Le mutazioni di Brooklyn in una serie tv

Spike Lee racconta la gentrification

La G maiuscola che Papo tagga sul muro sta per gentrification. La serie She’s gotta have it, l’ultima ambiziosa operazione di Spike Lee, creata dal regista per Netflix, riprende uno dei suoi primi film, Lola Darling, e lo trasporta nel presente, trent’anni anni dopo il primo ciak: da un patinato bianco e nero si passa a colori sgargianti che il cineasta afroamericano utilizza per raccontare, con un grande salto nel tempo, le mutazioni profonde di Brooklyn, dei sui costumi, della sua estetica e dei suoi abitanti.

23 dicembre 2017

La G maiuscola che Papo scrive sul muro del palazzetto di mattoni rossi della vicina di Nola Darling, è la g di gentrificazione.

She’s gotta have it è l’ultima ambiziosa operazione di Spike Lee. La serie, creata dal regista per Netflix, riprende uno dei suoi primi film, Lola Darling, lo trasforma e lo amplia ma, soprattutto, lo trasporta nel presente, trent’anni anni dopo il primo ciak: da un patinato bianco e nero si passa a colori sgargianti che il cineasta afroamericano utilizza per raccontare, con un grande salto nel tempo, le mutazioni profonde di Brooklyn, dei sui costumi, della sua estetica e dei suoi abitanti.

Brooklyn viene ora rappresentata dal celebre e storico quartiere di Fort Greene, e tuttavia le stesse mutazioni hanno rimodellato ovunque il panorama cittadino.

Da Williamsburg, sede privilegiata di hipster e creativi, a “Dumbo”, acronimo che sta per “Down Under Manhattan Bridge Overpass”, l’angolo dal fascino post-industriale reso luogo di pellegrinaggio dal celebre fotogramma di C’era una volta in America, e ancora passando per le fervide aree artistiche di Bushwick, oppure costeggiando le case a schiera con archi e mattoncini rossi di Boerum Hill, e infine la zona altrettanto riconvertita – e “ripulita” – di Red Hook.

Brooklyn è l’emblema della gentrificazione newyorkese e, probabilmente, mondiale.

C’è tutto un immaginario, del resto, che ha contribuito a edificarne il mito e, di conseguenza, la multiforme spendibilità a riconversioni d’ogni sorta.

La letteratura e il cinema hanno sempre avuto un’attrazione fatale per la “Brooklyn Republic”.

Il romanzo Last Exit to Brooklyn (1964), del precursore della beat generation Hubert Selby Jr., venne bandito per “oscenità” in quasi tutto il globo: raccontava il quartiere nella sua controversa fase del dopoguerra, scisso tra segnali di rinascita e avvisaglie delle enormi contraddizioni e disuguaglianze sociali venute a galla.

Quasi quarant’anni dopo, nel 2003, Jonathan Lethem, con il suo La fortezza della solitudine, racconta la trasformazione operata a Boerum Hill, attraverso la storia di un ragazzino bianco cresciuto nel quartiere nero e operaio che era Gowanus, prima di essere ribattezzato da una coppia di hippies col nome che oggi conosciamo.

Sunset Park, invece, è oggetto dell’omonimo romanzo di Paul Auster, altro sontuoso narratore che, facendo impattare il protagonista del libro con un gruppo di squatter, conduce il lettore dentro i meandri e le fenomenologie urbane di un’altra zona chiave di Brooklyn.

E ora Spike Lee, con la sua ultima fatica, seriale stavolta, tradisce Bed-Stuy (Bedford-Stuyvesant), il sobborgo di Fai la cosa giusta, e gira She’s gotta have it intorno a un blocco di palazzetti nei pressi del parco di Fort Greene.

Nola Darling, la protagonista, e i suoi tre amanti più una, rappresentano la classe nera emergente, ancora acquartierata nel luogo in cui storicamente si era stabilita.

