Viaggio nel tempo

I limiti del controllo

Dalla condizione dell’architettura urbana, intuiva come fossero i quartieri poveri a stare lentamente erodendo quelli ricchi. Nei rapporti incerti e sospettosi tra le persone, leggeva gli effetti di una crisi economica che doveva essere stata devastante. Non riuscì a capire se questa crisi fosse ancora in corso o meno. Di sicuro l’atmosfera della città, sebbene ciascuno concorresse a fare in modo che apparisse all’opposto, era cupa e tetra. Gli abitanti sembravano un esercito di miserabili, topi da laboratorio, prigionieri di un labirinto di dati e connessioni. I limiti del controllo erano stati superati.

3 maggio 2018

Oleksandr Anatolijovyč Zavarov si svegliò d’improvviso. Gli ci volle qualche minuto per abituarsi alle deboli luci al neon. Quando riuscì a mettere a fuoco, provò a guardarsi intorno. Non aveva mai visto quel posto. Non aveva mai visto nulla di simile.

Si trovava in un enorme spazio chiuso, forse un magazzino.

Il colore predominante era il verde. Delle apparecchiature militari, accatastate in fondo al magazzino. Degli schermi al fosforo, incastonati negli enormi calcolatori elettronici che riempivano un’intera parete.

L’odore era bianco, di ammoniaca o candeggina.

Non era un magazzino, pensò, era un laboratorio. Bianco era, infatti, anche il camice indossato da uno sciame di uomini che si muoveva sicuro, a testa bassa, parlottando tra loro o leggendo incartamenti con aria condiscendente. Gli uomini seguivano disciplinati dei percorsi invisibili, da cui sembrava non potessero deviare.

Nessuno gli prestava la minima attenzione. E forse era meglio così. In attesa di capire dove si trovasse.

Non ci mise molto a intuirlo, in realtà. Il Comitato per la sicurezza dello Stato (KGB) era da tempo sulle sue tracce. L’accusa era di tradimento dei princìpi marxisti-leninisti, la più pesante, ma anche la più diffusa.

Nell’Unione Sovietica degli anni Sessanta essere sulla lista nera era la norma, ai più non succedeva nulla. Il problema, aveva detto qualcuno, era piuttosto se il tuo nome assomigliava a quello di qualcuno che era sulla lista. Allora eri spacciato.

Oleksandr Anatolijovyč Zavarov una volta sarebbe stato tacciato di trotskismo. Ora che quel nome non era pronunciato più nemmeno dai servizi segreti, si utilizzava il termine deviazionismo.

Eppure, lui non era mai stato trotskista. Suo padre era stato un bolscevico, aveva partecipato alla rivoluzione e ne custodiva gelosamente le onorificenze. I racconti che aveva ascoltato da piccolo, sulle iniquità e sulla prepotenza della Russia zarista, non avrebbe mai potuto dimenticarli.

Era un leninista convinto. Si limitava, dalle colonne del piccolo quotidiano di provincia che dirigeva, a criticare l’ingerenza del partito nella vita quotidiana. Denunciava la paranoia in cui era sprofondata l’Unione sovietica, sempre a caccia di nemici interni.

Fin da subito il Commissariato del popolo per gli affari interni (NKVD) aveva cominciato a raccogliere un’infinità d’informazioni su ogni cittadino, in modo da poterlo monitorare costantemente. Poi una miriade di sigle, MVD e MGB le più importanti, aveva continuato nell’opera di rastrellamento dei dati sensibili. Il KGB aveva portato tutto a un livello superiore.

Non era stato Berija il problema. Né tantomeno Stalin. Da buon marxista, si rifiutava di personalizzare le problematiche sociali del paese.

Nell’eterno conflitto seguito alla rivoluzione tra i vari apparati dello stato e della borghesia, nelle lotte intestine interne al partito, l’equilibrio si era infine trovato nella costruzione di una gigantesca struttura di controllo che permetteva a ognuna delle fazioni in lotta di poter ricattare l’avversario con l’arma della devianza politica. Questo era ovviamente andato a discapito della popolazione.

Oramai nel paese non esisteva nessun angolo buio. Il potere si dispiegava come una matrioska di panottici inseriti uno dentro l’altro e sottoposti a controlli incrociati.

Con l’avvento di Brežnev – il periodo storico, non la persona – tutto era precipitato. L’ottavo piano quinquennale promulgato dal nuovo segretario generale del Pcus aveva infatti dato nuovo impulso alla ricerca scientifica.

