La recensione

L’epoca amara
del gentismo

Il libro di Leonardo Bianchi, "La Gente", sonda l’evoluzione della deriva populista nella sua configurazione – e narrazione – ultima del “gentismo”, cioè di un coacervo incancrenito di risentimenti, passioni tristi e reazioni “di pancia” che si è instillato – in maniera trasversale, apparentemente interclassista e scevra di un vettore istituzionale o verticistico – in quella che potremmo definire “anomalia italiana”.

29 novembre 2017

Non si vedono i contrasti sulla vecchia strada sporca,
Quando sei sul lurido asfalto della vecchia strada sporca,
E nel vento cerchi di spalare il fumo con un forcone.

John Lennon

Con il termine “gentismo”  si intende un “atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto”. Questa definizione, ancorché vaga e riduttiva soprattutto dal punto di vista fenomenologico, ci fornisce almeno due indizi fondamentali: il primo è l’occorrenza stessa di tale lemma in un dizionario della lingua italiana e, quindi, l’attestazione ormai ufficiale della sua esistenza e del suo utilizzo nel linguaggio comune; il secondo è la sfuggevolezza, ancora persistente, di declinazioni semantiche precise in riferimento a tale termine.

A partire dal secondo indizio, si muove l’indagine condotta da Leonardo Bianchi in La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento (Minimum Fax, 2017). Il saggio, da circa un mese nelle librerie italiane, è un’articolata e ambiziosa ricognizione, storica e sociale, intorno al fenomeno del “gentismo”, con l’obiettivo di tracciarne la genesi e l’evoluzione, e di portarne a galla le contraddizioni e sorti esplose dall’ultimo decennio fino ad oggi.

Già Aristotele, nel IV secolo a.c., agli albori della filosofia politica, allertava sulla fatale deriva populista in seno alla nascita delle forme di governo: “Il demagogo e l’adulatore hanno una grande potenza presso i loro padroni, gli adulatori presso i tiranni e i demagoghi presso il popolo”. Una deriva, quella populista, ciclica e implabile che, secondo Toni Negri, ha oggi raggiunto di nuovo la sua fase culminante, tanto dall’essere ormai sussunta anche dalla governance.

Ora, benché il concetto di “populismo” sia strettamente connesso al tema affrontato da La Gente, il libro di Bianchi sembra voler alzare ancora l’asticella analitica e sondare l’ulteriore evoluzione della deriva populista nella sua configurazione – e narrazione – ultima del “gentismo”, cioè di un coacervo incancrenito di risentimenti, passioni tristi e reazioni “di pancia” che si è instillato – in maniera trasversale, apparentemente interclassista e scevra di un vettore istituzionale o verticistico – in quella che potremmo definire “anomalia italiana”. Quando Nanni Moretti, in quel capolavoro amatoriale che è stato Ecce Bombo (1978), inveiva contro l’ennesima chiacchiera da bar, che voleva “rossi e neri, tutti uguali”, proclamando “ve lo meritate Alberto Sordi” e alludendo, appunto – e ben al di là della semplice stigmatizzazione ad personam dell’attore italiano –, a un atteggiamento passivo, conformista, solo astrattamente anti-sistema, e quindi populista, rispetto alla politica e al vivere associati, forse, secondo Bianchi, presagiva solo il pallido inizio di un fenomeno che negli anni zero avrebbe raggiunto il suo culmine e la sua clamorosa deflagrazione.

Il libro

Un’articolata e ambiziosa ricognizione, dicevamo. “Articolata” perché, col piglio di un giornalista navigato, Bianchi raccoglie dati – anche e soprattutto sul campo – disseminati nell’arco di oltre un decennio e, sulla scorta di un vasto apparato critico e di fonti, li anatomizza in maniera lucida e puntuale. “Ambiziosa” perché il testo che ne esce fuori, nonostante la sua collocazione editoriale e al passo con una certa produzione letteraria ibrida, straborda dai confini del puro e semplice saggio, per manifestarsi come un oggetto di accattivante non fiction, dalle notevoli capacità e caratteristiche narrative.

