La recensione

Paura made in Usa

Con "American Horror Story: Cult" l'horror viene dislocato nelle città di oggi e l'incubo urbano diventa il grimaldello di una nuova narrazione della paura.

9 novembre 2017

La sensazione della paura è regolata da una regione del cervello che normalmente si occupa di elaborare le informazioni che arrivano attraverso i cinque sensi, per individuare con rapidità tutto ciò che potrebbe mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’organismo. Ancora: dal punto di vista squisitamente neurologico, consideriamo paura un meccanismo generante nell’individuo una sensazione di pericolo che ha come obiettivo primario la protezione di sé. Trasposto nella dimensione sociale, il concetto di “paura” sostanzia e circoscrive i suoi confini di esistenza attraverso lo spazio. Non è un caso, quindi, che la città rappresenti il luogo per eccellenza in cui prendono forma e deflagrano tutte le ambivalenze e le contraddizioni dell’essere umano. Qui si ha un distillato massimo e universale – la dislocazione orrorifica che avviene tra la prima “piccola” e la seconda “grande” Twin Peaks ne è un esempio – della nozione di “paura”.

Ma perché le metropoli post-industriali di oggi sono diventate regno incontrastato e somma rappresentazione della paura?

Prova a rispondere il professore di analisi e comunicazione dei media Steve Macek che, nel suo saggio Urban Nightmares, The Media, the Right, And the Moral Panic over the City (2006), racconta come tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90 una forma sempre maggiore di “panico morale” – foraggiata da media e politica – abbia trasformato le città nel centro nevralgico di incubi sempre più incontenibili.

Nel modo in cui i principali network televisivi hanno raccontato le città americane, con un proliferarsi di storie sempre più cruente sul crimine urbano, il cervello del telespettatore è stato indotto a introiettare l’orripilante narrazione del reale e a percepire il proprio contesto come un luogo spaventoso, in cui regnano inquietante disordine e degrado morale.

L’effetto principale di questo “panico urbano” è il terrore dell’altro e ha avuto, a sua volta, come diretta conseguenza, la legittimazione di un senso di avversione nei confronti della popolazione delle zone periferiche o, più in generale, del subalterno e dell’apolide, vissuti sistematicamente come minacce per il cittadino “normale”. Questa inarrestabile escalation paranoica si affianca a un nuovo e spaventoso passaggio politico: cioè saldare insieme il tema della presunta sicurezza con quello della questione abitativa. Grazie a questo connubio il panico ha mutato forma da paranoia individuale a isteria collettiva assumendo, di conseguenza, categorie politiche quali il sentimento patriottico e la xenofobia, di cui ormai il cittadino medio si nutre.

La paura multiforme, strumentale, manipolante, è uno dei tratti più interessanti della società contemporanea, e di cui da tempo si occupa uno dei più antichi – e forse sottovalutati, a livello critico – generi cinematografici.

L’horror si basa su un meccanismo semplice ma efficace: sottoporre lo spettatore a una paura controllata attraverso il filtro dello schermo, per poi rassicurarlo della distanza reale che intercorre tra lui e l’orrore veicolato dai fotogrammi. Letto in chiave contemporanea – e politica – il genere horror assume quindi, oggi, una funzionale interpretazione che va oltre quella storica di catarsi spettatoriale.

A comprendere la potenza del binomio città-paura e a puntare tutto sulla sua declinazione sociale è stato lo sceneggiatore Ryan Murphy che, per la 7ma stagione di American Horror Story, decide coraggiosamente di affidarsi alla contemporaneità più bruciante e di utilizzare gli urban nigthmare come grimaldello di una nuova narrazione.

È la notte fra martedì 8 e mercoledì 9 novembre 2016, e l’America sta seguendo il tormentato scrutinio da cui verrà fuori il nome del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti. I notiziari si susseguono mostrando con taglio documentaristico spezzoni dedicati alla campagna della democratica Hillary Clinton e del repubblicano Donald Trump.

La notte elettorale viene seguita in due appartamenti distinti, in cui si respirano sentimenti diametralmente opposti. In una lussuosa casa a due piani ci sono Ally (Sarah Paulson) e Ivy Mayfair-Richards (Alison Pill), coppia omosessuale che, per l’occasione, ha invitato i propri vicini, i Chang, anche loro strenuamente democratici e giunti a fare il tifo per Ilary. Nel silenzio più assordante che incolla gli occhi alla tv, la CNN annuncia la vittoria a sorpresa di Trump.

Lo sgomento per un risultato ritenuto dai democratici improbabile e ai limiti della distopia, si traduce invece in un giubilo sfrenato nella spoglia cantina del giovane Kai Anderson (Evan Peters), il quale si abbandona a un irruento entusiasmo e con una nauseabonda mistura di patatine al formaggio si trucca il volto per simulare l’abbronzatura di Trump. La maschera inquietante e parodica dei tempi che verranno è pronta.