Nel 1958 il Politburo aveva già creato l’Istituto Scientifico per la Cibernetica. E nel 1961, durante il ventiduesimo congresso del partito, la cibernetica era stata definita “uno dei maggiori strumenti per la creazione di una società comunista”. Pochi anni prima, nel 1965 era stato creato il BESM-6, un vero e proprio computer capace di un milione di operazioni al secondo e dotato di sistema operativo di compilatori Fortran.

Il controllo era entrato nel dominio dell’algoritmo.

Oleksandr Anatolijovyč Zavarov ripensò al suo piccolo villaggio affacciato sul fiume Volga, poco distante da Samara. Lì dove la trasformazione dell’industria nel settore aereospaziale era stata più evidente. Ripensò alla vita di redazione nel giornale locale, all’odore di tabacco e inchiostro che impregnava quelle stanze. A Lidia, al bagliore che emanava ogni volta che i suoi riccioli biondi le danzavano sul collo diafano.

Non l’avrebbe mai più rivista. Non sarebbe mai più tornato.

Se era vero quello che gli aveva detto uno degli uomini in camice bianco, con tutta probabilità non sarebbe mai uscito vivo da quel laboratorio. Era troppo assurdo quello che gli avevano delineato. Più di un viaggio nello spazio.

Oltre l’impresa incredibile di Jurij Gagarin. A lui, che fino allora al massimo si era spinto fino a Leningrado, avevano prospettato una destinazione impossibile da raggiungere.

Prima di ottenere il lasciapassare per il viaggio, che non aveva comunque chiesto né voluto lui, aveva dovuto subire un serrato interrogatorio da parte di due agenti del KGB.

Si era reso conto così dell’altissimo livello raggiunto dai metodi di controllo polizieschi grazie all’utilizzo dei computer.

Il linguaggio di programmazione Fortran era un traduttore di formule matematiche in algoritmi computazionali. Capace di immagazzinare una quantità spaventosa di dati. Era anche in grado di connetterli tra loro sotto la supervisione della calcolabilità suprema.

Ogni singolo aspetto della sua vita, aveva compreso durante l’interrogatorio, era stato messo in relazione con quello di milioni di altre persone. Il BESM-6 aveva tracciato un suo profilo psicologico, sociale e politico di una precisione tale che lui stesso non si sarebbe potuto descrivere meglio. Non solo poteva sintetizzare tutta la sua vita in pochi minuti. In pratica, era capace di prevedere le sue mosse future.

Questa era la nuova frontiera.

Oleksandr Anatolijovyč Zavarov se ne rese conto una volta che fu adagiato nella capsula di titanio.

Intorno a lui i calcolatori sembravano impazziti. Lo sciame di uomini in camice bianco si muoveva in modo confuso, come se dall’alto un piede avesse d’improvviso calpestato il formicaio in cui si trovavano.

Sugli schermi al fosforo verde apparivano e scomparivano a una velocità inusitata lettere e numeri di equazioni impossibili. Luci colorate compulsavano sul corpo metallico degli enormi calcolatori a parete. Silenziose sirene rosse d’allarme vorticavano nella stanza.

Nell’aria si percepiva la presenza di un’entità diversa, terribile e spaventosa. La mistica della meccanica.

Tutto era pronto per la partenza. Gli avevano comunicato la destinazione solo poche ore prima. Il luogo fisico sembrava già di per sé irraggiungibile. La piccola cittadina di Fargo, al confine tra Nord Dakota e Minnesota, nel cuore degli Stati Uniti d’America.

Ma quello che lo spaventava di più non era tanto l’ubicazione geografica, quanto quella storica. Gli avevano infatti detto che sarebbe arrivato a Fargo il 10 aprile 2018. Nel futuro.

Si risvegliò su una panchina di quello che doveva essere un parco pubblico, all’ombra di un’altissima torre di vetro e acciaio, con tutta probabilità la sede di una banca. Il clima era freddo, molto umido. Simile a quello di Samara pensò.

Era vestito con pantaloni marroni di panno grosso, un paio di scarponi da lavoro, e un pesante cappotto militare blu. Tutto sommato, si confondeva bene tra la folla, realizzò quando cominciò a camminare lungo il marciapiede di quella che doveva essere una delle vie principali della città di Fargo.

