Incarnazione cinematografica della lotta

Da TRUMP a G.L.O.W. tra colpi scorretti e serie tv

La lotta tra Bene e Male made in Usa, il machismo, il wrestling e i miti d'America in un excursus che parte dagli anni Ottanta e arriva fino ad oggi, e tiene insieme Trump e G.L.O.W.

4 luglio 2017

In the clearing stands a boxer and a fighter by his trade and he carries the reminders
Of every glove that laid him down or cut him
till he cried out in his anger and his shame
“i am leaving, i am leaving”,
But the fighter still remains.

Nella radura c’è un boxer e un combattente di mestiere
e porta con sé i segni
di ogni guantone che l’ha steso o ferito
fino a farlo urlare di rabbia e di vergogna
“me ne sto andando, me ne sto andando”,
ma il combattente rimane

The Boxer Simon& Garfunkel
(1970)

In principio furono gli ’80, ancora in piena Guerra Fredda, Ronald e Nancy Reagan sorridenti mentre, nella loro tenuta di Camp David, si concedono un dopocena cinematografico con War Games, la pellicola in cui (video)gioco e politica finiscono per sovrapporsi ed esprimono il lato più ferocemente conservatore e antisovietico degli States.

Non solo: c’è, con l’ex attore hollywoodiano divenuto Presidente, un forte reprise del culto della persona e del corpo machista: giovani atleti (Sylvester Stallone) e bodybuilder (Arnold Schwarzenegger) si affermano come astri nascenti del grande schermo. Sono anche e soprattutto gli anni della pubblicità, delle reti commerciali, delle soap e delle serie. Cioè anni in cui tutto è spettacolo, e anche lo sport ibrida e sostanzia il suo immaginario con qualcosa di diverso.

Mentre la saga di Rocky continua a imporsi cazzotto dopo cazzotto, c’è un altro genere di show che prepara la sua ascesa: il wrestling. Prima silenziosamente bizzarro, poi con il fragore di un fenomeno di massa, i “nuovi gladiatori” arrivano a infervorare la folla: Antonio Inoki, Ultimate Warrior, Randy Savage, Mister T e, icona patriottarda del vessillo a stelle e strisce: Hulk Hogan.

Quando irrompe la figura del wrestler lo sport, inteso in senso olimpico, diventa un pallido ricordo, perché su questo nuovo ring lo scopo ultimo del lottatore è dare spettacolo, non tradire le aspettative dello show. Ma i nuovi eroi degli ’80, coi muscoli pompati di steroidi e poco altro, durerebbero il tempo di un takedown senza l’ausilio di narrazioni utili a sostenerli, e spalmarne a lungo fruibilità.

Combattere solo non basta più: per questo la creazione delle storyline e delle gimmick sono la vera punta di diamante dello spettacolo. Dove la storyline è il racconto basato sulle molteplici rivalità, che poi diventano “storiche”, tra due o più lottatori, e la gimmick è il wrestler che si fa personaggio, con storia e marcatissime caratteristiche. L’uomo con la bandiera a stelle e strisce sulle spalle, e i lunghi capelli biondi che gli scivolano su pettorali e deltoidi che stanno per esplodere, non basta più. Serve qualcos’altro, di più scenico, che ecceda.

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Spettacolo eccessivo

In un paese dove il patriottismo si alimenta con un’ossessiva e ciclica creazione del nemico, la fortuna di Hogan risiede nei suoi antagonisti: il canadese “Rowdy” Roddy Piper, il cattivo col kilt, violento e scorretto, ritenuto “il più dotato intrattenitore nella storia del wrestling”, assoldato persino da Carpenter nel suo Essi vivono, e il francese André René Roussimoff, noto al pubblico, per i suoi 245 kg distribuiti su oltre 2 metri e ventiquattro di altezza, come il mostruoso André the Giant.

L’abilità “sportiva”, com’è intuibile, non serve a niente, perché è il copione che conta, quello che viene scritto molto prima di dare inizio allo show. Nell’articolo Il mondo che si fa catch, Roland Barthes definiva la lotta «uno spettacolo eccessivo», nel quale non importa «quello che [si] vede ma quello che [si] crede», dove cioè, come nel teatro antico o nella Commedia dell’arte, «ogni tipo fisico esprime all’eccesso la parte che è stata assegnata al lottatore», i cui atti risponderanno perfettamente all’essenza del personaggio espressa sin da costumi e atteggiamenti.

