Il Tredicesimo piano

L’anomalia

Tra poco a Londra, dall’altra parte dell’Oceano, si apriranno le contrattazioni

6 marzo 2015

Venerdì 6 marzo 2015

Londra, ore 08:57. Gresham Street, nel cuore della City

Tre minuti all’inizio delle contrattazioni.

I trading floor assomigliano a navi corsare che incrociano nel mare dei mercati. Gli uomini che siedono alle diverse postazioni sanno quello che devono fare. È come una ciurma ben addestrata, un concerto di gesti che risponde a un’unica intenzione: montare il trade giusto e alzare il profitto.

Stamattina, al floor dell’hedge fund di Bruno Livraghi c’è il silenzio dei momenti che contano. Silenzio, sul ponte del vascello. In attesa dell’inizio delle manovre.

New York, ore 03:57. Cinque fusi a Ovest di Greenwich

Lo studio di Derek Morgan affaccia su Central Park. Seduto a un tavolo dove si ammucchiano libri, Derek guarda lo schermo del computer. La maggior parte di quei volumi sono aperti. Li consulta a notte fonda. Li interroga mentre tutto tace, quando le tenebre non placano le inquietudini. Perché anche uno come Derek Morgan ha i suoi fantasmi. E i fantasmi non risparmiano nessuno: neppure uno dei più potenti banker in the United States, uno capace di controllare le variabili e indirizzare la piega degli eventi.

Tra poco a Londra, dall’altra parte dell’Oceano, si apriranno le contrattazioni.

Su una parete dello studio c’è un’antica carta nautica dell’Atlantico. E oggi si inizia a incassare: da qualche giorno ha preso il via il Quantitative Easing europeo, sessanta miliardi al mese per un anno. Nevicata di cartamoneta che si poserà in modo disomogeneo. Chi ha già, avrà di più. Chi ha poco, avrà sempre meno. L’inganno d’ogni iniezione di liquidità, che aumenta a dismisura la leva finanziaria di quelli che possiedono, incidendo all’inverso su coloro che sono lontani dalla fonte miracolosa, dalla printing machine.

Oggi le manovre dei corsari entrano nel vivo. Ed è come una virata di bolina. Invertire la rotta tenuta negli ultimi mesi, ribaltare l’assetto della prua. E per farlo, occorre superare l’angolo morto, quando ci si trova controvento. Tutto d’abbrivio. Solo la velocità giusta consente di eseguire la manovra alla perfezione. È il “prima” che conta.

Londra, ore 09.01. Un minuto dopo l’apertura delle contrattazioni

Bruno Livraghi si alza in piedi, gli sguardi convergono su di lui. «Cominciamo a vendere Portogallo e Cipro» scandisce.  Non ha esitazioni. Sta preparando da tempo quell’incasso, da tempo sta organizzando la manovra. Ha elaborato una strategia complessa, ha indagato, interpretato. Si è mosso veloce.

Alla fine, ha montato un trade che non è neppure un trade. È un’operazione in più tempi, cominciata quando ha deciso di acquistare periferia europea. E adesso, col QE, ci sono compratori sicuri a cui vendere: l’Eurotower e le banche centrali. Per questo, adesso è tempo di invertire la rotta, mollare la periferia poco alla volta e farsi trovare scarichi per le prossime elezioni in Inghilterra. Dopo ci sarà tempo di guardare altro.

New York City, ore 04.01

Derek Morgan naviga fra le ombre dello studio. Poi sofferma lo sguardo sulla carta nautica appesa alla parete. L’Atlantico battuto da legni imprendibili. L’Oceano, pensa Derek. Questo gigantesco utero che per due secoli, nel Sei e nel Settecento, ha ospitato un’arrembante moltitudine corsara. Dove la legittimità si fondava sulla forza, e non sul diritto o sui principi dello Stato. Non ha bisogno di guardare fra i suoi libri, per pensare a Grozio. La terra fonda il diritto, l’acqua la sua assenza.

Fissa lo schermo, osserva gli scambi della borsa di Londra. Ragiona che anche quella superficie è liquida, come gli oceani, e anche lì si muovono i vascelli corsari, e anche dietro quei monitor c’è un’umanità in cui vibra una forza cieca e ingovernabile. Conosce l’istinto della velocità di Bruno Livraghi, conosce la furia animale. Un’umanità turbolenta, stretta da un solo ideale: arricchirsi in fretta, accumulare in fretta, e poi in fretta morire.

Dopo di loro, niente.

 Londra, ore 09.25. Venticinque minuti dopo l’apertura delle contrattazioni

Bruno accelera il battito delle dita sulla scrivania. «Pronti a ridurre anche Spagna e Italia» dice a Mike, il suo vice. Un mastino dello Yorkshire, un trader di poche parole, tosto come la sua corporatura.

Bruno è sicuro, non può sbagliare. Ha tutte le ragioni. Con un sorriso si volta e percorre lento il floor. Osserva i suoi uomini al lavoro, le loro mosse secche, precise. Sa che eseguiranno gli ordini, e sa che gli ordini sono giusti.

