La nave Utopia affondò con a bordo più di 816 migranti, quasi tutti italiani

Il naufragio dell’Utopia

Il 25 febbraio 1891 un piroscafo col beffardo nome di Utopia, con a bordo più di 800 migranti, quasi tutti italiani, salpa da Trieste per raggiungere gli Stati Uniti. Alla fine del XIX secolo per raggiungere il luccicante Nuovo Mondo l’unica possibilità è attraversare l’Atlantico passando per lo stretto di Gibilterra, stretto come il segmento finale di un imbuto, il punto in cui Europa e Africa arrivano più vicino a toccarsi. Quattordici chilometri d’acqua tra i due continenti che purtroppo non verranno mai percorsi. Nello stesso anno del naufragio Oscar Wilde ha scritto che Utopia è “il solo Paese al quale l’umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’umanità di nuovo fa vela”.

23 ottobre 2018

Terribilmente inclinato nel vento di burrasca, il piroscafo viene sbattuto dalle correnti violente. Alcuni si litigano i salvagenti, altri si aggrappano agli alberi con tutte le forze, altri ancora trovano riparo sulle scialuppe calate dalle navi intorno. La maggior parte delle persone finiscono affogate.

A bordo della nave, oltre ai 59 uomini dell’equipaggio, ci sono 3 passeggeri di prima classe in viaggio di piacere e 816 migranti (alcuni clandestini) che vogliono raggiungere l’America per trovare un possibile futuro. Sono quasi tutti italiani. L’imbarcazione ha un nome beffardo: “Utopia”.

Ancora alla fine del XIX secolo, per raggiungere il luccicante Nuovo Mondo l’unica possibilità è attraversare l’Atlantico. E quindi passare lo stretto di Gibilterra, stretto come il segmento finale di un imbuto. Quattordici chilometri d’acqua che separano Europa e Africa, il punto in cui i due continenti arrivano più vicino a toccarsi. Il piroscafo a due alberi, di cui ricordiamo qui la storia dimenticata, non riuscirà nemmeno a raggiungere quella frontiera. Figurarsi gli Stati Uniti e un possibile futuro.

L’Utopia appartiene alla compagnia britannica “Anchor Line”, è stata prodotta nei cantieri navali scozzesi della “Robert Duncan & Co.” e varata nel 1874. Dopo aver servito la rotta Glasgow-New York e aver collegato la Gran Bretagna all’India, si è specializzata nel trasporto dei migranti europei.

La nave parte da Trieste il 25 febbraio 1891. Destinazione finale sono gli Stati Uniti, con le soste intermedie per completare l’imbarco a Palermo e Napoli e quella per lo scarico merci e il rifornimento di carbone a Gibilterra.

Il 12 marzo l’Utopia lascia l’Italia. Cinque giorni dopo, nel tardo pomeriggio di martedì 17 marzo 1891, dopo aver superato Punta de Europa, entra nella Baia di Gibilterra. C’è mare grosso, un forte vento di ponente e scarsissima visibilità. In una rischiosissima manovra d’attracco, il capitano John McKeague calcola male le distanze: l’Utopia colpisce la prua e il rostro di sei metri di un’altra nave, la HMS Anson, una corazzata della Royal Navy britannica alla fonda, ormeggiata cioè lontano dalla riva. Lo speronamento apre una grossa falla e l’acqua inizia a entrare.

L’inclinazione dello scafo non permette di calare le scialuppe di salvataggio. I passeggeri sottocoperta tentano disperatamente di uscire dai boccaporti e raggiungere i ponti, ma in molti restano intrappolati.

Nell’arco di pochi minuti, l’Utopia si inabissa. E con lei, la maggior parte dei suoi passeggeri. I morti saranno 576.

Il numero viene limitato dai soccorsi delle imbarcazioni nei dintorni che accorrono. Una tra queste è la corvetta svedese “Freja”, capitanata dal principe Oscar Bernadotte, figlio di re Oscar II di Svezia. Un’altra, che perderà un marinaio e un fuochista nelle operazioni di salvataggio, è un incrociatore con un altro nome beffardo: Immortalité.

Il capitano McKeague verrà arrestato per “negligence and mismanagement” e poi scagionato nella controversa vicenda giudiziaria che seguirà. Il piroscafo sarà recuperato dal fondo del mare e riparato poi in tempi record. Avrebbe continuato a trasportare migranti per altri nove anni, fino al 1900.

Nello stesso anno del naufragio, a proposito degli orizzonti della società che immaginava, Oscar Wilde ha scritto che Utopia è “il solo Paese al quale l’umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta scorge un paese migliore e l’umanità di nuovo fa vela”.

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