La recensione

Siamo tutti trader tra rischio e incertezza

Si dovrebbe distinguere tra “rischio” e “incertezza”, laddove il significato della seconda è mancanza di certezza, conoscenza limitata per la quale è impossibile descrivere esattamente lo stato esistente, i risultati futuri o più di un risultato possibile. L’incertezza non è in ogni caso “matematizzabile”. Secondo la tesi dell'antropologo Arjun Appadurai in "Scommettere sulle parole. Il cedimento del linguaggio nell’epoca della finanza derivata" (Raffaello Cortina Editore, 2016), bisognerebbe tornare ad analizzare il fenomeno del trading con gli strumenti dell’antropologia: mito, rito gruppo. In altri termini: è con la celebrazione di un mito in un rito che si salva un gruppo.

6 aprile 2017

La spiegazione della crisi del 2007 è ancora insufficiente. La ripresa economica che ne è seguita ha percorso gli stessi canali della finanziarizzazione che hanno determinato il great crash. Si è ricorso al salvataggio dell’economia reale con la creazione di moneta bancaria slegata dall’attività produttiva, che finisce in attività speculative che innescano nuove bolle finanziarie che determineranno le prossime crisi.

La crescita nella generazione di derivati Otc – prodotti acquistati e venduti fuori dai mercati regolamentati – è la cartina di tornasole.

E la dinamica non sarà controllata dai provvedimenti legislativi quali l’Emir, o il Dodd-Frank Act (che tra l’altro rischiano di saltare con l’azione di Trump), in quanto i modelli culturali della finanza nei confronti del rischio sono rimasti sostanzialmente gli stessi della Crisi. Di questi modelli ci parla l’antropologo indo-americano Arjun Appadurai nel volume Scommettere sulle parole. Il cedimento del linguaggio nell’epoca della finanza derivata (Raffaello Cortina Editore, 2016) riferendo il mondo della finanza al legame tra riti e modi di pensare. Il tema, quindi, è l’agire di modelli “storicamente dati”, tralasciando il come e il perché tali modelli si siano imposti.

Questi comportamenti si impersonificano nel trader, ma in realtà possiamo generalizzare e identificarli in colui che ha imparato a rapportarsi con il rischio, dimenticando l’incertezza, finendo per trarre da questa sfida la propria ragion d’essere. Più che una figura, l’analisi tratta di un’inclinazione. E potremmo asserire che quest’attitudine sia dilagata nella politica e in ogni ambito sociale, utilizzando un linguaggio pseudoscientifico per risolvere il problema del senso dell’agire umano.

Il cedimento

Questa prassi si massimizza attraverso l’uso dei derivati che, come annunciato dal sottotitolo del libro di Appadurai, determina una rottura epistemologica: «il cedimento del linguaggio».

Ma cos’è un cedimento? È la situazione in cui ci si arrende a una forza superiore che impone condizioni che altrimenti non si sarebbero realizzate. Il cedimento del linguaggio scientifico è consistito nel focalizzarsi unicamente sul rischio tralasciando l’incertezza. Rischio vale ormai per «calcolabile» e, quindi, gestibile con procedure razionali applicate da soggetti specializzati. Ma per i derivati (e per molte attività OTC) le cose sono differenti, in quanto il rischio non è riconducibile solo a valori numerici. Vi è il rischio di liquidità, per esempio. E non è detto che nel momento “del bisogno” troverò chi produrrà, o sarà disposto ad assorbire, il derivato che mi serve per salvare la mia posizione. 

Tra rischio e incertezza

Questo fatto – secondo l’autore – non è modellabile, cioè riconducibile a modelli: dunque, è incertezza. Considerare solo la parte emersa del rischio – ovvero, il calcolo – ci lascia inconsapevoli, dei veri rischi che si assumono.

Pertanto si dovrebbe distinguere tra “rischio” e “incertezza”, laddove il significato della seconda è mancanza di certezza, conoscenza limitata per la quale è impossibile descrivere esattamente lo stato esistente, i risultati futuri o più di un risultato possibile. Questo ci permette di capire quanto scrive Appadurai a proposito del comportamento dei trader:

«Una strategia di tutela finalizzata a introdurre regolarità e prevedibilità nel decorso della vita sociale. (…) La forza del rituale era legata al modo in cui le parole vengono utilizzate per produrre effetti sociali. (…) Retroperformatività… il rituale è in grado di introdurre certezza nella vita sociale perché modifica i termini in cui è concepita l’incertezza».

Le frasi indicate si inquadrano nelle idee operative dell’autore, secondo il quale sarebbe opportuno tornare ad analizzare il fenomeno del trading con gli strumenti dell’antropologia: mito, rito gruppo. In altri termini: è con la celebrazione di un mito in un rito che si salva un gruppo. Ma il rito che permette di superare lo smarrimento, la paura dell’ignoto – il calcolo, cioè – deve sempre rapportarsi con la realtà nel suo evolversi.

Decalogo n.1

Un esempio di questo confronto tra una cultura del rischio, che ignora l’incertezza rimuovendola, e le necessità della vita è il Decalogo n.1 di Kieślowski.

La matematica conosce il mondo? Il film tratta del rapporto tra un padre scienziato, che ritiene la matematica l’unico linguaggio, e un figlio adolescente tentato da domande sul senso della vita. Vi è un terzo attore, il computer. Nel film si fanno diversi calcoli: il primo problema del figlio è definire il tempo necessario perché due persone con velocità diverse si incontrino. Il secondo è il calcolo della tenuta del ghiaccio del laghetto: sarà possibile o meno pattinare liberamente il giorno dopo?

Ci si fida dei calcoli fatti di medie, distribuzioni di probabilità: e così il giovane proverà i suoi pattini, ma il cedimento del ghiaccio gli sarà fatale.