New York City, ore 04.25

Derek studia lo schermo. In Europa i corsari più astuti iniziano ad andare all’incasso. Londra non è più la capitale d’uno Stato, ma un porto franco, una città extra-territoriale. È Tortuga. Dai suoi moli salpano navi per rotte sfuggenti. È da lì che banker lucidi e spregiudicati si stanno muovendo per alzare i profitti. Lo sa bene, Derek Morgan. Ricorda quando tutto ha avuto inizio.

Era lo scorso autunno. Il panico sembrava diffondersi come un incendio nel Sud Europa. In Grecia i sondaggi materializzavano alternative impensabili, variabili che sfuggivano al controllo di tanti, di troppi. Ma non di tutti…

E a Francoforte avevano deciso che era tempo d’intervenire. Le voci su un QE si erano rincorse. Indiscrezioni. Congetture. Dubbi sul tipo d’intervento. L’unica cosa sicura era un’azione a difesa dei debiti pubblici dei Paesi più esposti, un’azione che spingesse al ribasso i rendimenti dei titoli di Stato e stimolasse l’economia reale. Mancava ancora qualcosa, però. Qualcosa che non veniva dalle reti invisibili degli scambi e dalle rotte liquide del mercato, bensì da una terra antica.

L’anomalia greca. Un’incognita da considerare, da ricomprendere nel disegno complessivo, da collocare in un lucido piano di dominio della realtà.

Derek sospira, sovrappensiero. Per un attimo segue i meridiani che, sulla carta nautica, tagliano l’Oceano. Quindi si allunga per prendere un volume dalla scrivania.

Londra, ore 09.43

«La paura confonde» aveva detto Derek Morgan mesi prima. «Ciò che sembra la fine può rivelarsi un inizio.» Erano i primi giorni di dicembre. New York City era sepolta da una coltre di gelo, ma il cuore di Bruno Livraghi si era riscaldato. Stavano parlando d’Europa. Tracciavano scenari. Vagliavano i rischi di un cambio di governo ad Atene, misurando la domanda d’alternativa che cresceva in Spagna e in Grecia. Poi Derek aveva pronunciato quelle parole col tono neutro di sempre, senza particolare enfasi. Ed era stato come se d’improvviso, nel buio d’un teatro, un faro avesse illuminato un angolo della scena fino a quel momento rimasto in ombra.

Allora, Bruno aveva visto le cose in un altro modo. Allora aveva chiamato un “lungo” all in sulla periferia europea. Comprare, comprare, comprare. In attesa che il QE, accelerato dalla discontinuità politica ad Atene, rendesse conveniente vendere. Cogliere l’attimo, cavalcare l’onda, catturare il vento.

Bruno Livraghi vorrebbe correre. Vorrebbe sentirlo in faccia, lo schiaffo d’aria della velocità, l’aria che soffia su quella virata di bolina. Sta incrociando su una gigantesca onda di liquidità. Sente la forza che si libera, senza alcuna mediazione. Senza scrupolo alcuno.

Derek era stato capace di trasformare il cambiamento che tutti temevano in un trigger, nell’occasione per fare profitti a palate.

Bruno sorride. Pensa all’anomalia greca, e gli viene in mente l’incubo di Matrix. Derek assorbiva ogni variabile nel suo dispositivo di controllo, riusciva a mettere a valore tutto. Anche le crisi, perfino i radicalismi.

La distopia di alcuni è l’utopia di altri. L’utopia corsara di gente come Bruno.

New York, ore 04.43

Derek sfoglia il volume. Tra qualche ora anche da quella parte dell’Atlantico cominceranno le manovre sul Mediterraneo. E anche lui venderà. Scaricherà la periferia europea di cui ha fatto incetta negli ultimi mesi. Come Bruno, che lo sta già facendo cinque ore più avanti, a Est. Ma Bruno è ancora oltre, proiettato nel futuro, pronto a usare la liquidità per comprare asset strategici dei Paesi più instabili. Pezzi di economia reale nella penisola iberica. E anche in Italia, perché i pirati non hanno patria né bandiera. Ma solo un vessillo nero da issare sull’albero maestro quando è tempo d’arrembare.

Eppure Derek continua a pensarsi in bilico, manovratore di due forze che agiscono in senso opposto. Quella distruttrice, da una parte: cieca e dirompente. E dall’altra, la forza restauratrice: che reimpone la norma e prova a ricostruire sulle macerie, preparando così il terreno per un nuovo attacco della forza opposta. Una dialettica perenne, una dialettica da bilanciare nel tempo, come un’equazione. Alternanza di movimenti e contromovimenti. Quella sospensione, quella capacità di convivere con entrambe le spinte, riflette Derek, è la chiave di tutto.

Soppesa il volume che ha in mano. La pesantezza della carta, la stessa della terra, così lontana dalla liquidità di flussi, reti telematiche, rotte marine. Sul libro cerca un’illustrazione. E c’è Henry Morgan, quando la trova, a guardarlo senza simmetria, con gli occhi non perfettamente allineati. Il pirata, il politico. “Morgan”, quel cognome che hanno in comune… Derek studia il fiocco seicentesco al collo del Britannico. Un tempo corsaro che terrorizzava le coste del Sud e del CentroAmerica, incoraggiato dalla Madrepatria. Poi, politico che combatteva la filibusta e catturava i suoi ex-compagni. Una leggenda, sì. Capace di conservarsi in equilibrio su un filo sottilissimo.

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