Le critiche internazionali al progetto-simbolo del presidente Xi Jinping

La nuova via del colonialismo?

A cinque anni dal lancio della Belt and Road Initiative (Bri), nome ufficiale della volgarmente nota “Nuova Via della Seta”, le critiche internazionali indirizzate al progetto simbolo del presidente Xi Jinping stanno iniziando a moltiplicarsi. Pechino insiste nel descrivere il proprio piano di sviluppo infrastrutturale globale come il tentativo di «costruire una comunità con un futuro condiviso per il bene dell’umanità, insieme ad altri Paesi in giro per il mondo». Ma i vertici del Pcc affrontano ora il contraccolpo di pesanti accuse: la Bri vuole configurarsi piuttosto come la “nuova via del colonialismo”?

12 novembre 2018

A cinque anni dal lancio della Belt and Road Initiative (Bri), nome ufficiale della volgarmente nota “Nuova Via della Seta”, le critiche internazionali indirizzate al progetto simbolo del presidente Xi Jinping stanno iniziando a moltiplicarsi.

Parafrasando una recente definizione proposta dal ministro degli esteri cinese Wang Yi, Pechino insiste nel descrivere il proprio piano di sviluppo infrastrutturale globale come il tentativo di «costruire una comunità con un futuro condiviso per il bene dell’umanità, insieme ad altri Paesi in giro per il mondo».

Ma dopo aver stanziato oltre 700 miliardi di dollari in progetti che coinvolgono oltre 60 Paesi, denaro e risorse elargiti secondo un buon samaritanesimo “win-win” alla cinese, i vertici del Pcc affrontano ora il contraccolpo di accuse di neocolonialismo sempre più circostanziate.

Accuse che tendono a minare, nel breve termine, l’effetto dei colpi di soft power sferrati dall’amministrazione Xi.

L’esempio più eclatante è arrivato alla fine della scorsa estate, quando il neo rieletto primo ministro malese Mahathir Mohamad, 93 anni e pochi peli sulla lingua, durante una visita ufficiale a Pechino, ha ricordato al suo omologo cinese Li Keqiang come si dovrebbe giocare.

«Va bene il libero mercato, siamo d’accordo, ma il libero mercato deve essere anche giusto e imparziale. Non vogliamo si instauri una nuova versione del colonialismo perché i Paesi poveri non sono in grado di competere con i Paesi ricchi».

Mahathir, a Pechino per rinegoziare un debito di 20 miliardi di dollari contratto dal proprio predecessore accettando progetti infrastrutturali legati alla Bri, si riferiva poco velatamente alla cosiddetta “debt trap”, piazzata sistematicamente da Pechino nei Paesi partner della Nuova Via della Seta: la Cina è felice di anticipare liquidità e risorse, ma se al momento del saldo del prestito non ci potete ripagare, noi ci prendiamo quello che possiamo.

Le conseguenze concrete di un simile patto sono andate in scena quasi un anno fa in Sri Lanka, in un case study da manuale di tutto ciò che, secondo diversi analisti anche cinesi, non funziona in una Bri così concepita.

Trovando nelle manie di protagonismo dell’allora presidente cingalese Mahinda Rajapaksa un’ottima sponda per consolidare la propria presenza nell’Oceano Indiano, il governo cinese nel 2008 sovvenzionò e contribuì materialmente alla realizzazione di un porto nel distretto di Hambantota, in Sri Lanka.

Il porto, sorto nella circoscrizione elettorale del presidente Rajapaksa e battezzato, senza eccedere in fantasia, Magampura Mahinda Rajapaksa Port, per alcuni anni ha funzionato a regime ridotto, incorrendo in milioni di dollari di debito nei confronti della banca cinese Exim.

Impossibilitati a ripianare un debito ormai fuori controllo, nel 2017 il primo ministro cingalese Ranil Wickremesinghe ha firmato un leasing di 99 anni per il 70 per cento delle quote del porto in favore della holding statale China Merchants Port, di fatto dando in gestione a Pechino uno scalo portuale nel bel mezzo dell’Oceano Indiano dal valore geostrategico inestimabile.