Murphy, co-autore dell’episodio, cavalca l’onda di una election night che si è già impressa nell’immaginario collettivo per riallacciarsi a uno dei temi portanti di American Horror Story-Cult fin dalle sue origini: la paura.

Paura che, in questa stagione, si manifesta attraverso l’intolleranza, l’odio e la violenza esercitati contro l’altro. E in Cult – emblematico sottotitolo, peraltro – il timore per la vittoria di Trump viene espresso, non a caso, tramite due specifiche tipologie di minoranza: quella etnica dei Chang, ricchi immigrati, e quella omosessuale della coppia Ally e Ivy.

Mai come in questa occasione, però, il filo conduttore della serie si converte nel politico, e punta tutto sul personaggio di Kai, identificando nel disadattato gonfio d’odio l’uomo capace di rappresentare paura e paranoia securitarie ed eleggerle come le migliori forme di controllo delle masse.

Mentre va in onda il discorso inaugurale del nuovo Presidente USA, la sigla dell’episodio ne spezza le parole per dare sfoggio alle manifestazioni dell’irrazionale e del mostruoso, attraverso incarnazioni della follia di un’America dilaniata dalle tensioni e dalla rabbia. Il dato interessante è proprio nello studio sempre più capillare dei fenomeni legati alla paura, cosa che Murphy compie scandagliando i meandri della società americana e i modi in cui viene narrata dai media-mainstream.

Passando in rassegna il mondo della comunicazione e dell’informazione, ci dà contezza dei “trigger warning”, che la CNN non ha saputo utilizzare per capire i risultati, e i social justice warrior che popolano Tumblr e i college americani, costantemente bombardati da quel tipo di retorica. Poi si sofferma sull’analisi della working class americana, ormai piccola borghesia che vive asserragliata dietro alla staccionata bianca dei propri vialetti, pronta a fare la guerra allo straniero.

American Horror Story decide di partire proprio da lì, dallo swing state del Michigan, dove anche la lesbica Ally – che dovrebbe incarnare la punta di diamante dello stile democratico – risulta invece incapace di affrontare il divario tra il mondo esterno e i propri fanatismi, e inizia ad assumere comportamenti sempre più paranoici, fino ad uccidere un ispanico nell’oscuro lasso di tempo causato da un black out.  Mentre la vita della donna, puntata dopo puntata, si sgretola fino a far precipitare Ally in un vortice di panico, il giovane Kai Anderson, si afferma come personaggio-leader dell’intera stagione.

Nel mezzo del caos generale che ha seguito l’elezione del nuovo presidente, Kai è pronto a condurre il popolo confuso e spaesato verso la terra promessa.

«Le persone tengono alla paura più che alla libertà» dice Kai, proponendosi come consigliere comunale. Il giovane protagonista è l’unico ad aver capito che è la paura la vera spina dorsale dell’America, e lui, ora, sa come usarla. Perso nei suoi virilismi omofobi e nel caricaturismo della più bieca alt-right americana, il ragazzo dai capelli blu inizia la sua “crociata”, finendo per corrompere anche le granitiche certezze di Ally, che oramai vive barricata a casa sua.

In un climax sempre più intenso di violenza e terrore, non manca il tocco surreale portato in scena da una banda di clown psicopatici con cui Murphy può riagganciarsi a cult, appunto, come Arancia Meccanica (e Funny Games), strizzando l’occhio alla vicenda Manson e alla sua setta antisistemica.

Ciliegina sulla torta di una serie che, nella sua spregiudicata lettura della società americana al momento del voto, non tace nulla e sembra voler rilevare anche l’orrore di quando, davanti alla scheda bianca, la contingenza ti rivela veramente chi sei.

Emblematica, in questo senso, la scena in cui il personaggio della lesbica – e perfetta democratica Ally –, prima del voto, ha una paura fottuta di sbagliare. Così la sua crocetta non è per la Clinton ma per Jill Stein. Una piccola ma cruciale menzogna che segna per il personaggio l’inizio della fine e si presenta come un ultimo feroce mea culpa dell’intellighenzia hollywoodiana, così stoltamente della vittoria di Hillary.

American Horror Story: Cult ha il merito e l’intuizione di dislocare il genere horror nella pura realtà e nelle politiche di oggi, abbandonando case stregate e antiche leggende e – attraverso la tangibilissima paura del presente – riesce nell’impresa di inventare una, forse la più, attuale saga che vede nel urban nightmare il suo punto di inizio e svolta.

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I Diavoli

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