoluzione neo-sovranista di Germania si sta consumando.

“Il nemico è l’archetipo che domina l’Europa: il liberal-xenofobo, colui che accetta supinamente il dominio del capitalismo globale e considera lo straniero come la minaccia per definizione. Occorre rovesciare questo paradigma: è il capitale che crea le migrazioni di massa e deprime il lavoro, ed è il capitale che – circolando selvaggiamente alla ricerca di ecosistemi perfetti e bacini d’estrazione sempre nuovi – devasta l’ambiente, ridelinea gli assetti geopolitici, detta deleteri cambi di regimi in giro per il pianeta. Lo xenofobo liberale non capisce che è proprio l’ottusità della sua ideologia a generare disastri e catastrofi. Concentrato sul sintomo, ignora la causa che lo produce. Le migrazioni di massa sono il motore del tardo-capitalismo: prima, vengono indotte, poi osteggiate”.

Da La quarta via – Il Tredicesimo piano

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