La recensione

Titanic: il naufragio dell’Occidente

Dall’ordine internazionale liberale all’ordine globale neoliberista, il nuovo libro di Vittorio Emanuele Parsi.

23 aprile 2018

Nei primi anni Novanta, mentre si celebrava il crollo del Muro di Berlino e il trionfo della superpotenza statunitense (o addirittura la “fine della storia”), furono in pochi a notare che al momento della caduta dell’impero sovietico – vittima delle proprie violente contraddizioni sociali e geopolitiche – l’Occidente era già entrato in una fase di drastica revisione del proprio modello politico-economico, che metteva in discussione il delicato equilibrio fra democrazia e mercato su cui si era fondato non solo il patto sociale dei singoli paesi, ma anche la coesione ideologica dell’Alleanza atlantica. La “rivoluzione conservatrice” degli anni Ottanta, forte di una cieca fiducia nella capacità di autoregolazione dei mercati, aveva avviato un radicale percorso di privatizzazione e finanziarizzazione del mondo, e l’ubriacatura trionfalistica che seguì alla fine della Guerra fredda non fece che accentuare questo processo.

Gli Stati Uniti sfruttarono il breve “momento unipolare”, che per un decennio, fino al brusco risveglio dell’11 settembre, li vide assurgere al ruolo di unica superpotenza mondiale, non già per rafforzare l’ordine internazionale su cui si reggeva la loro egemonia, ma per abbandonare i contrappesi democratici e le norme che limitavano il capitalismo nel suo stesso interesse; per costruire un mercato globale e ridimensionare il ruolo socioeconomico dello Stato.

Secondo Vittorio Emanuele Parsi, direttore dell’Alta scuola di economia e relazioni internazionali dell’Università Cattolica di Milano, l’ordine internazionale liberale a guida statunitense nato dopo la Seconda guerra mondiale si è trasformato in un ordine globale neoliberale, che ora rischia di implodere: è questa la tesi di Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale, di recente pubblicato dal Mulino. Un percorso ragionato attraverso gli ultimi quarant’anni di politica internazionale, durante i quali l’Occidente ha pericolosamente cambiato rotta.

E oggi rischia di schiantarsi su un metaforico iceberg dalle quattro facce:

  1. una nuova distribuzione della potenza nell’arena internazionale, con le difficoltà della leadership globale americana e l’ascesa di Cina e Russia;
  2. la polverizzazione e privatizzazione della minaccia legata al terrorismo jihadista;
  3. la contestazione dell’ordine internazionale da parte degli stessi Stati Uniti guidati da Trump;
  4. la crisi delle democrazie occidentali, schiacciate fra tecnocrazia oligarchica e apolide da un lato e populismo identitario e sovranista dall’altro.
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L’ordine liberale di cui Parsi paventa il naufragio non è che “l’insieme di principi e istituzioni attraverso i quali il sistema internazionale è stato governato a partire dal secondo dopoguerra”. Fondato sulla leadership americana e su cinque oganismi principali – le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Accordo generale sulle tariffe e sul commercio e la NATO –, quest’ordine era animato da una tensione costante verso l’uguaglianza e la libertà, che ne rappresentava il collante ideologico.

Il liberalismo, dottrina e prassi – pur con evidenti contraddizioni – dell’egemonia americana, aveva una vocazione universale e generalista, prometteva ai popoli sicurezza, giustizia e prosperità; e non solo sulla superiorità militare, ma anche su tale promessa si fondavano la potenza degli Stati Uniti e la tenuta dell’Occidente. Ormai però “un’ideologia neoliberale ha sostituito il liberalismo correttamente inteso”.

Non da oggi Parsi si distingue per la capacità di conciliare un punto di vista schiettamente liberale e atlantista con un’analisi spietata dei rapporti di potere e della globalizzazione finanziaria (attingendo a pensatori radicali come Piketty e Milanovic e alla lezione di Gramsci e Polanyi, oltre che al pensiero strategico, a Tocqueville e Jefferson). Ma è piuttosto significativo che per descrivere la mutazione genetica dell’ordine internazionale liberale utilizzi la categoria del “neoliberalismo”, la quale fino a pochi anni fa non osava varcare i confini del lessico “antagonista”, e tuttora viene rigettata e persino schernita dalla stampa mainstream e in molti dipartimenti universitari.

La definizione adottata è quella, duplice, di David Harvey: il neoliberalismo è insieme “un progetto utopistico per realizzare un disegno teorico volto alla riorganizzazione del capitalismo internazionale” su base monetarista e “un progetto politico indirizzato al ristabilimento delle condizioni di accumulazione del capitale e alla restaurazione del potere delle élite economiche”.  Gli effetti della globalizzazione neoliberista in termini di polarizzazione della ricchezza ed erosione del ceto medio sono ormai note a tutti, e il tentativo di compensare gli squilibri così creatisi sul fronte della domanda aggregata con il ricorso all’indebitamento si è rivelato una fonte di ulteriori disuguaglianze e instabilità finanziaria.

