La regione cinese dello Xinjiang come laboratorio avanzato per il controllo di massa

Cina: sorvegliare e rieducare

Un milione di prigionieri internati in campi di rieducazione, un territorio sorvegliato al millimetro da dispositivi di sicurezza di ultima generazione, una popolazione minacciata da uno sterminio culturale architettato alla perfezione dalla macchina repressiva più efficiente del mondo contemporaneo. Succede in Cina, nella provincia nordoccidentale del Xinjiang, dove l’etnia locale uigura è oggetto di un mastodontico esperimento di rieducazione di massa. La conferma che l’ascesa mondiale della Repubblica procede di pari passo con la messa a punto di sempre più avanzati sistemi di controllo sociale, volti a sorvegliare e rieducare.

15 ottobre 2018

Un milione di prigionieri internati in campi di rieducazione, un territorio sorvegliato al millimetro da dispositivi di sicurezza di ultima generazione, una popolazione minacciata da uno sterminio culturale architettato alla perfezione dalla macchina repressiva più efficiente del mondo contemporaneo. Gli intenti: sorvegliare e rieducare.

Succede in Cina, nella provincia nordoccidentale del Xinjiang, dove l’etnia locale uigura – originaria dell’Asia centrale e tradizionalmente musulmana – è oggetto di un esperimento di rieducazione di massa dalle dimensioni mastodontiche, cavia per testare fino a dove la nuova società del controllo messa a punto da Pechino sarà in grado di penetrare le vite e le menti di chiunque osi opporsi alle traiettorie di sviluppo emanate dal centro dell’Impero.

Il destino prospettato da anni agli undici milioni di uiguri residenti in Xinjiang ricalca quello analogo che ha interessato, in passato, la comunità tibetana.

Nel caso degli uiguri però, comunità musulmana priva di quell’appeal spiritual-new age in grado di mobilitare i pesi massimi delle relazioni pubbliche internazionali, la minaccia dell’annientamento culturale prospettata da Pechino per anni ha faticato ad emergere nell’agenda dell’informazione mainstream, salvo rari eventi troppo eccezionali per essere ignorati.

Sin da prima del 1949, anno della fondazione della Repubblica popolare cinese, gli uiguri hanno manifestato volontà indipendentiste di matrice etnica, culturale, linguistica e religiosa.

Più affini alle popolazioni centrasiatiche a livello di storia, costumi, lingua e culto rispetto alla maggioranza etnica “han”, al pari dei tibetani gli uiguri hanno subìto una costante “sinizzazione” del proprio territorio.

Cinesi “han” sono stati incoraggiati da politiche governative a trasferirsi in Xinjiang per “fare fortuna”(dei 24 milioni di residenti nella provincia, oltre la metà sono oggi di etnia han), è stata attuata una progressiva sostituzione dell’idioma locale turco – uiguro – col cinese mandarino, grandi opere e centri urbani sono stati realizzati sulle macerie di quelle che furono tra le tappe più rigogliose ed evocative della fu Via della Seta o al posto delle bellezze naturali di un’aspra terra di frontiera (Xinjiang in mandarino si traduce proprio “nuova frontiera”).

L’avanzata del progresso con caratteristiche cinesi non è stata accolta senza sommosse popolari a difesa della specificità etnica locale, combaciate con l’introduzione, grazie al Patriot Act post 11 Settembre del presidente George W. Bush, dell’equazione “musulmano = terrorista”, fondativa del nuovo assetto securitario internazionale.

Un’idea sposata con entusiasmo dalla dirigenza di Pechino che nel 2009, in seguito a una serie di violenze di matrice etnica nella capitale provinciale Urumqi, si è ritrovata nella posizione ideale per perseguire i propri intenti: “pacificare” il Xinjiang nel nome della “lotta al terrorismo internazionale”.

Dal 2009 in avanti la presenza di apparati militari cinesi in Xinjiang è aumentata esponenzialmente, tramutando l’intera provincia in uno stato di polizia.

