Il Tredicesimo piano

Il minotauro globale

Oggi il Minotauro è il Paese che ha l’egemonia sul pianeta Terra: gli Stati Uniti d’America

27 gennaio 2015

Milano, 27 gennaio 2015

Un tempo lavoravo coi numeri. Fissavo tutto il giorno schermi liquidi e ultrapiatti. Facevo scalping, compravo e vendevo titoli in una manciata di minuti, scommettevo su minime variazioni di prezzo, centinaia di operazioni ogni giorno.

Un tempo, la mia vita era ostaggio della rapidità, di attimi che facevano una gabbia intorno. Poi sono evaso. Ho smesso con la finanza, sono andato al centro sociale, ho cambiato tutto. Qualcuno direbbe che è stata una fuga. Io dico che si ha il dovere di combattere, ma anche il diritto di evadere dalle prigioni. E adesso non ho davanti cifre e diagrammi, ma occhi che mi guardano e orecchie pronte ad ascoltarmi. Donne e uomini disposti a vivere il tempo di un racconto.

La prima reazione che ho avuto, quando i ragazzi del Centro mi hanno chiesto di spiegare che succede in Grecia, è stata dire di no. Le parole adatte, l’attualità della cosa, la situazione complessa, e un pubblico difficile, non omogeneo… Poi hanno insistito. Dai, Flavio, solo qualche parola. E alla fine ho detto di sì.

Ora che entro, non sono convinto di farcela. È pieno di gente. Persone di ogni età che frequentano i nostri spazi, qua e là i migranti a cui insegno l’italiano. Tutte le sedie occupate, molti si sono messi a terra, alcuni si poggiano alle pareti. Tutti vogliono provare a capire. Anch’io. Anch’io voglio capire, per scongiurare i rischi d’una svolta che non può – e non deve – riguardare la piccola Grecia, ma l’Europa intera. L’occasione è un appuntamento con la Storia a cui è facile mancare. Penso al Fronte popolare in Francia e in Spagna, agli anni Trenta. A Madrid e Barcellona prede della Reazione. Il golpe di Franco, la caduta di Blum a Parigi. L’anno dopo venne la guerra mondiale. Penso a quant’è facile sbagliare, fallire.

Mi siedo, sorrido, provo ad abbracciare la comunità venuta a sentire questa storia. E comincio, aprendo le mani per aiutarmi: «Siamo su un’isola greca, si chiama Creta. E siamo in un tempo lontano, ma lontano davvero, quando a Creta regnava un re. Faceva paura, era potente, si chiamava Minosse». Sono venuto senza appunti, temevo che creassero una distanza. Parlo a braccio perché non voglio tenere una conferenza. Voglio solo raccontare una storia e seminare dei dubbi.

«Un giorno, un dio invia un toro a Minosse perché lo sacrifichi. Ma la moglie delre si innamora del toro. Sul serio. È proprio così che dice il racconto. Dall’unione della donna con l’animale nasce un essere mostruoso, mezzo uomo e mezzo toro. È il Minotauro.» Mi interrompo per prendere fiato, devo trovare equilibrio anche nella respirazione. «Allora Minosse fa rinchiudere il Minotauro in un labirinto, da dove è quasi impossibile uscire. Gli dà in pasto carne umana, giovani che si fa inviare ogni anno da una città sottomessa. Quella città è Atene e da lì parte un eroe, Teseo, per uccidere il Mostro e finirla coi sacrifici.» Alzo la testa, do il tempo di mettere insieme i pezzi. Colgo sguardi perplessi. Intuisco la sorpresa per un attacco così strano. Fra quelli in piedi riconosco Hasan, uno dei miei primi allievi.