In maniera alquanto anomala, osservò, gli scienziati erano riusciti a fornirgli degli indumenti adatti agli Stati Uniti del 2018.

Così come, in qualche modo, erano riusciti a fornirgli anche delle indicazioni abbastanza precise su quello che avrebbe visto intorno a lui: schermi luminosi a ogni angolo della strada, microprocessori portatili personalizzati per ogni individuo, una propensione all’obesità e una tendenza esasperata all’acconciarsi in maniera stravagante da parte della popolazione.

La lingua la sapeva, l’inglese lo aveva studiato fin da piccolo. Forse lo disturbava un po’ quella musica sintetica che usciva dagli altoparlanti delle auto o dei negozi. Ma si sarebbe abituato presto, pensò. Non avrebbe avuto alcuna difficoltà a districarsi in questa cittadina americana del 2018 di nome Fargo.

Sempre che si trovasse a Fargo. Sempre che fosse il 2018. Su quello ovviamente non ci poteva giurare.

Mentre girovagava senza meta, il suo allenato occhio di giornalista gli permise di accorgersi che, sotto quella patina di ricchezza e benessere, strisciava una profonda crisi.

Dalla condizione dell’architettura urbana, intuiva come fossero i quartieri poveri a stare lentamente erodendo quelli ricchi. Dal tipo di cibo in vendita esposto negli scaffali, presagiva un ritorno ad abitudini alimentari meno dispendiose. Nei rapporti incerti e sospettosi tra le persone, leggeva gli effetti di una crisi economica che doveva essere stata devastante.

Non riuscì a capire se questa crisi fosse ancora in corso o meno. Di sicuro l’atmosfera della città, sebbene ciascuno concorresse a fare in modo che apparisse all’opposto, era cupa e tetra. Di gran lunga peggiore di quella che si respirava a Samara nei giorni di mercato, quando si recava lì con Lidia a scegliere le pelli con cui arredare il loro appartamento.

Ciononostante, appena spalancò le porte di vetro e fece il suo ingresso nel diner della Main Street, si trovò avviluppato in un’atmosfera di libertà che non aveva mai respirato prima. Forse per l’arredamento che ricordava i ruggenti anni Cinquanta. Il pavimento traslucido piastrellato a quadratoni bianchi e neri, le panche ricoperte di pelle rossa. Il jukebox da cui fuoriusciva la voce suadente di Elvis Presley.

In quel momento capì cosa fosse l’emancipazione americana di cui tanto si vagheggiava in Unione Sovietica. E cui lui non aveva mai prestato troppa fede. Ma l’incanto ebbe vita breve.

Oleksandr Anatolijovyč Zavarov prese posto davanti al bancone. Al suo lato un grosso televisore dallo schermo piatto e liscio era sintonizzato su un canale all news.

All’inizio, mentre il palato era sedotto da un enorme hamburger e innaffiato da un copioso milk shake alla fragola, la sua attenzione si focalizzava sugli strani vestiti sgargianti dei presentatori del telegiornale. Sul tono eccessivamente informale, quasi colloquiale, che avevano nel porre le notizie. Poi cominciò a seguire quello che pareva essere l’argomento del giorno, forse dell’anno. D’improvviso di paralizzò.

Sullo schermo apparve il viso di un giovane uomo, di trent’anni al massimo. I lineamenti squadrati e i capelli rossicci, tipici di alcuni ebrei russi. Il portamento timido, quasi goffo.

Quel ragazzo, scoprì durante la trasmissione, era diventato miliardario grazie all’invenzione di un software che permetteva di connettere le persone attraverso i computer.

O meglio, qualcun altro aveva costruito una rete che connetteva i computer, il ragazzo aveva solo creato un software, una maschera bianca e blu, che tutto il mondo utilizzava. Non si sa bene come mai, dato che questa immensa rete telematica, gli pareva di aver capito, era di tutti.

Trasalì. Stretto in un completo blu di sartoria, davanti a una commissione del Senato il giovane ragazzo stava giustificando il fatto che il suo software avesse venduto i dati sensibili di centinaia di milioni di cittadini a terzi. Quando il canale all news passò alle discussioni di approfondimento, si sentiva prosciugato.

Non solo questa interfaccia bianca e blu, aveva appreso, ma la maggior parte delle compagnie private che gestivano questa rete libera immagazzinava informazioni. Raccoglievano dati, li gestivano per scopi pubblicitari. Li rivendevano anche alle polizie e agli apparati militari.

