La recensione

La lotta del giovane
Karl Marx

«Finora i filosofi hanno interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo», diceva il giovane Karl Marx. Insofferente al ripiegamento salottiero e borghese, nella versione che Peck porta sul grande schermo, si muove tra le strade e nei sobborghi proletari, è clandestino in fuga dalla sbirraglia, ama con passione la causa e la moglie Jenny. Ma la pellicola è molto più di una semplice biopic.

16 aprile 2018

Kant e Fichte vagavano fra nuvole lassù cercando un paese lontano.
Io cerco d’afferrare con destrezza solo quanto ho trovato sulla strada.

Karl Marx, Scritti politici giovanili

Primo quarantennio del diciannovesimo secolo, nell’atmosfera fredda e ombrosa di una grande foresta, illuminata appena dagli squarci di luce che filtrano tra gli arbusti, un gruppo composto da donne, uomini e bambini affamati e vestiti con stracci, si muove circospetto, dosando i passi per non far scricchiolare il fogliame. Raccolgono in grembo legname secco, per accendere un fuoco e scaldarsi da qualche parte. In sottofondo, però, una voce ammonisce che anche appropriarsi dei rami caduti è un furto, perché il terreno che calpestano è di qualcun altro.

Un istante dopo, preceduta dal nitrito delle bestie che monta, la cavalleria padronale irrompe, brandendo mazze e sciabole, e si avventa sui miserabili. Lo scontro impari dura il tempo di un urlo corale e strozzato, poi nella foresta ripiomba il silenzio assoluto, e una nebbia spettrale che ammanta i corpi straziati. Ma di spettrale rimane anche qualcos’altro, l’idea che l’oppressione subita dai padroni sia un’ingiustizia da affrontare e non uno stato irriducibile delle cose, e quest’idea comincia a gonfiarsi e aggirarsi per l’Europa…

Il film

Dal 5 aprile è nelle sale italiane, purtroppo con una distribuzione limitataIl giovane Karl Marx. Il regista è Raoul Peck, haitiano d’origine che ha trascorso molti anni in esilio volontario dal suo Paese, per poi rientrarvi a metà degli anni ’90, quando il regime dittatoriale è caduto. Peck ha all’attivo una ventina di opere cinematografiche ed è noto già dai primi anni zero, quando alcuni suoi film approdano al Festival di Cannes. La sua cifra autoriale è tornata a imporsi di recente, in Europa e a livello internazionale, dopo la realizzazione di I’m not your negro – 2016, documentario incentrato sulla questione razziale negli Usa – e, appunto, Il giovane Karl Marx.

Il film racconta le vicende del giovane Marx, nel periodo in cui è costretto a emigrare con la moglie Jenny, per evitare ritorsioni politiche e trovare un editore che lo sostenga, in Francia. Qui conoscerà anche Friedrich Engels e insieme, dopo varie traversie, daranno vita al Manifesto del Partito Comunista.

La pellicola si iscrive nel genere del biopic e tuttavia, al tempo stesso, si sottrae a una catalogazione troppo stringente, perché sull’attenzione ai dettagli del contesto storico prevale la forza delle idee universali e senza tempo. E anche perché alla centralità assoluta del protagonista, Peck preferisce un impianto corale, che restituisce voce e importanza agli altri personaggi, non ultimi quelli femminili, e li pone in dialettica e contraddizione col personaggio principale di Marx, creando un’enorme allegoria rappresentativa del suo ardore politico e del suo pensiero filosofico.

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Giovane è lo spirito

Il Marx – lo interpreta con maestria August Diehl, Bastardi senza gloria e Salt – che Peck porta sullo schermo ha una verve contemporanea e avvincente: si muove tra le strade e nei sobborghi proletari, è clandestino in fuga dalla sbirraglia, ama con passione la causa e la moglie Jenny, con la quale condivide le sue speculazioni e la lotta politica. È irruento negli incontri e nei comizi politici, è irriducibile e competitivo nel tener testa ai grandi pensatori della sua epoca – a Proudhon (Olivier Groumet) criticherà con scaltrezza retorica la lacuna di materialismo nelle sue tesi, «se lei dice che la proprietà è un furto, allora se rubo qualcosa a qualcuno sto “rubando un furto”» – ma soprattutto è insofferente al ripiegamento salottiero e borghese – «finora i filosofi hanno interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo» – degli intellettuali.

