Il tredicesimo piano

Brexit tra turisti
del welfare e turismo del capitale

26 febbraio 2016

LONDRA, 26 FEBBRAIOLa piccola stanza del Birkbeck College è assediata dai libri: volumi ovunque, accatastati sui ripiani degli scaffali o impilati in colonne dal precario equilibrio lungo le pareti. Sulla scrivania, compongono una muraglia compatta di carta oltre la quale siede Philip Wade. Sessant’anni, modi da intellettuale francese, una folta capigliatura bianca, montatura spessa in celluloide nera, il professore sembra perfettamente a suo agio nel disordine metodico dell’ufficio. Le coste dei libri restituiscono gli interessi poliedrici di uno dei più brillanti ricercatori del Regno Unito. Una laurea in letteratura a Oxford, studi sul teatro elisabettiano, MBA in Economics, Philip Wade è stato consulente finanziario prima di approdare alla sede londinese della J*** Bank, dove ha ricoperto il ruolo di strategist. Poi, la svolta, l’abbandono della comunità finanziaria della City e il ritorno alla vita accademica al Birkbeck, dove ha accettato di incontrarci per quest’intervista.

Professor Wade, il Brexit è il tema che ha segnato l’ultima campagna elettorale, qui in UK, e che ha continuato a dominare il dibattito pubblico fino a oggi. Come interpreta la posizione di Cameron e dei Tory?

Per comprendere la politica dei conservatori e del governo di David Cameron in rapporto all’Unione europea, bisogna partire dalle tendenze che regolano i movimenti del capitale globale. In particolare dalla forza centrifuga che incanala i flussi finanziari provenienti dai “bordi”, ad esempio dai mercati emergenti, verso determinate piazze alla ricerca di condizioni vantaggiose per incrementare le posizioni di rendita. Oggi, UK rappresenta una delle mete privilegiate. Su scala globale, a questa forza centrifuga ne corrisponde una centripeta e attrattiva. Dovete pensare Londra come una calamita capace di attirare capitali esteri su scala planetaria, grazie a una burocrazia snella e a una scarsa regolamentazione. I conservatori non avevano intenzione di uniformarsi alle direttive europee in ambito bancario, percependo l’Unione come una gabbia potenzialmente dannosa per appeal e attrattività del Regno Unito rispetto ai flussi finanziari. Va ricordato, peraltro, come una quota consistente del prodotto interno lordo di UK sia legata proprio al settore bancario. Il Brexit è stato la leva politica con cui il governo Cameron è riuscito a spuntare un accordo vantaggioso per preservare la funzione di calamita dei capitali. Mani libere e laissez-faire, insomma. Tutto rimane così com’è e si rifugge l’eventuale adeguamento a un’unione bancaria europea.

E tuttavia, una politica di eccessivo isolazionismo rispetto all’Europa potrebbe risolversi nel rovescio dell’intenzione perseguita. Il rischio è che per difendere l’attrattività dei capitali si possa perdere l’attività in euro legata al continente? Non è un’eventualità da considerare?

Certamente, il rischio c’è ed è enorme. Ma proprio per questo Cameron – dopo aver ottenuto le garanzie che chiedeva sull’inapplicabilità dei regolamenti europei alle banche con sedi a Londra – si è schierato contro il Brexit, dimostrando di muoversi bene sul terreno della tattica politica. Una piena svolta isolazionista avrebbe conseguenze nefaste per il Regno Unito. Londra diventerebbe la Dubai atlantica, una piazza offshore a tutti gli effetti, con eclatanti ricadute sull’indotto. La City dovrebbe licenziare migliaia di persone, ad esempio. E non a caso tutte le lobby bancarie si stanno schierando contro il Brexit. Londra vive di quest’ambivalenza: da un lato è la piazza ufficiale di tutte le transazioni in euro, dall’altro gode di una flessibilità regolamentare che le consente di attrarre capitali più disparati e meno trasparenti. La City è il porto franco di quest’intreccio di flussi finanziari. Ma l’alchimia che la sostiene è altamente instabile e, se dovesse venire meno uno degli elementi che la compongo, il rischio è che questa scintillante vetrina del capitale globale vada in frantumi.

I regolamenti bancari non sono l’unico ambito in cui Cameron ha ottenuto deroghe dall’Unione. Lo stesso schema si è riproposto sul terreno dei diritti per i soggetti migranti. 

La questione è davvero emblematica perché consente di osservare la filigrana del modello europeo. Da una parte abbiamo l’esportazione di merci, cuore dell’egemonia tedesca, dall’altra ci sono l’enorme movimento di capitali e il transito di uomini e donne nei diversi paesi europei. Per definire quanti migrano all’interno della comunità europea verso l’Inghilterra, in cerca di migliori condizioni di vita, assistenza pubblica, protezione sociale, Cameron ha parlato in modo spregevole di “turisti del welfare”. Al contrario il «turismo dei capitali», ovvero la libera circolazione dei capitali stessi, è accettato e sollecitato. Anche i capitali si spostano e migrano in cerca di condizioni fiscali più vantaggiose, e ovviamente le trovano laddove i regolamenti sono più blandi. Bisogna prendere atto dell’esistenza di un grande arbitraggio comunitario fra capitali e individui, in virtù del quale i primi sono sempre graditi mentre i secondi sono spesso osteggiati. UK è – al tempo stesso – un esempio classico ed estremo, estendibile al resto della comunità europea, di come vengano fissate regole per limitare la mobilità di uomini e donne, attaccando i diritti riconosciuti e le garanzie del welfare, mentre si creano “habitat” sereni e accoglienti per i capitali e per coloro che li esportano. Ma intorno a questa dialettica si produce un nodo insoluto. Infatti ci sono Paesi che presentano spinte centrifughe, capaci di sospingere all’esterno capitali e individui, mentre altri sono pervasi da forze centripete che esercitano attrazione. Movimenti centrifughi e forza attrattiva sono legati tra loro e procedono insieme per una semplice ragione: perché i Paesi comunitari sotto-capitalizzati devono soggiacere a un regime di austerity che devasta il welfare e imprime strette fiscali, mentre i Paesi senza problemi di debito si possono permettere un welfare migliore e una fiscalità più “attraente”. A questo punto la migrazione comunitaria di capitali e individui diventa inevitabile aggravando e approfondendo le differenze tra gli Stati. In un simile contesto, l’accordo con UK per scongiurare il Brexit è deleterio, perché certifica simbolicamente – e incoraggia nei fatti – la migrazione di capitali, ponendo limiti a quella degli esseri umani. Se i capitali fuggono e gli individui sono costretti a restare, si crea un enorme cortocircuito che può trasformare l’Europa mediterranea in una gigantesca polveriera.