È  la lotta tra il Bene e il Male made in Usa dove il cattivo è sempre lo straniero e il diverso, quasi sempre un sovietico disumanizzato e dall’aspetto inquietante. Il trionfo del “Bene” deve diventare propaganda e trova, grazie alla televisione via cavo, la sua diffusione ideale. E il wrestling è, in questo senso, un veicolo perfetto che diviene presto successo incredibile, forma di entertainment per antonomasia, tanto che l’eco è transnazionale e arriva anche in Italia, dove Mario Monicelli decide di raccontare la strampalata storia tra un ex-pugile e una gigantesca lottatrice di catch nella pellicola Temporale Rosy (1979).

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G.L.O.W.

Ma è a metà precisa degli ’80 che va scovato il tentativo della tv americana di spostare ancora più in alto l’asticella, lanciando G.L.O.W., uno spettacolo in cui sono assolute protagoniste delle wrestler.

I pionieri di questa trovata sono il regista di serie Matt Cimber, il promoter di wrestling David McLane e Jackie Stallone  – madre di Sylvester – che nel 1985 creano una versione femminile del del WWF (ora WWE), ma con un’eccezione importante: le lottatrici non sono “professioniste” di settore, e anzi alcune di loro non hanno la minima cognizione della lotta, neanche a livello recitativo. Al casting accorrono infatti uno stuolo di attrici e modelle, alla ricerca ossessiva di una scorciatoia per entrare nel mondo della tv, insieme a qualche gloria più stagionata del “catch”.

Ma se riavvolgiamo il nastro a un anno prima, nell’84, in piena contestazione con quel mondo di anabolizzanti e lustrini Bruce Springsteen sigla un album in cui la bandiera americana assume un significato ben diverso: il simbolo patriottico non è più tronfio e compiaciuto, è invece anche catalizzatore di contestazioni. Born in the Usa aggredisce l’American Dream, che viene mostrato, e sbugiardato, in tutte le sue contraddizioni. Nei brani si canta un “sogno” nel momento del suo declino, vissuto, rimpianto e nuovamente inseguito proprio quando sembra dissolvere definitivamente la sua anima più intima e radicale. La vita operaia e il mondo dei padri sono materia da bruciare sull’asfalto di strade infuocate.

Eppure gli anni zero, quelli in cui deflagrerà del tutto, sono ancora lontani. E il “sogno”, tutto sommato, ha ancora il suo serbatoio di utopie da sfruttare, per nutrire l’immaginario collettivo e individuale. Saranno solo la caduta del muro di Berlino prima, come cesura, e il Clintonismo dei ’90 poi, a travasare nel cinema i nuovi modelli rappresentativi del disincanto: il Robert Altman di America Oggi, con i suoi personaggi devastati, e il mondo pulp di Tarantino, che segna una frattura irreversibile nel determinare l’eccesso come legge. Il sogno non esiste più.

RockyBalboa

Machism reloaded

Sarà con la caduta delle due torri e l’insediamento di Bush alla presidenza degli States, che atteggiamenti e immagini mediatiche promosse riporteranno in auge il (super)uomo tipico degli ’80. Come con Reagan, gli Usa devono ritrovare il “mostro-nemico”, e se prima erano i sovietici oggi diventa il mondo arabo la minaccia da controllare e contrastare.

Il modello di uomo, e americano, ritorna a essere l’eroe patriottico, impavido, virile, legato ai valori tradizionali, pronto a intervenire per la giusta causa e per questo sempre vittorioso. Il wrestling torna prepotentemente in tv, con nuove saghe e nuovi antagonismi. La sua incarnazione cinematografica si riscontra di nuovo nei muscoli, nel coraggio granitico e nella forza bruta.

Tornano alla ribalta Arnold Schwarzenegger, Sylvester Stallone e Bruce Willis, vent’anni prima emblemi della mascolinità a stelle e strisce e ora, non a caso, riciclati in inediti capitoli delle rispettive saghe di riferimento: Terminator 3: le macchine ribelli (2003); Rocky Balboa (2006) o John Rambo (2008); Die Hard – Vivere o morire (2007). Un nuovo American Dream tenta di riaffermarsi, ancor più folle e spietato.

Ma contro il super uomo, anche stavolta, ci sono elementi di rottura prodotti negli stessi States, che riescono a mettere in discussione gli elementi nazionalistici e a interrogarsi sulla condizione dell’uomo (americano) contemporaneo e sulle condizioni del suo paese dopo la catastrofe, a guardare dietro i lustrini e calarsi fin dentro le desolate periferie.

Nel 2008 Darren Aronofsky porta in scena la pellicola The Wrestler, con il chiario intento di destrutturare il modello superomista, emblema di un Paese che alla sfida del cambiamento preferisce la rappresentazione reazionaria del trionfo sul nemico. The Wrestler si fa portatore di quella frattura culturale che segna un’America più adulta, matura, riflessiva, promossa (e promessa) dalla politica di Obama.

