La recensione del film «La grande scommessa»

Chi ha pagato
la crisi del 2008?

«The Big Short» è il film definitivo sulla Grande Crisi. Racconta l’esplosione della bolla dei mutui subprime e dei crediti strutturati ad essi collegati, ma è anche la storia della fine di un’epoca.

11 gennaio 2016

11 GENNAIO 2016 – Tratto da un libro di Michael Lewis, un ex dipendente della mitica Salomon Brothers (già autore, fra gli altri, di Liar’s poker – uno dei capisaldi della narrativa finanziaria), The Big Short è geniale perché utilizza un escamotage per spiegare i passaggi più complessi: alcune celebrities di campi diversi spiegano a mezzo di interludi i concetti più ostici tramite metafore molto efficaci. La pellicola si apre con un preambolo sul settore più coinvolto delle banche d’investimento, il fixed income o tasso fisso: il settore obbligazionario era tutt’altro che rampante e glamour, negli Anni Ottanta, tanto che in Luna di fiele di Roman Polansky, un giovane Hugh Grant descrive il suo lavoro di eurobond trader con la verve e l’entusiasmo di un contabile. Ma quel mestiere da lì a pochi anni diventerà uno dei più pagati al mondo ed entrerà con forza nell’immaginario collettivo.

Come mai, improvvisamente, un impiego grigio e ben poco attraente si trasforma nel lavoro più ambito nella street finanziaria? La grande scommessa di Lewis affronta questo passaggio chiave concentrandosi sulla creazione da parte della Salomon Brothers di un prodotto basato sull’impacchettamento dei mutui. Un tassello importante ma anche una verità parziale, visto che il settore obbligazionario di fatto esploderà soprattutto grazie alla commistione crescente tra politica e finanza: la banche d’investimento diventeranno l’outsourcing della gestione del debito pubblico di tutti gli stati sovrani, i Tesori delegheranno quasi tutte le loro funzioni ai banchieri, che di fatto si renderanno indispensabili nella gestione dei debiti del mondo occidentale. E’ in questa cornice che le banche d’investimento assumono il controllo totale del mercato obbligazionario dando vita a quella costruzione di ingegneria finanziaria che porterà al disastro del 2008. Gli istituti di credito accrescono il loro potere grazie alla delega concessa dalla politica così gli anni Novanta scorrono velocemente e sono straordinari per tutti: si parla di nuovo illuminismo e di long lasting boom con le banche che dominano la scena in lungo e in largo e con gli studenti più brillanti – la meglio gioventù mondiale – che sognano di lavorare nel fixed income.

E’ l’inizio della fine, le banche sovradimensionate e sempre più affamate di profitti provano ad estrarre valore da qualsiasi aspetto della vita umana: tendenzialmente il tasso di profitto di un’attività economica scende sempre ma stavolta i ridimensionamenti sono fuori discussione, l’unico imperativo è «crescere, crescere, crescere». In un simile contesto la politica arriva in soccorso: la deregulation allenta le maglie dei controlli, l’infrastruttura finanziaria diventa una religione ed è sempre più complessa. Clinton vuole dare una casa a tutti, il mercato immobiliare esplode in tutto il mondo, la finanza lo fagocita, se ne impossessa, lo trasforma, lo finanziarizza e lo mette a leva: non ci sono regole, tutto è concesso. I mutui ipotecari diventano preziosi perché sono impacchettabili e sono tanti, potenzialmente uno per ogni individuo in maggiore età.

Bingo!

La prospettiva del film è originale perché racconta la storia dalla parte di chi si accorge della bolla e di chi ci vuole speculare senza lontanamente immaginare la portata della scoperta. La figura chiave è quella di Jarred Vennett interpretata da Ryan Gosling, brillante venditore di Deutsche Bank che grazie all’intuizione di un gestore di hedge fund (interpretato magistralmente da Christian Bale), decide di strutturare prodotti che speculano sul crollo del mercato immobiliare, vendendoli ad altri gestori.
La figura di Vennett è paradigmatica del contesto, perchè da un lato la Deutsche riempie i propri clienti di titoli collateralizzati dai mutui e dall’altro crea prodotti che puntano al collasso del sistema. Vennet è un venditore, una figura fondamentale per le banche d’investimento dell’epoca che si è appena chiusa, percepisce la qualità e le potenzialità dell’operazione commissionata ed ideata da Bale e la riprodce per altri clienti. In questa circostanza DB entra in un colossale conflitto d’interesse perché da un lato pubblicizza l’operazione e dall’altra spinge perchè si avveri il suo esatto contrario, speculando su entrambe.