Per questo, stringe amicizia con Friedrich Engels (Stefan Konarske), dapprima liquidato come un damerino, poi apprezzato per la sua tensione all’immischiarsi nei bassifondi della società e raccontarla alla stregua di un pioniere del Gonzo journalism. Tra duelli a scacchi, cospirazioni sovversive, fughe dagli sbirri e sbronze notturne, gli animi dei due si accendono fino a divampare e, dopo aver aderito alla Lega dei Giusti, ne criticano ferocemente lo stampo moderato e incalzano per una svolta più estremista, perché comprendono che cambiare il mondo significa rovesciarne radicalmente gli assetti, significa rivoluzionarlo.

«I borghesi amano parlare della libertà, ma è della loro libertà che parlano, non della vostra», si riferiscono infervorati a un gruppo di operai, prima di sostituire il vessillo della Lega con quello Comunista, perché è solo una rivoluzione proletaria che potrà, liberando la Classe subalterna e quindi universale, liberare l’intero genere umano. Qualche scena prima, infatti, a un padrone inglese che giustificava l’utilizzo di minorenni nella sua fabbrica per via del regime competitivo, perché «questo è la società», Marx replicava sorridendo: «Voi non siete la società».

I fotogrammi finali vedono Marx ed Engels impegnati nella stesura di un “manifesto”, lo stesso che sarà destinato a mutare il corso degli eventi, e il cui leggendario proclama recita: «proletari di tutto il mondo, unitevi», contro la trans-nazionalità dell’oppressione capitalistica. Il portare il pensiero materialistico al suo punto più avanzato, il disvelare i rapporti di produzione della società e intuire che in essi cova il germe di una nuova soggettivazione basata sulla coscienza e lotta di classe, si abbattono contro le astrazioni trascendentali e regressivi del pensiero falsamente illuminato che fino a metà dell’Ottocento voleva tutti gli uomini liberi e uguali. E questa enorme intuizione, ottenuta con brillantezza mentale e polso della realtà circostante, come ben restituisce la pellicola di Peck, ci dice che giovane è lo spirito, prima ancora del corpo.

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Le donne non sono comprimari

Altro grande merito del regista è quello di conferire protagonismo alle donne. Sia Jenny Von Vestphalen (Vicky Krieps) che Mary Burns (Hannah Steele), rispettivamente la moglie di Marx e l’operaia amante di Engels, sono due figure onnipresenti e in continua interazione con i due personaggi principali. Con loro condivideranno clandestinità e lotta politica, ma ne criticheranno anche le posizioni, portandone a galla limiti e contraddizioni, talvolta spostando sottilmente il focus dalla lotta di classe a quella di genere – emblematica la presa di coscienza nei fotogrammi finali di Mary, che riflette sul fatto che procreare, per una donna, può voler dire anche ridurre la propria autonomia e libertà individuale –, e infine con loro parteciperanno attivamente alla stesura del “manifesto”.

Se provare a rappresentare sullo schermo la figura di Marx – un pensatore che nel tempo e nell’immaginario collettivo si è imposto con la grandezza di un mito – senza scadere in facili cliché o melasse didascaliche è stato l’ingaggio scenico di Peck sulla cui riuscita si pronunceranno gli spettatori, la grande sfida, riuscita, è quella di girare una pellicola in grado di surriscaldare gli animi e, soprattutto nei tempi bui che corrono, inneggiare a vivere la propria esistenza con passione e oltre i limiti borghesi, schierandosi sempre e senza remore dalla parte dei senza parte.

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