Il libro è diviso in tre parti. Nella prima Bianchi individua, per così dire, l’anno di battesimo della deriva gentista nel primo “V-Day” (Vaffa-Day), indetto da Grillo nel settembre 2007 per dare sfogo all’indignazione delle piazze contro la “Casta”, la stessa che sarà oggetto, nello stesso anno, del fortunatissimo libro redatto da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo e che darà la stura definitiva a quella vulgata anti-sistema – e alla sua relativa narrazione – inaugurata e cavalcata dal grillismo. Da un sentimento di rassegnazione, giunto a maturazione sull’onda lunga del riflusso, nel primo decennio degli anni Zero si scarta verso una rabbia diffusa diretta contro i politici fannulloni e corrotti che si rimpinguano a spese del popolo, e che si percepisce – o si vuole far percepire – come un vero e proprio risveglio delle coscienze. Infatti, prosegue Bianchi – la cui disamina non può prescindere, e anzi si sostanzia, di ciò che accade in Rete –, sul web cominciano a circolare una serie infinita e confusa di slogan “anti-Kasta” che testimoniano l’enorme montatura in atto. Poi, nel gennaio 2012, altra svolta è determinata dal Movimento dei Forconi – anch’esso adirato contro la “Kasta” regionale e nazionale – che paralizza la Sicilia e, il 9 dicembre dell’anno successivo, prova a costituirsi come vera e propria forza politica con l’obiettivo di rovesciare il sistema.

La missione fallisce miseramente ma dalle sue ceneri, continua a raccontare Bianchi nella seconda parte del volume, rispuntano – sempre a livello locale – nuove emblematiche rappresaglie, la cui natura nazionalista è ancor più esacerbata tanto da manifestarsi in forme dichiaratamente fasciste, xenofobe e finanche di avallo ed esaltazione dell’eccesso di legittima difesa, come, rispettivamente, la varie barricate e rivolte anti-immigrati fomentate dalle compagini di destra nelle periferie romane e nella cittadina di Gorino, e il caso del benzinaio Graziano Stacchio.

Nella terza e ultima parte, infine, il racconto di Bianchi assume tinte sempre più distopiche, quasi ballardiane, per attraversare le recentissime “realtà parallele” che costellano il panorama italiano. Distopiche, certo, ma del tutto aderenti alla realtà: come la miriade di teorie complottiste o la rinnovata ondata di “crociate” e fanatismi religiosi che si ergono in difesa della prole nazionale e contro l’abominio dell’“ideologia gender”.

Una svolta, conclude giustamente l’autore, divenuta così pervasiva dall’attraversare e condizionare non soltanto gli strati sociali ma anche la classe e i gli schieramenti politici più insospettabili, tanto dall’essere incamerata nella propria propaganda finanche dal Partito Democratico, non estraneo a curvature spiccatamente conservatrici ma, fino a pochi anni fa, quanto meno settato su un rifiuto formale di certe pose securitarie e di allarmante diffidenza verso fenomeni allogeni quali l’immigrazione.

Una svolta che, nel momento in cui il “forcone” agitato nel vuoto e diretto contro un fantomatico nemico può divenire la più gettonata e inquietante argomentazione per uscire dalla crisi, è urgente monitorare con prontezza d’analisi, come avviene nel libro di Bianchi, al fine di contrastarla e provare a tracciare rotte più sensate e che sappiano intercettare le vere istanze del popolo e di classe. Perché “il gentismo è un fenomeno complesso e sfaccettato, dotato di una sua specificità, che ha accompagnato la Seconda Repubblica come un’ombra. Ed è proprio fissando questa ombra che si possono capire meglio le ambiguità, le contraddizioni e pulsioni profonde della politica e della società italiana”.

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