Il film sembra anticipare la tesi del libro di Appadurai: il calcolo altro non è che un rito utile a togliere il disagio dell’incertezza. Ma che il ghiaccio effettivamente regga, questo è un altro problema. Il problema della tenuta può essere risolto matematicamente, con un computer in grado di prevedere un cambiamento improvviso delle condizioni meteo?

Scommettere sulle parole non riferisce il problema al modello, cioè alla matematica attuale applicata al calcolo sociale, bensì lo nega apriori, sostenendo una tesi forte: l’incertezza non è in ogni caso “matematizzabile”.

E in questo sembra concordare con Decalogo n.1: la matematica attuale può «descrive i caratteri strutturali del mondo», ma è inadeguata a dire se tali caratteri si manifestano interamente nelle operazioni «che noi realmente effettuiamo» e, quindi, non conosce natura e prevedibilità delle variazioni che intervengono. Così i pattinatori di derivati, anche con i conti in ordine, “rischiano” la rottura del ghiaccio.

Rischiare e agire

Il lavoro di Appadurai indica come le tematiche del rischio e dei comportamenti siano legate a doppio filo: i modelli matematici interagiscono con le opinioni e la cultura, e i comportamenti che ne scaturiscono sono più complessi di quello che la teoria economica ci spinge a credere.

Proviamo a leggere, con questa ottica, due passi de I diavoli di Guido Brera (Rizzoli, 2014):

«Giorgio assomiglia a una statua di sale. Se ne sta con le braccia incrociate, osservando le mosse del trader. Una manciata di secondi dopo, in tre continenti, migliaia di occhi registrano l’operazione. Allora René afferra la cornetta del telefono e compone un numero, pronuncia poche parole: “Compra fino a 93”. E riattacca.

Mentre sul monitor il 90 trasmuta come per incanto in 91 e poi in 91.50, il francese ripete l’operazione. Due, tre, quattro, cinque telefonate. Da Parigi a Berlino, da Londra a Roma, operatori e trader sono imbeccati. Ordini d’acquisto si aggiungono a ordini d’acquisto. La domanda cresce, il valore dell’offerta sale. Sono passati meno di cinque minuti e il prezzo segna 92.80».

E qualche riga più avanti: 

«“LTCM [Long Term Capital Management, il grande fondo speculativo degli anni Novanta basato sui modelli matematici dei premi Nobeli Robert C. Merton e Myron Scholes, ndr] non sbagliò il modello e nemmeno la lettura della tendenza. Perse perché erano così sicuri di loro che presero posizioni dieci volte più grandi di quello che avrebbero potuto…”

Massimo si avvicina al computer di René, poggia una mano sul piano della postazione e con l’altra indica il display dell’orologio nell’angolo in basso a destra. Ore 8.46. In quel momento il 6 si trasforma in 7.

“Il tempo esiste, anche se pensi che scorra solo per gli altri e non per te. Ed è contro questa variabile che ci mettiamo in gioco”».

Conservare e innovare: le due strade

Anche qui, come nel film di Kieślowski, siamo di fronte a due diverse opinioni. Interpretano rispettivamente due stereotipi: René è il conservatore, mentre Massimo rappresenta – in parte e per certi versi – l’innovatore quantitativo il secondo.

Il conservatore conosce le leggi non scritte del mercato ed è capace di muovere prezzi, secondo la meccanica delle onde del sasso nello stagno. I prezzi sono informazioni, e uno “strappo” di prezzo fatto da un trader potente muove il mercato in quanto la reazione a catena della profezia auto-avverantesi fa nascere l’informazione anche quando non c’è.

L’altro punto di vista punta più sulla matematica come strumento privilegiato della decisione. Anche se il banker dimostra poca criticità verso il passato, sostenendo che il LTM non abbia sbagliato modello, ovvero la formula Black and Scholes che poteva risolvere le problematiche di convergenza dei tassi del Globo (adesso con il protezionismo come la metteremo?). Massimo sostiene che il fondo

LTCM si sia fatto solo prendere la mano, ma se “stava modesto” e parsimonioso non succedeva il disastro (è un po’ come dire se uno beveva, un po’ meno non si ubriacava e non andava fuori strada).

Oltre la “gestione” del rischio

Appadurai sostiene che entrambe le strade sono la stessa strada: gestione del rischio ma non dell’incertezza. Anche se differiscono parzialmente: la prima è etichettabile come rito magico, la seconda è vittima di un’ideologia quantitativa del rischio. Entrambe non presentano la soluzione. Con l’estromissione dell’incertezza non numerica o qualitativa dalla modellizzazione finanziaria, si è fondato il nuovo tipo di economia generalmente definita finanziarizzazione. La società che si modella sull’economia in oggetto non è basata su pratiche razionali.

Secondo Weber la classe imprenditoriale nasceva per  risolvere il problema esistenziale della salvezza, del rischio di essere dannati, dando importanza alle pratiche contabili di rendicontazione, fino a definirle il fondamento nella genesi dell’impresa capitalista dove l’agire imprenditoriale (Unternehmen) è «un agire orientato in modo autonomo in base al calcolo del capitale», oggi invece – citando Frank Hyneman Knight – la società trae il potere dalla capacità della finanza di far fronte all’incertezza, più che dalla gestione del rischio:

«Il mondo del rischio finanziario altro non è che un colossale apparato di strumenti (cioè una tecnologia) deputati alla mappatura e alla misurazione del rischio, non allo scopo di gestirlo, bensì allo scopo di avvalersene. Certo è chiaro chi opera in finanza si serve di informazioni ottenute da suoi pari, ma la disposizione di queste informazioni non tecniche, è però un truismo. Quel che conta davvero è l’ethos».

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