È egiziano. Di Minosse e del Mostro non sa nulla. «Quando arriva a Creta, Teseo fa innamorare Arianna, la figlia del re. E Arianna gli dà un lunghissimo filo per non perdersi nel labirinto. In questo modo, quando Teseo entra, può affrontare il Minotauro. E riesce a ucciderlo.» Mi fermo ancora, studio la reazione dei compagni. È quello che succede quando parli in pubblico, in qualunque contesto: cerchi di capire se ti vengono dietro, se la platea è calda o fredda, se devi abbreviare o puoi dilungarti. Qualche sedia gratta il pavimento, qualcuno sussurra, altri mi guardano con attesa. Era più facile prevedere l’andamento di un trade che leggere le reazioni degli uomini. «Questo è il mito, la leggenda. In realtà il Minotauro non è morto. Anzi: se è morto, è tornato.» Mi alzo e prendo a camminare per il lato lungo della sala. «Il labirinto è diventato il mondo intero. E il centro del labirinto, dove stava il Mostro, ora si trova tra New York e Washington.» Lentamente passo fra la gente. «Oggi il Minotauro è il Paese che ha l’egemonia sul pianeta Terra: gli Stati Uniti d’America.» Nel pubblico c’è anche Nabil, l’allievo che mi dà sempre preoccupazioni, l’allievo che forse preferisco e a cui oggi non potrò spiegare la differenza tra “egemonia” e “dominio”. Mi rendo conto di aver scelto “male” la parola, di aver dato per scontato una diversità di significato incomprensibile a tanti, e non solo a Nabil. Le pagine di Gramsci non sono un vero ricordo, bensì un’immagine – un flash – che mi attraversa la mente. Si ha dominio quando s’impiega la forza; si costruisce egemonia quando si forma il consenso. Persuadere, non dominare. Ma non posso fermarmi, posso solo provare a correggermi e ricomincio: «Prima gli USA, quel potere, ce l’avevano grazie alle armi, alle guerre. Oggi hanno uno strumento ancora più sicuro: le Borse e i mercati finanziari». Torno alla mia sedia, dalla tasca prendo le chiavi del motorino e le appoggio sulla spalliera. «Facciamo che questo è un titolo di quelli che la finanza scambia.» Qualcuno ridacchia. «Ci sono dei posti dove si scambiano dei titoli che sono pezzi di capitale o quote di debito pubblico.» Dall’esterno proviene il suono d’una sirena.

«A un certo punto il Minotauro è tornato, ed è diventato il deficit americano.» Sento la frustrazione montare. Ogni frase ne richiederebbe altre, ogni concetto esigerebbe spiegazioni ulteriori. La mediazione è al ribasso. Lo metto in conto, non posso fare altro.

«Fino al 2008, tutti i Paesi dovevano sacrificare alcuni capitali, le loro eccedenze, convertendoli in dollari. Ma erano sacrifici convenienti, quelli. Il Mostro li divorava, ma in cambio faceva funzionare l’economia del mondo e creava consenso, persuasione. Così nessuno partiva per andare a uccidere il Minotauro. Poi gli Stati Uniti si sono indeboliti, il Minotauro è stato ferito, è scoppiata una grande crisi. Vi ricordate quella banca che chiuse qualche anno fa a New York?» Non attendo risposta. È una domanda retorica. Quanti anni aveva Hasan quando la Lehman è saltata? Quattordici? Forse quindici. E Nabil? «E allora il Mostro si è messo a stampare dollari, e addirittura ha deciso di muoversi dal centro del labirinto: ha deciso di divorare l’Europa e la sua moneta.»

Prendo la bottiglia d’acqua, bevo. I miti sono più forti dei numeri e della Storia; le metafore affermano più cose insieme. Ma questo non lo dico, lo penso soltanto. Mi metto a sedere, mi godo il silenzio intorno. Quel silenzio dice che ho creato l’attesa. L’attesa è il segreto di ogni buona storia. I professionisti del racconto la chiamano “suspense”.

«Quindi il Minotauro chiede nuovi sacrifici all’Europa. È il momento dell’Austerità. Qui in Europa il Mostro si sdoppia.» “Simulacro” sarebbe la parola giusta. La Germania come simulacro europeo del Minotauro. Questo, però, non lo posso dire. Non si capirebbe.