Il secondo hamburger all’improvviso ebbe il gusto della beffa. Il quarto milk shake emanava l’odore della sconfitta.

Mentre dalle vetrate s’intravedeva calare la sera sulla cittadina di Fargo, all’interno del diner le luci colorate brillavano sempre più. Ma in quell’esplosione cromatica oramai vedeva filo spinato. Nelle copertine dei 45giri appese alla parete, le feritoie da cui spuntavano i fucili di precisione dei guardiani. Nelle famigliole che si affannavano a consumare ai tavolini, l’ultimo pasto dei condannati in attesa dell’esecuzione.

Non riuscì nemmeno a stupirsi quando, verso la fine del dibattito, scoprì che nell’Unione Sovietica il comunismo era crollato. Ma la Russia era rimasta la principale nemica.

Aveva interferito con le recenti elezioni americane, favorito il candidato di estrema destra. L’attuale presidente. Sosteneva un giornalista con i lineamenti devastati dalla chirurgia estetica.

Al di là della paranoia antirussa, che comprese essere rimasta ben salda anche dopo la vittoria degli Stati Uniti nella guerra, quello che lo colpì di più fu altro. A essere accusati erano un manipolo di miliardari russi che affamavano il popolo, e condizionavano le elezioni anche nel suo paese. Gli oligarchi, li chiamavano. Il nome che sul quotidiano di Samara aveva sempre usato per i capitalisti americani. I nemici del popolo.

Sconvolto, cominciò a girovagare senza meta per le strade di Fargo. Il freddo del Nord Dakota era molto più pungente di quello russo. Aveva un che di malefico. Più si allontanava dal centro della città più percepiva il grido di dolore di un’umanità sopraffatta da stenti e privazioni. Gli stessi abitanti che quel pomeriggio gli erano apparsi felici, gli sembravano ora un esercito di miserabili. Topi da laboratorio, prigionieri di un labirinto di dati e connessioni.

I limiti del controllo erano stati superati.

Nel suo cervello vorticavano pensieri confusi e dolori lancinanti. Si accasciò al suolo e si strinse nel pesante cappotto militare blu. Quindi sprofondò in un sonno profondissimo.

Al risveglio si ritrovò immerso in una luce biancastra, intensa e accecante. Subito pensò di essere morto. Ci mise qualche secondo a realizzare che un medico stava puntando una piccola torcia nella sua pupilla sinistra. Ancora frastornato, lo sentì mormorare alcune parole in russo. Era tornato a casa.

Uscì dall’ospedale di Samara, dove gli dissero era stato ricoverato in seguito a una piccola commozione celebrale. Una botta in testa, probabilmente. Senza conseguenze.

Pian piano i ricordi riaffiorarono alla sua mente.

Il laboratorio militare sotterraneo, la capsula di titanio. Il futuro, Fargo, il diner. L’audizione di quello strano ragazzo rossiccio che sembrava un replicante. Era tutto troppo assurdo. Era un delirio dovuto alla botta in testa.

Quel viaggio avrebbe altrimenti implicato tutta una serie di problematiche che non se la sentiva di affrontare, dalla sconfitta dell’Unione Sovietica alla costruzione di un mondo di polizia, dove il cittadino era catalogato e sorvegliato dalla nascita.

Decise di non pensarci.

Oleksandr Anatolijovyč Zavarov aveva fretta di tornare al suo appartamento. Si risolse nel tagliare attraverso i campi, per raggiungere con maggiore facilità il suo villaggio. Mentre camminava inciampò su quella che pareva una botola. Non ci fece molto caso, si rialzò e continuò a camminare.

Fatti pochi passi, vide un cumulo di rifiuti accatastati sotto una catapecchia di legno. Accese l’accendino. Alla luce della fiamma tremula, scorse in cima al mucchio dei pantaloni marroni di panno grosso, un paio di scarponi da lavoro, e un pesante cappotto militare blu.

Si immobilizzò, terrorizzato, per un lasso di tempo che non sarebbe stato in grado di quantificare. Poi scosse la testa e si diresse verso casa. Lieto di riabbracciare Lidia. Felice di vivere nell’Unione Sovietica degli anni Sessanta.

Forse non il migliore dei mondi possibili. Di sicuro meglio di quello in cui forse era stato.

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