Il Tredicesimo piano

Rischio (s)take over sul risparmio degli italiani

L'intervista al raider italiano Bruno Livraghi: «La finanza è il prolungamento della guerra con altri mezzi e, come in guerra, al mutare del contesto deve mutare anche la tattica. Perché passare dagli NPL quando possiamo sfruttare l’opportunità della nuova regolamentazione BCE? Così, adesso acquisiremo direttamente stake delle principali banche e assicurazioni italiane attraverso gli aumenti di capitale. Fuori i vecchi soci, dentro noi»

17 ottobre 2016

«Shorto banche italiane e mi metto lungo sui subordinati» dichiarava Bruno Livraghi nel dicembre del 2015. Erano i giorni delle fibrillazioni a Nordest e della crisi di liquidità di alcune Popolari. Con quelle parole, Livraghi (quarant’anni, responsabile della sede londinese di un importante hedge fund statunitense) tirava le somme di una fase convulsa che si consumava a cavallo dell’introduzione del cosiddetto bail-in. Mentre sulla stampa esplodeva la storia dell’allocazione di prodotti finanziari a elevato rendimento e a rischio altrettanto elevato, della scarsa vigilanza da parte delle autorità di controllo e della mancata tutela degli investitori, il raider italiano teneva lo sguardo fisso sulla street, come vengono chiamati in gergo i mercati finanziari, e si preparava alle grandi manovre. Sempre un passo avanti agli altri, grazie alla velocità che l’ha reso celebre nella comunità finanziaria di London City. Undici mesi dopo, lo scenario sembra diverso. Sembra… Perché tra cessioni all’estero di consistenti pacchetti azionari, assemblee dei soci, aumenti di capitale, fusioni e acquisizioni, la partita sul sistema bancario non è chiusa.

Livraghi, come interpreta quello che sta succedendo?   

Ci approssimiamo all’ultimo giro di giostra: il risparmio italiano è oggetto di un vero e proprio take over.

Gli analisti parlano di “riassetto bancario”, non di take over.

Dipende dai punti di vista, e dalle parole che si usano. Dalla mia prospettiva vedo la gestione del risparmio italiano scivolare in altre mani. Considero questo passaggio una vera e propria svolta. E dunque lo chiamo take over.

E perché adesso? 

Perché adesso si sta creando un quadro favorevole a questo tipo di manovra. La chiave è l’innalzamento da parte della Vigilanza BCE del livello di attenzione nei confronti di alcune banche. In altre parole, da Francoforte arriva un’imposizione: si inaspriscono i regolamenti per gli istituti di credito italiani, e vengono elevati i requisiti discrezionali richiesti. Questo si chiama “Pillar 2”: ovvero un forzoso adeguamento degli indici che genera conseguenti aumenti di capitale. Contestualmente, calano i requisiti minimi per i rischi operativi e di mercato che interessano Germania, Francia e Paesi del Nord Europa.

Assomiglia tanto a una disparità di trattamento.

L’intervento su regolamenti e regole crea condizioni vantaggiose per determinati soggetti.

Tutta colpa della Vigilanza BCE e degli stranieri?

No, affatto. C’è una specifica responsabilità delle banche italiane che non hanno chiesto aiuti all’Europa, e adesso si ritrovano più fragili e sottocapitalizzate di altre. Per le banche elleniche sono stati erogati aiuti pari al 40% del prodotto interno lordo della Grecia. Un discorso analogo è valso per gli istituti di credito spagnoli o irlandesi. L’Italia, invece, non l’ha fatto e adesso ne paga le conseguenze. A questo si aggiungono altri fattori come l’entrata in vigore del bail-in che rende più complessi e “costosi” gli aiuti di Stato. E soprattutto: l’improvvida leggerezza con cui la politica italiana – tra il periodo successivo al crack della “Lehman” e l’inizio della crisi dell’euro – ha celebrato la stabilità, la solidità patrimoniale e i livelli di trasparenza delle banche. Una politica miope, che non ha visto – o ha finto di non vedere –, è all’origine di quella debolezza che oggi noi operatori sappiamo sfruttare.

A gennaio, però, sempre in relazione al sistema bancario italiano, aveva detto che il «trade dell’anno» era un altro, raccontando una storia diversa e indicando il tavolo di una differente partita.   

Avevo parlato degli NPL (non performing loans), dicendo che la posta era l’acquisto dei crediti deteriorati delle banche a prezzo di saldo e con lo Stato costretto a metterci pure una garanzia sopra. Ero arrivato a parlare di “banchetto del secolo” evocando la chiusura del cerchio: dai grandi trade contro i debiti sovrani alle manovre sui crediti deteriorati delle banche in sofferenza, passando attraverso l’austerity con un biglietto di sola andata per profitti incalcolabili. Beh, le cose cambiano. L’atteggiamento rinunciatario con lui la politica aveva abdicato ai mercati, accettando il dato di fatto di una svendita degli NPL, è stato corretto. Il varo del fondo Atlante, unito allo spacchettamento dei crediti deteriorati (il cosiddetto spin off degli NPL), ha prosciugato il prezioso bacino d’estrazione in cui ci muovevamo. Tuttavia, sulla street l’intelligenza di un operatore sta nel cogliere le occasioni laddove i più vedono il restringersi delle possibilità. La finanza è il prolungamento della guerra con altri mezzi e, come in guerra, al mutare del contesto deve mutare anche la tattica. Perché passare dagli NPL quando possiamo sfruttare l’opportunità della nuova regolamentazione BCE? Così, adesso acquisiremo direttamente stake delle principali banche e assicurazioni italiane attraverso gli aumenti di capitale. Fuori i vecchi soci, dentro noi.

Ci saranno ripercussioni anche sul debito pubblico?  

Sì, da sempre il risparmio gestito italiano assorbe il debito pubblico in momenti di difficoltà. È evidente che, se i decisionmaker sono esteri, sarà più difficile trovare compratori per il debito pubblico in congiunture negative. Il che accentua gli elementi di fragilità del Paese.

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