La scena madre è ambientata a Las Vegas dove si tiene una mega conferenza di operatori di crediti derivati e si celebra un mercato che di lì ad un anno metterà in ginocchio il mondo intero. Learning from Vegas è un celebre libro di architettura della fine degli anni Settanta, ma da Vegas c’è sempre da imparare, in tutti i campi e soprattutto in quello finanziario: la città più grande del Nevada è stata infatti la culla delle conventions dalle quali hanno preso vita le più grosse bolle del secolo.

E’ nel 2006, poco prima del crollo, che il mondo della finanza raggiunge il culmine della sua post-modernità: come già accaduto nell’arte qualche anno prima, anche la grigia finanza obbligazionaria diventa un coacervo di stili e competenze. Per la prima volta vengono utilizzati ingegneri nucleari, fisici, matematici, filosofi, contabili, piazzisti di ogni Paese, tutti a lavoro sotto l’ombrello dei prodotti derivati.

All’interno di questo processo, il prodotto finanziario non ha più  nessun contatto con il reale perché si basa su complicatissime formule matematiche dietro cui possono anche celarsi una serie di mutui sottoscritti da paria finanziari per comprare villette in Arkansas ad un valore iper gonfiato.

Nel film un magnifico Steve Carrel – che interpreta un gestore tormentato, convinto del crollo dei subprime – irrompe nella conferenza di Las Vegas prendendo la parola contro il pifferaio magico di turno e spezzando l’incantesimo. A quel punto la storia svolta in un finale noto a tutti: scatoloni, licenziamenti, case abbandonate e disperazione, da una parte e dall’altra. Con la scommessa vinta, si fa per dire, dai gestori illuminati.

La cronaca è nota ma il film seduce e coinvolge in maniera autentica e non scontata perché sa decostruire la vicenda nei minimi particolari. Tra le scene più potenti quella in cui Steve Carell va da Standard & Poor e chiede lumi sul rating di AAA concesso alle tranche senior di tutti i CDO’s (Collateralized Debt Obligation). La risposta della dipendente è eloquente: «Se non avessimo concesso una tripla A, le banche sarebbero andate da Moody’s, dietro l’angolo, e avremmo perso clienti, commissioni e profitti». In questo passaggio lo spettatore attento, anche non avvezzo al mondo della finanza, ha un sussulto. Le agenzie di rating sono la garanzia degli investimenti mondiali, sono quelle che determinano gli standard di efficienze e solidità di tutti gli strumenti finanziari, decidono le sorti di interi Paesi declassandone o promuovendone i debiti pubblici; ma le agenzie di rating – primus inter partes tra i regolatori – mercanteggiano il rating in cambio di commissioni. E’ qui che la tragedia diventa una farsa vera e propria, perché controllare e certificare è un business redditizio e quindi soggetto solo alle leggi del profitto.

The Big Short finisce con una domanda: chi ha pagato per tutto questo? La risposta è immediata: nessuno. Ma la storia non è di certo finita. La crisi del 2008 ha scorniciato un sistema ormai fuori controllo ma sulle macerie del vecchio è stato costruito un altro modello, completamente diverso, con linee di forza più complesse, meno teatrali e maggiormente pragmatiche, abitato non più da comparse e fenomeni da baraccone ma da professionisti del profitto. La nuova cornice è più lineare, più cattiva e molto, molto, più efficiente. Gli ultimi boati cui stiamo assistendo non sono altro che scorie del passato, sembrano il presente ma sono storia. Il capitalismo si sta ristrutturando con i propri mezzi, incorporando e divorando tutte le aree vitali, dalla vita politica a quella sociale, dall’alimentazione all’ambiente. Questo nuovo quadro non prevede più Las Vegas e i suoi piazzisti ma il controllo totale attraverso la creazione di moneta. E’ tramite le politiche monetarie, infatti, che è stato deviato il rischio sistemico dalle banche al risparmio, si è potuto legiferare sul lavoro, cambiare governi, sostenere golpe silenziosi, influenzare la geopolitica e determinare il valore delle materie prime.

«Chi ha pagato la crisi del 2008?» è una non-domanda. Abbiamo pagato tutti e non ha pagato nessuno. Per questo motivo i Diavoli iniziano dove Big Shortfinisce: da un’America in ginocchio che cerca contemporaneamente un modo per rifinanziarsi e un diversivo da gettare in pasto ai mercati. Da una parte l’invenzione del QE, dall’altra l’Euro finisce sotto attacco.

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I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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