Dal 2013, con l’elezione del presidente Xi Jinping e l’inaugurazione del progetto Nuova Via della Seta, l’importanza di un Xinjiang “armonizzato” e centro nevralgico del network commerciale internazionale cinese ha portato alla creazione dei primi “centri di de-estremizzazione”, strutture dove uomini uiguri e kazaki sospettati di simpatie indipendentiste e/o estremiste islamiche venivano rinchiusi per seguire programmi di rieducazione culturale: studio dei pregi del sistema marxista-leninista declinato alla cinese, mandare a memoria canzoni patriottiche, ripudiare la cultura uigura abbracciando i tratti linguistici, culinari, politici e anti-religiosi perno dell’unità nazionale concepita dal Partito.

Metodi non dissimili dal sistema di rieducazione in vigore durante la Rivoluzione Culturale negli anni Sessanta ma che ora, avvalendosi di intelligenza artificiale e sistemi di controllo sopraffini gestiti dagli amministratori cinesi, sono pronti a fare il salto nell’era moderna della sorveglianza digitale.

L’introduzione di meccanismi orwelliani nell’esperimento biopolitico uiguro promosso dal Partito comunista cinese si deve al nuovo segretario (del Pcc in Xinjiang) Chen Quanguo, trasferito nel 2016 da un Tibet, grazie a lui, ormai completamente soggiogato alle volontà di Pechino.

Kate Cronin-Furman, professoressa di diritti umani alla University College of London, parlando del “genocidio culturale” in corso in Xinjiang, spiega su «Foreign Policy»: «L’operazione portata avanti dalla Cina richiede un enorme network di intelligence in grado di monitorare ogni abitazione di uiguri nel Paese e di raggiungere all’estero i membri della diaspora, una tecnologia biometrica in grado di identificarli e di seguirne i movimenti, la costruzione di un gigantesco sistema di campi per rinchiuderli, e personale di polizia per controllarli durante la detenzione e sovrintendere alla loro “rieducazione”».

Si tratta di un assetto che, grazie all’ingente esborso di fondi garantito dal governo al segretario Chen, in Xinjiang è già realtà e in funzione a pieno regime.

Le autorità cinesi per mesi ne hanno negato l’esistenza, derubricando le denunce riprese dalla stampa internazionale come illazioni volte a screditare l’opera di Xi Jinping e, al contempo, rendendo impossibile l’uscita dal recinto Xinjiang di informazioni giornalisticamente comprovabili.

Ne è esempio l’incredibile reportage pubblicato lo scorso luglio dal magazine tedesco «Der Spiegel», firmato da Bernhard Zand: una cronaca minuziosa del clima di terrore, sospetto e controllo avanzato imposto dalle autorità cinesi in Xinjiang grazie a un capillare sistema di videosorveglianza, riconoscimento facciale, monitoraggio di social network e telefoni cellulari e un dispiegamento di forze – specie in borghese – che non ha pari in nessun altra località della Repubblica.

Secondo una ricerca accademica compilata da Adrian Zenz, considerato il massimo esperto mondiale del sistema di rieducazione al momento attivo in Xinjiang, gli uiguri rinchiusi in campi di rieducazione cinese oscillano tra le centinaia di migliaia e il milione, forbice di approssimazione piuttosto ampia ma dovuta all’impossibilità di ottenere cifre ufficiali in merito.

Se dovessimo prendere per buona la stima più alta, significherebbe che oggi quasi un uiguro su dieci è detenuto in uno dei 73 centri realizzati ad hoc dall’amministrazione cinese, per una spesa pari a 85 milioni di euro.

La somma non comprende le spese di gestione delle strutture né gli stipendi del personale impiegato nei centri di rieducazione, presumibilmente in crescita esponenziale come il resto dell’apparato di polizia impiegato in Xinjiang: sempre Zenz, in un precedente intervento pubblicato dalla Jamestown Foundation, indicava che nel solo 2016 il governo locale ha pubblicato 31.687 annunci di lavoro nel settore della sicurezza, il triplo rispetto all’anno precedente.