«Qui in Europa» ripeto, «la Bestia comincia a parlare tedesco. Ed è alla Germania che vengono offerti i sacrifici di Spagna, Portogallo, Italia… e Grecia». Respiro. È il momento di chiudere il cerchio, di legare il tempo remoto del mito all’oggi. Gesto pittorico d’ogni narratore. Tornare all’inizio ma con una consapevolezza diversa.

«La storia più recente del Mostro è raccontata in un libro uscito qualche anno fa. Si intitola Il Minotauro globale. L’ha scritto un Greco: Yanis Varoufakis. È un economista, è nato ad Atene nel 1961. Ha studiato in Inghilterra, sempre in bilico

tra economia e matematica. Poi ha insegnato in Australia. Nel 2000 è tornato a casa, ad Atene, e si è messo a combattere le politiche della Germania.» La metto giù semplice. Dico “Germania”, e invece dovrei dire Trojka. «Se lo vedete in foto, ha la faccia da pugile. Gli piacciono i giubbotti di pelle e le moto di grossa cilindrata. Ha anche lavorato per una ditta di videogame, e ha un blog importantissimo. Si fa capire da tutti. Si è inventato la formula “waterboarding fiscale” per dire che l’Europa a trazione tedesca ha torturato la Grecia imponendo una crudele politica di tagli: a salari, pensioni, e alla spesa sociale. Significa che bisogna rivedere tutto, altrimenti l’Europa diventa un “riformatorio vittoriano”. Una prigione, insomma. E questo Varoufakis dice: meno austerità e più espansione, vuole un programma di solidarietà sociale, trasformare il debito greco in un super-bond da pagare quando il Paese tornerà a crescere per bene, e vuole tagliare gli interessi per evitare che la Grecia esca dall’euro.»

Questo è importante, cruciale. Spero che abbiano capito. Avrei dovuto alzare la voce, sottolineare il passaggio coi movimenti del corpo. Ma la retorica è una tecnica, e io non ho fatto in tempo ad apprenderla nelle mie due vite. Mi guardo intorno: le persone sono attente, coinvolte, come se ascoltassero cose che le riguardano. Nabil tiene gli occhi socchiusi. Sembra concentrato. Mi dico che, anche se non ha capito tutto, almeno percepisce che queste non sono solo parole, sono carne e sangue di milioni di esseri umani. Dentro e fuori dalla fortezza Europa.

«Oggi Yanis Varoufakis è il ministro delle Finanze del nuovo governo greco. Un governo guidato da una coalizione che vuole un cambiamento radicale dello stato di cose. Questa coalizione si chiama Syriza.» Il dubbio è una morsa allo stomaco. L’incertezza verso quello che può accadere ad Atene un brivido. Adesso il racconto diventa interrogativo senza risposta. Non posso pronunciare io la fine della storia. Devono farlo le donne e gli uomini di Grecia, e d’Europa.

«Ma questa partita non si deve giocare solo ad Atene. Pensare di superare l’austerità in un Paese solo è impossibile. Resistere da qualche parte non basta. Bisogna estendere la scommessa a tutta l’Europa e cogliere il momento per aprire un processo costituente su scala continentale. Chiudersi nei propri confini è un suicidio.»

Dovrei parlare della politica come “arte del possibile”, dei rapporti di forza da rovesciare a Berlino e a Francoforte, e non solo ad Atene. Vorrei precisare che le svolte sovraniste, dettate da paura e impotenza, non servono in un sistema aperto in cui il Minotauro è globale. Ma tutto questo rimane un auspicio inespresso. Quand’ero in finanza, parlavo pochissimo. Ma so da allora che l’importante è sempre l’inizio e la fine di qualcosa. Ieri di un trade, oggi di un racconto.

«Un ateniese torna ancora una volta nel labirinto del Minotauro. E da Atene, ancora una volta, viene qualcuno che può colpire il Mostro. Com’era stato per Teseo. A condizione che ci sia un filo perché non si smarrisca nel labirinto.» Smetto di parlare. Sollevo gli occhi. Lo sguardo di Nabil mi dice che ho fatto bene a dire di sì, a raccontare la storia senza nascondere i dubbi.

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