La guerra dei dazi tra Washington e Pechino

Usa-Cina: tregua o trade war?

A fine marzo il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, firmava un memorandum in cui prometteva dazi doganali al 25 per cento – per un valore totale di 50 miliardi di dollari – da applicare a una serie di prodotti importati, in gran parte dalla Cina. Ben lungi dal mostrarsi intimorita dagli annunci impettiti di Trump, la Cina si diceva pronta a rispondere con dazi al 25 per cento su quasi 130 prodotti importati dagli Usa. Lo scambio di minacce lasciava intendere uno scontro senza esclusioni di colpi tra la prima e la seconda economia del mondo: una «trade war» capace di trascinare a fondo l’intero sistema degli scambi commerciali a livello mondiale. Sarà dunque tregua o guerra commerciale?

31 maggio 2018

Alla fine del mese di marzo, con uno dei molti colpi di testa, ormai cifra della sua idea di gestione del potere, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, firmava un memorandum in cui prometteva dazi doganali al 25 per cento – per un valore totale di 50 miliardi di dollari – da applicare a una serie di prodotti importati, in gran parte dalla Cina.

L’amministrazione Trump, all’epoca, giustificava la minaccia di colpire violentemente le esportazioni cinesi verso gli Usa come misura necessaria per ridurre il deficit della bilancia commerciale tra Washington e Pechino, che nel 2017 aveva toccato la cifra record di 375 miliardi di dollari.

Nemmeno una settimana dopo, ben lungi dal mostrarsi intimorita dagli annunci impettiti di Trump, la Cina si diceva pronta a rispondere con dazi al 25 per cento su quasi 130 prodotti importati dagli Usa. Seppur di un valore complessivo decisamente inferiore, stimato tra i 4 e gli 11 miliardi di dollari, Pechino inseriva nell’elenco delle merci a rischio dazi su : automobili, aerei e, soprattutto, germogli di soia, promettendo di colpire tre settori statunitensi la cui sopravvivenza dipende, in gran parte, dalla continuità delle vendite destinazione Cina.

Lo scambio di minacce lasciava intendere uno scontro senza esclusioni di colpi tra la prima e la seconda economia del mondo: una «trade war» capace di trascinare a fondo l’intero sistema degli scambi commerciali a livello mondiale.

Nello scontro tra Washington e Pechino, infatti, i danni collaterali arrecati alle industrie di Paesi terzi, tra cui fedeli alleati degli Usa come il Giappone, supererebbero abbondantemente gli ipotetici benefici, franando a catena su alcuni settori strategici dell’industria statunitense.

Prendendo in analisi il settore dell’automobile, il presidente della camera di commercio statunitense – come riporta The Diplomat – spiegava: «Se verrà applicata una proposta simile, finirà per fare enormi danni alla stessa industria che si propone di proteggere, innescando una guerra commerciale globale». Anthony Fensom, autore del pezzo, poco sotto sintetizza l’effetto domino che si configurerebbe col mix di dazi minacciati da Trump sulle importazioni di acciaio, ferro, componenti per automobili e auto di manifattura straniera:

«Se le esportazioni di ferro e acciaio giapponese verso gli Usa ammontano solo allo 0,04 per cento del Pil di Tokyo nel 2017, le automobili rappresentano il 40 per cento delle esportazioni totali verso gli Stati Uniti, pari all’1,2 per cento del Pil giapponese. Anche se i produttori di auto giapponesi potrebbero ampliare la produzione negli Usa, ciò andrebbe a colpire la medesima industria locale, compresa quella delle componenti. […]

Il Giappone potrebbe prendere di mira le importazioni di cibo dagli Stati Uniti, pari al 18 per cento [del cibo importato da Tokyo] e al 25 per cento del cibo esportato dagli Stati Uniti».

Un tale scenario da guerra tutti contro tutti veniva scongiurato dall’apertura di un tavolo delle trattative tra Pechino e Washington capace, se non altro, di produrre una sorta di «tregua».

Dopo due giorni di discussioni tra le delegazioni guidate, rispettivamente dal vice premier cinese Liu He e dal segretario del tesoro statunitense Steven Mnuchin, pochi giorni fa Cina e Usa annunciavano una temporanea sospensione delle ostilità, ribadendo comunque l’urgenza di affrontare i tre nodi cruciali dei rapporti commerciali bilaterali:

Il deficit della bilancia commerciale patito dagli Usa, l’accusa di spionaggio industriale e l’appropriazione sistematica, da parte di Pechino, di diritti di proprietà intellettuale statunitensi e, infine, gli ambiziosi progetti futuri della politica industriale di Pechino.

Per il primo aspetto, la Cina si è impegnata ad aumentare sensibilmente gli acquisti fatti in Usa in settori come il petrolio e l’agricoltura, con l’obiettivo di ridurre così il deficit commerciale. Si tratta però di una mossa di facciata che, anche se fosse implementata da Pechino, tanto da sacrificare importazioni simili che ora interessano altri partner commerciale, non si avvicinerebbe mai alla condizione posta da Donald Trump: ridurre il deficit commerciale di almeno 200 miliardi di dollari.