Due ex detenuti in campi di rieducazione in Xinjiang hanno raccontato al «Washington Post» come si svolge una giornata tipo nel centro: alzabandiera alle 6:30; recita collettiva di uno o più canti “rossi” che celebrano la rivoluzione comunista; colazione; dieci minuti di ringraziamento collettivo al Partito comunista e a Xi Jinping per aver fornito ogni cosa, cibo e acqua compresi; studio di materie come “lo spirito del diciannovesimo congresso del Partito”; ancora canti di lode al presidente Xi; addestramento militare; e infine redazione del rapporto giornaliero da consegnare alle autorità del campo.

Tra le punizioni inflitte ai disobbedienti i due ex detenuti, ora in Kazakistan, hanno elencato: privazione del sonno, water boarding, obbligo di mangiare maiale e bere alcol.

I detenuti, che variano tra sospettati di estremismo a uomini colpevoli di visitare troppo spesso la moschea o ricevere troppe telefonate dall’estero, vengono chiusi nei campi senza alcun processo né accesso ad avvocati; solitamente, vengono prelevati di notte o all’alba dalle loro case o per strada e, semplicemente, spariscono.

Dopo aver negato per mesi l’esistenza di un tale apparato di controllo, di recente il governo cinese ha ufficializzato alcune modifiche alle normative anti estremismo in vigore in Xinjiang, introducendo a norma di legge l’istituzione di strutture dove persone “affette da pensieri estremisti” potranno frequentare dei corsi di “vocational skill training” e sessioni di “psychological counseling” per «aiutarle a rientrare nella società e nelle proprie famiglie».

Si tratta di un’ufficializzazione ex post di strutture che rappresentano l’ultimo ingranaggio di un sistema di controllo e rieducazione mai così pervasivo nella travagliata storia della Repubblica popolare.

Annuncio, non a caso, arrivato in tandem all’inaugurazione di una campagna “anti-halal” promossa dall’amministrazione statale: i funzionari locali sono stati invitati a «intensificare la battaglia ideologica» contro la diffusione del marchio “halal” – “permesso”, nell’Islam, al contrario di “haram”, “vietato” – affibbiato a beni di consumo dalla comunità musulmana locale.

Tra sorveglianza, incarcerazioni arbitrarie e processi di rieducazione presentata come “de-estremizzazione”, come già accaduto per la comunità tibetana, anche gli uiguri fronteggiano la minaccia di un sistematico e costante annientamento culturale, un genocidio perpetrato non più sui corpi delle minoranze etniche, ma direttamente sulle loro menti.

In una recente lezione tenuta presso il Fairbank Center for Chinese Studies dell’università di Harvard, il professor Adrian Zenz ha spiegato: «L’obiettivo delle campagne di rieducazione sulla popolazione uigura, su quella kazaka e su altre minoranze etniche è il cambiamento forzato e profondo dell’essenza dell’essere umano, cambiare veramente e completamente le persone nel profondo».

Azat, uiguro intervistato da Bbc per lo speciale dedicato dall’emittente britannica ai campi di rieducazione in Xinjiang lo scorso mese d’agosto, così ha riassunto le condizioni dei detenuti incontrati durante una visita in uno dei campi:

«Era l’ora di cena. C’erano almeno 1200 persone con in mano ciotole di plastica vuote. Erano obbligati a cantare canzoni pro Cina per ricevere del cibo. Erano come robot. Sembrava avessero perso la propria anima. Conoscevo bene molti di loro, spesso cenavamo insieme. Ma ora non mi sembravano più normali. Si comportavano come se non fossero al corrente di ciò che stavano facendo. Come se avessero perso la memoria in un incidente stradale».

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