In altre parole — scrive Parsi — “la promessa di una società più ricca di opportunità è stata tradita a vantaggio di pochi”. Sul fronte politico interno, la conseguenza di questo tradimento è una preoccupante svalutazione della cittadinanza che, aggravata dalla Grande recessione dell’ultimo decennio, sta stritolando le democrazie occidentali nella morsa fra tecnocrazia oligarchica e populismo sovranista.

Nel frattempo, sul fronte della politica internazionale, l’11 settembre ha rotto il mito dell’invulnerabilità interna degli Stati Uniti, e la solidarietà mondiale che inizialmente ne è derivata – legittimando l’intervento in Afghanistan – è stata spazzata via dall’unilateralismo e dalle menzogne della fallimentare guerra all’Iraq. La guerra al Terrore ha minato la già precaria credibilità degli Stati Uniti come tutori della sicurezza occidentale, senza peraltro scalfire le cause del terrorismo jihadista. Nulla è stato fatto per agire sui fattori di sottosviluppo politico che alimentano l’islamismo radicale, il cui successo è dovuto anche e soprattutto all’assenza, nel mondo musulmano, di vie alternative alla violenza con cui opporsi a élite predatrici sostenute in quanto “male minore” dai governi occidentali.

Il crescente e aggressivo attivismo geopolitico di Cina e Russia, che ha portato il sistema internazionale a un assetto di 1+2 superpotenze (secondo la formula di Barry Buzan), è dovuto anche alle mancate promesse statunitensi, sia in ambito economico che nel campo della sicurezza. Riprendendo il teorico del soft power americano Joseph S. Nye Jr., Parsi sottolinea come l’egemonia americana sia stata turbata in primo luogo dal fatto di essersi manifestata in maniera sempre più unilaterale e priva di legittimazione ideologica.

Archiviata con infamia la stagione dell’“esportazione della democrazia”, concluso anche l’interludio dell’“egemonia riluttante” (e delle occasioni perse) sotto Barack Obama, con Donald Trump gli Stati Uniti si propongono ora nell’inedito ruolo di “potenza revisionista” del sistema. La minaccia di imporre dazi e altre misure protezionistiche in nome dell’impegno a riportare in patria profitti e posti di lavoro, gli atteggiamenti ondivaghi e opportunisti verso gli alleati, la dissennata gestione delle questioni nordcoreana e iraniana e la contestazione delle istituzioni internazionali di stampo liberale come la Nato e l’Onu si configurano però come un “attacco alla globalizzazione che, invece di rimediarne i guasti, si limita a cercare di scaricarne i costi verso l’esterno”.

Al cambio di rotta del Titanic occidentale e alle bizze del suo timoniere statunitense, Cina e Russia contrappongono un modello politico accentrato dalle forti tinte nazionaliste, speculare a quello neoliberale ma persino più preoccupante, in cui sono le élite politiche a determinare di fatto le élite economiche (basti pensare che le famiglie di Putin e Xi sono le più ricche dei rispettivi paesi). Il capitalismo potrà (e forse vorrà) sopravvivere anche in assenza di democrazia e libertà, con conseguenze inimmaginabili: ecco perché è urgente riportare l’ordine liberale in acque più tranquille.

Per Parsi, l’unico soggetto che potrà farsi carico di invertire la tendenza è l’Europa: proprio l’Europa che ha abbracciato i dogmi neoliberali abdicando al compito della protezione sociale, che affronta la drammatica crisi dell’euro con una gestione intergovernativa azzoppata dal potere di veto da parte degli Stati più forti, che ha svalutato il principio della solidarietà territoriale e sancito di fatto la supremazia del potere economico su quello politico, e in cui la Germania rifiuta di assumersi le responsabilità che il suo ruolo le imporrebbe.

L’Unione Europea deve decidersi a un riequilibrio fra democrazia e mercato, che dovrà passare dal tema ineludibile della sovranità. “Uno degli errori più macroscopici […] della collocazione di un ordine globale neoliberale al posto dell’originario ordine internazionale liberale”, argomenta infatti Parsi, “è stato quello di credere che un ordine internazionale fosse possibile a prescindere dalla tenuta delle singole unità che lo componevano; e che per giunta un ordine senza Stati sovrani, o per meglio dire, un ordine fondato su Stati dalla sovranità programmaticamente evanescente, potesse dirsi liberale”. Di qui la necessità di una sovranità europea che “contenga, armonizzi e completi” le sovranità degli Stati membri. È l’unica via, ma non si può fare a meno di osservare tra le righe lo scarso ottimismo di Parsi circa la reale possibilità di una svolta, che dovrebbe essere affidata a una classe politica sempre più inconsapevole, fragile e frastornata. Mentre il Titanic corre verso la catastrofe.

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