I pregiudizi e le misure razziste sui migranti italiani in America

Quando eravamo neri

Esisteva una celebre vignetta che ritrae uno sciuscià italiano intento a pulire le scarpe di un signore dall’eleganza esibita. La didascalia gioca sugli stereotipi consueti: spaghetti, coltelli, aglio e il talento per lustrare. Ma c’è qualcos’altro. Lo sciuscià è italiano, fa un lavoro da italiano, e al tempo stesso ha le caratteristiche fisiche di un afro-americano. Una sovrapposizione tutt’altro che casuale e culturalmente significativa nella società statunitense. Una sovrapposizione che ci ricorda quando "eravamo neri".

16 novembre 2018

C’era una pratica, tra i migranti italiani negli Stati Uniti: cambiare le proprie generalità, per assumerne di nuove che suonassero anglo-americane. La speranza era ovviamente di integrarsi con più facilità in un Paese dove gli italiani erano sottopagati rispetto agli altri bianchi nei cantieri.

«I changed my name to Marie / hoping no one would notice my face with its dark Italian eyes» si cantava.

Per dare l’idea: è stato calcolato che 25mila italiani, solo nel 1918 e solo a New York, rinunciarono al proprio nome e cognome. Se non era necessariamente un tradimento delle proprie origini, di certo era una misura per poter cominciare da zero senza il peso dei pregiudizi.

Sugli italiani, infatti, di pregiudizi ce n’erano. E pesavano.

Esisteva una celebre vignetta che ritrae uno sciuscià italiano intento a pulire le scarpe di un signore dall’eleganza esibita. La didascalia gioca sugli stereotipi consueti: spaghetti, coltelli, aglio e il talento per lustrare.

Lo sciuscià è italiano, fa un lavoro da italiano, e al tempo stesso ha le caratteristiche fisiche di un afro-americano. Una sovrapposizione tutt’altro che casuale e culturalmente significativa nella società statunitense.

Per lui fa una gran differenza avere una posizione di vantaggio nelle gerarchie. Ma per un “wasp” al vertice della piramide etnica, cambia poco: Dagoes italiani o negri afro-americani che siano, si confondono, là sotto, in un’unica massa informe.

Esisteva un reato, nella legislazione statunitense, che è rimasto in vigore in parecchi Stati fino a cinquant’anni fa: Miscegenation, cioè la colpa di avere rapporti sessuali con una razza superiore.

A essere processati con questo capo d’imputazione sono stati tradizionalmente i nativi americani e gli afroamericani. Dalle esperienze coloniali del Settecento fino ai deliri suprematisti del Novecento inoltrato, il principio ha attraversato il Paese come un filo rosso.

Nel 1922 il cittadino nero Jim Rollins viene portato in tribunale e condannato in primo grado di giudizio. L’accusa è di Miscegenation: andava a letto con una donna bianca, Edith Labue, immigrata siciliana.

Siamo nel profondo Sud del Paese, nell’Alabama più ferocemente reazionario. E siamo in coda al processo migratorio che dalla fine dell’Ottocento ha condotto negli Stati Uniti milioni di italiani. In quello stesso 1922, usciva Babbitt di Sinclair Lewis, romanzo in cui a un certo punto si legge: «Grazie a Dio, stiamo mettendo un limite all’immigrazione. Questi Dagoes devono imparare che questo è il Paese dell’uomo bianco, e che non sono i benvenuti qui».

L’appello del celebre processo “Rollins versus Alabama” ha un esito clamoroso: Jim Rollins viene assolto dal giudice P. J. Bricken.

Essendo la donna un’italiana meridionale, spiega la motivazione della sentenza, «non si sarebbe potuto assolutamente dedurre che fosse bianca, né che fosse lei stessa negra o discendente di un negro».

A distanza di soli sedici anni dalla sentenza, nel nostro Paese il “Manifesto della Razza” avrebbe invitato gli italiani a proclamarsi «francamente razzisti. […] La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e d’indirizzo ariano-nordico».

E nello stesso 1938, il Gran Consiglio del Fascismo avrebbe annunciato, nella “Dichiarazione sulla Razza”, «il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane».

Quarant’anni dopo il processo Rollins, George C. Wallace, governatore dell’Alabama, avrebbe auspicato: «Segregazione oggi, segregazione domani, segregazione per sempre!».

Un secolo dopo, oggi, l’Italia avrebbe cacciato i migranti africani e gli Stati Uniti avrebbero cacciato i messicani. «Stiamo mettendo un limite all’immigrazione» tornando alle parole di Lewis del 1922: «Devono imparare che questo è il Paese dell’uomo bianco, e che non sono i benvenuti qui».

Per approfondire:

– M. Frye Jacobson, Whiteness of a Different Color. European Immigrants and the Alchemy of Race, Harvard University Press, 1999.

– B. Deschamps, La racisme anti-italien aux Etats-Unis, 1860-1940, in M. Prum (a cura di), Exclure au nom de la race, Editions Sylleps, 2000.

– J. Guglielmo, S. Salerno, Gli italiani sono bianchi? Come l’America ha costruito la razza, Il Saggiatore, 2006.

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