Nola è un’artista in cerca di gloria, Jamie Overstreet è un banker di successo, Greer è un fotografo ricco e bello e Mars Blackmon è un hipster che lavora nella gig economy newyorkese, sfreccia su una bici a scatto fisso e porta degli occhialoni da vista simili a quelli del suo omonimo, interpretato dallo stesso Spike Lee negli ‘80.

La rappresentazione della povertà, della vecchia Fort Greene dei “senza parte”, è delegata a Papo, un veterano della guerra in Afghanistan, ora homeless, che si ostina a vivere nel suo quartiere d’origine, vagando con il suo carrello di cianfrusaglie in cerca di qualcosa che non potrà più tornare come prima.

Ed è proprio Papo il nesso narrativo che Spike Lee usa per mescolare presente e passato, ricostruendo la vera e propria deportazione dei vecchi abitanti del quartiere per lasciare spazio a una classe affluente bianca, in fuga dalla sempre più proibitiva e stressante Manhattan.

Ma Papo è anche il fil rouge che riconduce al movimento Blacklivesmatter e, quindi, alle rabbiose proteste contro gli impuniti soprusi perpetrati dalla polizia sulla popolazione nera, riottosa nei confronti delle nuove logiche di “decoro” e “ripulitura” dei quartieri in via di gentrificazione.

Spike Lee, con questa serie, sembra voler portare a galla le numerose contraddizioni che affliggono New York e, per estensione, gli Stati Uniti.

She’s gotta have it, in questo senso, si sottrae dai non-detti e da ogni rimozione: c’è anche, e soprattutto, il tema della violenza sulle donne, veicolato dagli abusi subiti dalla protagonista Nola che, tuttavia, reagirà tempestando il quartiere di manifesti con volti di donne anonime e la sigla «my name isn’t» seguita da una serie illimitata di epiteti con i quali i “machi” di turno sono soliti apostrofare le nere.

Non mancano, le affilate irrisioni del regista, trasversali, dall’alto in basso della scala sociale, senza risparmiare nessuno.

Così si compone un affresco ironico del mondo dell’arte newyorkese, ipocrita e mercificato fin nel midollo; ma anche la grottesca deriva dei neri che, per “gonfiare” la loro appariscenza in linea con certi stereotipi, arrivano letteralmente ad esplodere, come accade al fondoschiena di Shemekka (un personaggio della serie) dopo l’ennesima iniezione di acido ialuronico.

Anche se, il tema principe e in qualche modo sintesi del tutto, è la sistematicità brutale della gentrificazione che, se da un lato abbellisce e infiocchetta i quartieri, dall’altro rende invisibili le enormi ripercussioni di questo processo.

Come, ad esempio, la coatta migrazione dei vecchi residenti che, di fronte ai proibitivi rincari degli affitti, si muovono verso le zone più esterne e periferiche, andando a ingrossare la già immane quantità di pariah metropolitani che sopravvivono nell’ombra, lontano dai riflettori dei capitali immobiliari.

Ciò che non muta, o comunque cambia solo in maniera marginale, è la figura di Nola Darling e del suo potere sugli uomini: lei rimane la regina incontrastata, con la sua indipendenza e il suo fascinoso carisma da esercitare sui suoi amanti, ai quali detta le sue ferree regole di convivenza per non abbandonare alla monotonia le relazioni.

Certo, se negli ’80 poteva essere una freak, in chiave odierna la sua estetica muta drasticamente, e tuttavia permane lo spirito critico con cui interpretare la realtà in cui è calata e che la circonda. Che ci circonda.

She’s gotta have it, con le sue incursioni nel presente – le elezioni di Donald Trump – e i numerosi omaggi al passato più antico – le visite alle tombe degli artisti sepolti a Brooklyn: da Melville a Thelonius Monk, quasi fosse una Spoon River newyorkese – e a quello più recente – una meravigliosa performance sulle note di Raspberry Beret come tributo al mostro sacro Prince –, è l’ennesima dinamitarda opera del regista afroamericano che tiene insieme le capacità di intrattenere e far riflettere, ridere con serietà.

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