Tale soluzione non ha riscosso grande entusiasmo a livello globale, prolungando l’ombra minacciosa del neocolonialismo finanziario cinese su altri partner del progetto Bri, innescando dibattiti interni destinati a influenzare le recenti campagne elettorali in Pakistan e nelle Maldive.

Da manna piovuta dal cielo, i miliardi di Pechino tramutatisi in debito hanno segnato la fine politica di Abdulla Yameen nelle Maldive (considerato “uomo di Pechino a Malé” e battuto dal riformista “vicino a New Delhi” Ibrahim Solih) e complicheranno non poco il mandato del neo primo ministro pachistano Imran Khan, alle prese con un debito di 62 miliardi di dollari contratto con Pechino per realizzare il discusso China-Pakistan Corridor che dovrebbe collegare la provincia cinese del Xinjiang col porto pachistano – ma a gestione cinese – di Gwadar, sempre sull’Oceano Indiano.

Un recente articolo pubblicato da «Foreign Affairs» dà conto dei malumori che attraversano diversi governi africani coinvolti nella Bri – tra cui Kenya, Uganda e Zambia – e offre un’analisi, seppur a tratti eccessivamente partigiana, di cosa sembra non funzionare nel progetto egemonico cinese.

La natura apolitica e amorale dei prestiti elargiti da Pechino, disposta a fare affari con democrazie più o meno compiute e dittature in egual misura, ha permesso alla Cina di attrarre molto velocemente un numero impressionante di partner internazionali, dando immediatamente al progetto Bri i connotati programmatici di un’impresa epocale degna della «vision» del presidente Xi.

Queste aperture di credito senza selezione all’ingresso hanno però galvanizzato i piccoli potentati locali di numerosi Paesi partner, pronti a prendere al balzo l’opportunità di strette di mani e tagli di nastri inaugurali a favor di telecamera per consolidare il proprio consenso nel breve termine, ridistribuendo mazzette alle rispettive cerchie di fedelissimi e ingrossando il debito pubblico, lasciando che le amministrazioni successive facciano i conti con carrozzoni inefficienti e assegni milionari da versare a Pechino.

Il risultato: passata la sbornia iniziale, l’elettorato locale ha punito – in Malaysia e nelle Maldive – chi ha svenduto a Pechino la propria sovranità nazionale e, dove i governi pro Cina hanno tenuto, l’adesione alla Bri sembra essere molto meno entusiastica di un tempo.

Come da tradizione, l’establishment cinese in larga maggioranza rigetta energicamente ogni critica proveniente dall’esterno, ripiegando su una sindrome da accerchiamento utile a ricompattare il consenso intorno al presidente Xi.

Reazione comprensibile, considerando che la Bri è parte integrante dell’ultimo aggiornamento della Costituzione cinese, dove tra le pietre angolari del pensiero politico cinese moderno ha trovato spazio anche il “pensiero del compagno Xi”: uno status che, andando per eufemismi, è sufficiente a disincentivare le critiche interne.

Nonostante ciò, alcuni analisti cinesi hanno coraggiosamente avanzato alcune critiche nel merito, raccolte sommariamente in questo articolo firmato da Hannah Feldshuh per Caixin.

Feldshuh scrive: «[Chi critica la Bri] si divide generalmente in due campi: i primi sostengono la necessità di un aggiornamento a livello istituzionale della Bri, mentre i secondi ritengono che la natura stessa della Bri dovrebbe essere ridimensionata, rendendola più sostenibile».

In breve: o si introducono delle norme più stringenti e un monitoraggio più serrato dei prestiti stanziati per progetti della Bri all’estero, magari allineandosi alle «best practices» già in vigore in organismi internazionali come Fondo monetario internazionale e Banca mondiale, oppure sarebbe meglio rivedere l’ampiezza del progetto, «fare promesse e porsi obiettivi più modesti e realizzabili» riconoscendo le peculiarità locali di ogni partner.

Altrimenti, l’intero disegno rischia di collassare su se stesso sia in termini pratici – insolvenze, progetti non portati a termine, opposizione popolare e aumento di sentimenti anti-cinesi all’estero – sia, soprattutto, in termini di soft power, decretando la fine del «sogno cinese» promosso da Xi Jinping.

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