Gli altri due aspetti, legati a doppio filo, indicano invece quale sia la vera posta in gioco in questa «trade war» paventata da ormai due mesi: ostacolare l’ambizioso progetto di Pechino denominato Made in China 2025.

Made in China 2025, piano industriale varato nel 2015 e firmato dal premier Li Keqiang, mette nero su bianco le ambizioni egemoniche cinesi nell’ambito dell’industria hi-tech, mirando a raggiungere entro il 2025 un alto grado di «autosufficienza tecnologica» e una posizione di «superpotenza del manifatturiero» in settori chiave dell’industria hi-tech: robotica, informatica, energia alternativa, aviazione, trasporto ibrido.

Per fare ciò, oltre ad avvalersi di ingenti sussidi governativi, investimenti in ricerca e sviluppo, ed energici cambi di direzione dell’industria nazionale dettati non dal mercato, ma dal centralismo decisionale di Pechino, la Cina – accusano gli Stati Uniti – da anni impone condizioni strategicamente suicide a chiunque abbia interesse a entrare nel mercato della Repubblica popolare, specie nel settore hi-tech.

Adam Segal, in un post pubblicato dal Council on Foreign Relations, spiega:

«Le compagnie straniere, per poter operare nel mercato cinese, spesso firmano degli accordi che prevedono il trasferimento di proprietà intellettuali di valore ai propri partner cinesi. Questi accordi possono essere di natura strumentale e di sfruttamento, evidenziando le asimmetrie di accesso al mercato tra la Cina e il resto del mondo».

A onor del vero, come evidenzia il Washington Post, intrattenere relazioni di partnership simili, massimizzando i benefit in termini di proprietà intellettuale per chi – a livello commerciale –  tiene il coltello dalla parte del manico, non è assolutamente una novità:

«Si tratta di strumenti base utilizzati dai paesi in via di sviluppo per “rincorrere” paesi occidentali più ricchi e industrializzati. Altri paesi sviluppati più recentemente – si pensi al Giappone e alle Tigri Asiatiche: Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore – hanno usato politiche simili per incoraggiare la crescita economica e aumentare il reddito.

Il principio, nell’ottica di Pechino, è molto chiaro: se le multinazionali straniere intendono raccogliere grossi profitti producendo e vendendo merci nel gigantesco mercato cinese, allora il Paese deve essere in grado di coltivare investimenti che contribuiscano al proprio sviluppo nazionale».

Per questo, più che una mera questione di deficit commerciale, la posta in palio nella «trade war» sino-americana sembra essere il mantenimento, da parte degli Usa, di un primato tecnologico in costante erosione. Un obiettivo che, come evidenziato a più riprese da diversi commentatori internazionali, gli Stati Uniti difficilmente potranno centrare infilandosi in una guerra di dazi sui generis che poco può impensierire Pechino.

Per Segal, l’amministrazione Trump farebbe meglio a «concentrarsi sulla costruzione, a lungo termine, di un consenso politico in casa e fuori», coinvolgendo la comunità internazionale in un’opposizione collettiva alle mire egemoniche cinesi che non mette a repentaglio solo Washington, ma la sopravvivenza di settori hi-tech in tutto il mondo.

Gli Usa, da parte loro, potrebbero servirsi meglio di meccanismi di monitoraggio degli investimenti esteri (ossia cinesi) nel Paese in grado di smascherare assalti stranieri a settori strategici statunitensi. Il tutto, ovviamente, facendo degli investimenti in istruzione e ricerca una priorità nazionale.

Si tratta di processi lunghi e faticosi che, per il bene collettivo, forse, avrebbero esito migliore se fossero affidati a una dirigenza Usa meno schizofrenica di quella sotto il comando di Donald Trump.

Il presidente statunitense, infatti, insistendo in una strategia di negoziazione particolarmente ottusa, che di fatto ha sabotato la tregua raggiunta con Pechino, il 29 maggio ha annunciato a sorpresa un nuovo pacchetto di dazi da 50 miliardi di dollari per tutelare l’industria hi-tech statunitense e l’introduzione di limiti imposti agli investimenti cinesi negli Stati Uniti nel settore.

Il tutto a pochi giorni dal nuovo giro di negoziazioni tra Pechino e Washington fissato per il prossimo 2 giugno.

La risposta cinese, attraverso un comunicato del ministero del commercio, non si è fatta attendere:

«[La mossa di Trump] chiaramente contraddice il consenso recentemente raggiunto tra Cina e Stati Uniti. La Cina è sicura, capace e gode di esperienza tale da difendere gli interessi del popolo cinese e gli interessi fondamentali della nazione, qualsiasi siano le misure che la parte statunitense intende adottare».

Gli auspici, eufemisticamente, non sembrano essere dei migliori.

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