Fantaintervista

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La politica nel mirino dei mercati

1 febbraio 2016

1 FEBBRAIO 2016 – Ci incontriamo in un caffè del centro di Londra a tarda notte, perché «Scusa, I’m very busy», la sua agenda in questi giorni è fitta. Parliamo di gestori illuminati sulla via della politica e di crediti deteriorati che sembrano miniere d’oro. Non occorre incalzarlo, Bruno Livraghi. Il trader italiano che ha fatto fortuna nella City parla volentieri con i giornalisti, non si sottrae e anzi, ammicca.

Vorrei che mi aiutasse ad esplorare gli intrecci che legano il mondo del risparmio e quello dei decisori, politici e non…

Partiamo da un assunto fondamentale: il mondo dei gestori si divide sostanzialmente in due grandi gruppi. Da una parte ci sono i gestori descritti dalla “Grande Scommessa”, il film sulla crisi del 2008. Sono spesso dei matematici, sono molto tecnici e studiano le incongruenze dei mercati da un punto di vista quantitativo; costruiscono dei modelli proprietari ed intervengono dopo lunghe analisi e riflessioni, a volte si muovono con tempistiche sbagliate e tendenzialmente precedono i grandi movimenti. Il loro successo è legato al timing dei loro interventi.

La seconda categoria è molto più complessa: si tratta infatti di gestori che influenzano la vita politica ed economica dei Paesi in cui operano. Tra questi ci sono i cosiddetti “attivisti”, ossia coloro che tramite partecipazioni aziendali tendono ad influenzare le scelte dei consigli di amministrazione delle società in cui investono.

Dove vuole arrivare ?

Voglio arrivare a parlarle di quelli che influenzano, o tentano di influenzare, la vita politica. Questo è un mondo a parte perché il gestore, di fatto, è un uomo di relazioni, si muove nei palazzi di potere con disinvoltura, si veste bene, è forbito, fa beneficienza, è onnipresente agli eventi politico mondani, da del tu a ministri e banchieri. Non somiglia a Gordon Gekko, per intenderci. E’ sempre impeccabile, non ha scheletri nell’armadio, molto spesso dispensa consigli non richiesti ed è anche telegenico.

Buoni da una parte, cattivi dall’altra?

Guardi, non si faccia ingannare dall’etica. Non esiste in finanza, e non appartiene a nessuna delle due categorie. Chi fa soldi è pagato per far soldi. L’importante è muoversi tutti nel rispetto delle regole, il problema può nascere quando il rapporto tra regolato e regolatore diventa ambiguo.

Mi sta prendendo in giro?

Zero, e ora le spiego perché.

La prima categoria di gestori molto spesso è rappresentata dagli artefici dei grandi crolli dei mercati. Sono quelli che capiscono i limiti del sistema, sono specializzati nel far esplodere le bolle e di solito raggiungono dei risultati spettacolari in brevi cornici temporali. Infine tornano silenti, a studiare.

I secondi, invece, intervengono sulle macerie, sono quelli che elargiscono soluzioni, spingono o affossano candidati politici; sono quelli che hanno un dialogo vivo con i governanti. Queste persone agiscono nelle fasi di ricostruzione ed investono su operazioni spesso garantite dalla politica. La loro sfera di influenza è ampia e va dalle riforme all’introduzione di strumenti innovativi generosamente suggeriti – da loro stessi o tramite banker – ai dicasteri finanziari di stati sovrani.

In estrema sintesi si può dire che i secondi  corrono meno rischi dei primi? Potrebbe approfondire questo aspetto?

Ha letto l’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari?

Sì, ma cosa c’entra?

Deterritorializzazione e riterritorializzazione, sono termini a lei familiari? Le spiego come siano perfetti per la finanza dei giorni nostri e come un libro del 1972 sia ancora così attuale.

Semplificando, per deterritorializzazione intendo la distruzione della norma, che nei mercati vuol dire abbattere le consuetudini concettuali, vuol dire far esplodere le bolle, pensi ad esempio alla deflagrazione dei mutui subprime e al disastro che ciò ha prodotto a livello globale. Per riterritorializzazione intendo invece la costruzione di una nuova norma, fondata su mercati efficienti. Ad esempio? L’intervento delle Banche Centrali con conseguente Quantitative Easing. Si tratta di due fasi distinte nelle quali gli attori cambiano: nella prima fase a prevalere è la furia distruttrice del mercato libero; nella seconda la forza restauratrice della politica ovvero del regolatore, inteso come figura paterna che ripristina l’ecosistema perfetto.

Tradotto in termini più concreti?