Attraverso la storia di Randy “The Ram” Robinson, si scopre che il gesto del lottatore non è più gratuito e scevro di ripercussioni. Randy, per campare, prende pugni per davvero. Le costole si incrinano, i polmoni si perforano e i traumi cranici si susseguono. Grazie alla maschera tragica di un attempato Mickey Rorque, il wrestling scende dal ring e la pellicola restituisce allo spettatore uno dei più toccanti ritratti degli Usa di quegli anni, che – sconvolti e segnati dagli eventi – si erano lasciati (nuovamente) sedurre dal mito di un determinato tipo di corpo a iconizzare lo spirito del Paese, per ritrovarsi poi, totalmente soli, con la fragilità insita nell’essere umano. E alle donne non va meglio, visto che già nel 2004, con Million Dollar Baby, è il repubblicanissimo Eastwood a far finire una pugile su una sedia a rotelle, a causa di un incontro finito male, ma nello scenario in cui le classi subalterne diventano bestie da macello, per tenere in piedi lo show, a un salatissimo prezzo, per loro.

Fine del sogno? Benvenuti nella nuova, desertica, realtà? Neanche per idea. Come novelli Marty McFly, ma senza la consolazione di starsi a godere una distopia cinematografica, l’americano di oggi si è risvegliato proprio con “Biff Tannen”, ma quello vero, come presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, lo stesso uomo che, nel 2007, compare in uno show di wrestling e inscena il knockout di Vince McMahon – il Ceo della WWE – e che poche ore fa  rimonta lo stesso video su twitter, utilizzandolo contro la Cnn.

Nelle immagini si distingue il tycoon che, a margine di un ring, mette ko un uomo il cui volto viene coperto dal logo del famoso network. È una gif, tanto surreale quanto chiara e lampante, che porta l’acronimo FNN, con evidente riferimento a “Fraud News”, ovvero le “notizie truffa” che l’emittente manderebbe in onda ai danni del Presidente. In un presente in cui è lo stesso Presidente a infarcire la sua comunicazione con revival del genere, Netflix si pone sulla scia e investe in una serie ripescando da quel mondo lì.

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G.L.O.W. oggi

Siamo a Los Angeles e a Sam Sylvia (Marc Maron), scontroso regista di b-movie, viene l’idea di creare uno show di wrestling al femminile. Ad aiutarlo nella realizzazione dello spettacolo ci sarà Ruth Wilder, attrice in crisi nera che, tuttavia, resta tenacemente aggrappata a quell’American Dream made in Usa e non ancora infranto.

Tra culto del corpo e ruoli goffamente interpretati, il personaggio di Ruth (Allison Brie) muta puntata dopo puntata, e infrange il mito dell’eroina classica per lasciare il ring alla più grande antagonista femminile dello show. Mentre la bruna Ruth sceglierà di interpretare il personaggio della scorretta russa “Zoya la Destroya”, le si opporrà contro la neo-mamma Debbie Eagan (Betty Giplin), ex-attrice che ha appena subito il tradimento del marito strappatole proprio da Ruth, quella che era la sua migliore amica. Quale migliore vendetta di vedersela con “la rovina famiglie” proprio sul quadrato di lotta?

Debbie, una specie di Grace Kally fatta di steroidi, dovrà portare in scena la neo-icona a stelle e strisce, la tipica casalinga superdotata Usa, razzista e conservatrice, che a colpi di “libertà” e fanatismo patriottico finirà per sconfiggere l’acerrima nemica. Ben giocata sul flebile confine tra comedy e drama, la serie Glow (Liz Flahive e Carly Mensch, 2017, su Netflix) riaffronta il tema del “sogno americano”, la grande illusione che non muore mai, e che fa invece sempre crepare gli altri. È il personaggio di Sylva, infatti, l’ideatore dello show che tira di coca sopra alla foto di Reagan, a rappresentare il reale sguardo sul paese, rendendo subito evidente l’impossibilità di resettare l’orologio.

Nessun fottuto sogno è possibile, sembra gridare il personaggio, tanto che, proprio quando sembra presentarsi la possibilità di tornare a girare un film dignitoso, alla cui sceneggiatura sta lavorando da più di vent’anni, dovrà digerire che la pellicola è appena uscita in sala, realizzata da Robert Zemeckis. Il titolo rimane sottinteso e il geniale colpo di scena ha la funzione di riportare le lancette a girare fino al prossimo back to the future, fino al prossimo duello sul ring e fino alla prossima leadership, malata di superomismo.

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