Mi sembra che descriva la situazione inglese come rappresentazione del più inconfessabile rimorso di politiche egemoni su scala continentale.  

Sì, esatto. Credo che oggi la Gran Bretagna riassuma e restituisca alcune tendenze dominanti su scala europea. Il continuo compromesso al ribasso, il differimento costante della risoluzione dei problemi, la subordinazione alle rendite, l’accumulazione di capitale su un lavoro sempre più precario e intermittente, sono aspetti costitutivi di questo modello sociale che sta approfondendo le diseguaglianze. La presenza di UK nell’Unione rappresenta quasi un monito rivolto a ogni alternativa possibile.

Lei non è soltanto un economista. In passato ha condotto studi di letteratura, ed è uno dei maggiori conoscitori di William Shakespeare. Proprio il grande drammaturgo dell’età elisabettiana ha descritto, nelle sue opere, la transizione dall’epoca feudale al primo capitalismo. Secondo lei, oggi, Shakespeare come descriverebbe la Gran Bretagna?

Shakespeare è stato tra i primi a presagire il superamento della società feudale e l’avvento di un mondo nuovo, di cui ha individuato l’essenza nel potere del denaro. Al contempo ha rappresentato i cambiamenti sociali che questo passaggio stava determinando: ad esempio, l’annullamento dei variopinti legami di protezione che i soggetti più forti assicuravano a quelli più deboli nella piramide organica del feudalesimo. Così ha narrato l’affermarsi di indoli pratiche e spregiudicate, di pulsioni predatorie e accaparratrici, componendo un memorabile affresco di un processo epocale che può essere considerato un’“accumulazione originaria”. Ne La tempesta Calibano rivendica la terra che gli è stata espropriata dal suo padrone: «Mia è […] / Quest’isola che mi hai tolta». Inoltre è stato il grande cantore dell’oscuro potere dell’oro, «Prezioso, scintillante, rosso oro», che appellò «maledetto metallo» o «nobile strumento di discordia fra figlio e padre», e paragonò a un’entità divina capace di parlare «in ogni lingua a ogni fine». Oggi a Shakespeare non sfuggirebbe la natura cosmopolita del capitale nel Regno Unito e potrebbe descrivere Londra come il contesto in cui si consuma un’accumulazione originaria permanente: larga parte del lavoro torna a essere assimilato alle figure del vagabondo, dell’indigente, del rifugiato, mentre – per contrasto – fiorisce un mondo nuovo legato al Terziario. Forse paragonerebbe Londra a una Babilonia, retta dai flussi finanziari, percorsa da masse di diseredati, divenuta Capitale del più avanzato lavoro dei servizi: dal lusso del real estate alla ristorazione, dall’arte al fitness. Londra sarebbe la Mecca della entourage economy, in cui una nuova classe di lavoratori presterebbe la propria opera per singoli committenti: dal private banker al personal trainer, dal personal shopper al nutrizionista passando per il ghost writer.

Se questo è il futuro, quali possano essere le alternative? James Corbyn ha rotto con la tradizione iper-centrista del New Labour e marcato una netta discontinuità con l’impostazione blairiana. Secondo lei, questa rottura può essere foriera di una svolta politica in UK, e in Europa? 

Corbyn contribuisce a rompere l’incantesimo del finto bipolarismo inglese. Di fatto il New Labour e i conservatori hanno avuto gli stessi sponsor convergendo su posizioni troppo simili. Già Cameron ha incrinato questa invarianza centrista portandosi su posizioni più estreme in occasione delle elezioni e ponendo le premesse per il referendum. Finisce anche l’alternanza politica basata sull’appeal carismatico del leader, mentre si torna a ragionare di contenuti e prospettive. Anche negli Stati Uniti sta avvenendo un processo simile, benché non sia del tutto esplicitato. Su due versanti opposti, Bernie Sanders e Donald Trump praticano delle rotture. Al contrario, la continuità sarebbe garantita solo dalla Signora Clinton, che al momento però appare in difficoltà. E forse non a caso. Nella patria del bipartitismo perfetto, quindi, si stanno aprendo delle crepe in quello che è stato lo schema unipolare. Vede, la sintesi politica non può più darsi nei termini del “terzismo”. Sta finendo una stagione iniziata negli anni Novanta, mentre torniamo alla dialettica tra posizioni differenti. Magari non le identificheremo più con le parole “destra” e “sinistra”, bensì come alternativa tra modelli.

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