Più concreto di così! La fase che allo stato attuale maggiormente ci interessa è quella restauratrice. Perché comprenda appieno cosa intendo dirle, rubo un’espressione di Deleuze, “capitalismo di stato”. In sostanza il mercato non esiste più, la politica rischia di essere eterodiretta dalla finanza e l’unico imperativo è ricostruire le condizioni di massima efficienza nel funzionamento del mercato. Questa è la fase delle riforme indotte in nome dell’emergenza, la fase in cui il legislatore diventa iperattivo. E’ la fase più delicata per una nazione che debba decidere se cedere alle pressioni del mercato o all’ambizione dei suoi statisti. Alla moneta oppure alla morale.

Ad esempio?

Sono pronto a scommettere che a breve, in Italia, verrà varata una riforma sul diritto fallimentare e verrano accelerate tutte le procedure; verranno limitati i diritti dei debitori e questa riforma potrà essere servita su un piatto d’argento ai compratori di Npl’s che dovranno recuperare i crediti deteriorati.

Allora parliamo di crediti deteriorati. Cosa pensa dell’accordo tra il governo italiano e la commissione europea sulla Bad Bank raggiunto la scorsa settimana a Bruxelles?

Chi è pronto a comprare Npl’s ha tirato un sospiro di sollievo: il pericolo era una gestione centralizzata della vendita dei crediti deteriorati, in altre parole i gestori temevano che il processo di vendita si compisse sotto l’egida della trasparenza. Ma i fondi vogliono comprare gli Npl’s direttamente dalle banche con trattative private perché la verità è che non amano la concorrenza, e quindi il mercato. La sorprende?

Mi sta dicendo che i cantori del mercato libero e della concorrenza perfetta alla fine preferiscono nebulose trattative riservate?

Certo che sì, perché così comprano tanto al chilo da venditori incompetenti, e dentro la busta trovano spesso delle perle.

Come possono riuscirci?

Vede, Draghi pochi giorni fa ha parlato di granularità dei crediti in sofferenza, questo vuol dire che i crediti dovrebbero essere venduti, per così dire, anche al dettaglio. Ma se vengono venduti all’ingrosso il compratore ha un vantaggio maggiore perché determina il prezzo nella parte bassa dello spettro.

Ma allora perché il risparmio gestito domestico non si avventa su questa opportunità di investimento?

Perché sarebbe troppo complicato, le tranche junior delle cartolarizzazioni non sono strumenti che rientrino nella sfera dei titoli comprabili dai fondi armonizzati UE. Ma la vera miniera d’oro sta nell’equity, ovvero nella parte a più alto rischio. Quella preclusa alla maggioranza.

Quindi gli Npl’s sono un investimento per pochi?

Le rispondo con un’altra citazione, stavolta da «Il capitale del XXI secolo» di Thomas Piketty: il capitolo 12, che è passato sotto traccia, parla delle gerarchie del risparmio e in sostanza analizza l’andamento dei patrimoni a seconda della loro entità. Il risultato è sorprendente: perché i grandi patrimoni dal 2007 al 2013 sono cresciuti con ritorni a doppie cifre mentre i piccoli patrimoni sono addirittura scesi? Lei sa spiegarsi il motivo?

Forse perché i gestori migliori gestiscono i grandi patrimoni mentre quelli mediocri si occupano dei piccoli investitori?

Troppo semplicistico, esiste un più alto livello di comprensione. La risposta sta negli strumenti a disposizione dei diversi gestori. Prendiamo in considerazione due casi estremi. Nel primo caso abbiamo il cliente di una piccola banca regionale italiana che investe i suoi risparmi a seconda di quanto gli viene consigliato dall’operatore allo sportello: titoli bancari subordinati emessi dallo stesso istituto di credito, azioni e fondi comuni. Il risultato è tristemente noto a tutti.

Nel secondo caso, il titolare di un grosso patrimonio con Family Office all’estero, seleziona diversi gestori tra cui hedge fund non armonizzati che poi comprano gli Npl’s della banca semi fallita che ha venduto i bond subordinati al primo cliente e ottiene ritorni a due cifre.

Intendo dire che i grandi patrimoni, al contrario delle persone comuni, hanno accesso a strumenti di investimento più esclusivi e meno rischiosi. Quando la banca dei piccoli risparmiatori collassa, interviene un fund manager che va a rovistare nelle macerie ed estrae pepite d’oro.

La falla sta nella circolarità di questo processo che massacra i piccoli e fa fare soldi a palate ai più grandi.

Mi scusi, ma lei è parte in causa? Perché mi racconta tutto questo?

Lo faccio perché non esisto, sono solo il personaggio di un libro.

Un’ultima domanda, quanto costa partecipare al WEF di Davos?

150 mila euro, jet privato escluso (ride, ndr)

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I Diavoli

I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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