La tenuta di un "sogno"

La bolla del modello indiano neoliberista

Si vota nello Stato dove il presidente Modi ha sperimentato la sua ricetta neoliberista: abbattere tutte le restrizioni e gli ostacoli all’afflusso del capitale, mettere a disposizione dei grandi gruppi industriali terreni e concessioni, incentivare gli investimenti attraverso sgravi fiscali, sbarazzarsi dei vincoli ambientali per lo sfruttamento delle risorse, favorire la realizzazione di poli industriali automatizzati togliendo le terre ai contadini. Ecco tutte le zone d'ombra del sistema Gujarat e perché queste elezioni contano.

22 novembre 2017

Dal 9 al 18 dicembre prossimo si terranno in India le elezioni locali dello stato del Gujarat, uno di quegli avvenimenti solitamente giudicato «troppo locale» per rientrare nella parte alta della classifica di ciò che accade nel mondo, disposto per ordine di notiziabilità.

La tornata elettorale per nominare i nuovi deputati del parlamento locale è considerata invece dagli osservatori di cose indiane un appuntamento importante per determinare l’umore di uno Stato su cui il partito conservatore hindu Bharatiya Janata Party (Bjp, partito popolare indiano) e il suo leader, il primo ministro Narendra Modi, hanno scommesso molto in termini di immagine e narrazione dei successi dello stesso Modi.

Narendra Modi, cresciuto politicamente nei ranghi dell’organizzazione paramilitare ultrainduista Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss, organizzazione nazionale patriottica), all’inizio del nuovo millennio governò il Gujarat – che gli diede i natali – per ben tre mandati, guadagnandosi inizialmente la fama di despota anti-islam a causa dei pogrom contro la comunità musulmana che nel 2002 infiammarono lo Stato. Con mille morti tra hindu e musulmani sotto il suo governo e il coinvolgimento – documentato in sede penale – di organizzazioni dell’ultradestra hindu nella mattanza condotta porta a porta nei quartieri a maggioranza musulmana col beneplacito delle forze dell’ordine, Modi per anni si vide negato il visto diplomatico per partecipare a incontri bilaterali e summit nel mondo occidentale: dal Regno Unito agli Stati Uniti, nessuno voleva farsi vedere e men che meno fotografare al suo fianco.

Passati alcuni anni e depositatosi il polverone, le cose iniziarono a cambiare, grazie all’imponente impianto di storytelling conosciuto come il «Gujarat Model», la ricetta neoliberista preparata da Modi per traghettare nel futuro uno degli Stati più ricchi della federazione indiana.

Secondo la vulgata, il Modello Gujarat sarebbe stato partorito dal genio di Modi, leader estremamente accentratore che incarna perfettamente la tendenza indiana ad affidare il potere nelle mani di un Uomo della Provvidenza (o Donna, da Indira Gandhi in giù).

Trattasi in realtà dell’abc del neoliberismo: abbattere tutte le restrizioni e gli ostacoli all’afflusso del capitale, mettere a disposizione dei grandi gruppi industriali terreni e concessioni, incentivare gli investimenti attraverso sgravi fiscali, sbarazzarsi dei vincoli ambientali per lo sfruttamento delle risorse, favorire la realizzazione di poli industriali automatizzati togliendo le terre ai contadini.

Gli effetti anabolizzanti sulle percentuali di crescita del Pil statale non tardarono ad arrivare. Tra il 2001 e il 2012, la favola della locomotiva Gujarat che cresceva del 10 per cento medio annuo diventò di dominio pubblico internazionale. E con queste cifre, il precedentemente appestato Modi finì per rientrare a pieno titolo nel gruppo dei leader politici «amici del mercato», «alfieri del capitale».

Col biglietto da visita di padre del progresso gujarati del nuovo millennio, nel 2013 Modi riuscì a prendere il controllo del Bjp – sbaragliando la concorrenza interna e piazzando il suo braccio destro in Gujarat, Amit Shah, alla presidenza del partito – e nel 2014 si presentò come candidato del progresso alle elezioni nazionali, puntando tutto sulla parola d’ordine «vikas» (progresso, in hindi) e sullo slogan «achhe din aane wale hain» (i bei giorni stanno arrivando, in hindi). Il messaggio era chiaro: avete visto cosa sono riuscito a fare in Gujarat? Votatemi, e lo farò in tutto il paese.

Spazzato via il passato controverso degli scontri tra hindu e musulmani, digerito il pedigree ultrahindu che caratterizzava sia il leader sia molti dei nuovi nomi di punta del partito, l’elettorato indiano votò in massa per l’Indian Dream di Narendra Modi, convinti che per far rialzare l’India fiaccata dalla crisi del 2008 – e, secondo molti, dal malgoverno dell’Indian National Congress (Inc) della famiglia Gandhi – servisse, appunto, un Uomo della Provvidenza.

Tre anni dopo, con a curriculum una demonetizzazione scellerata che ha azzoppato il paese, un’implementazione frettolosa e caotica della nuova Iva unificata indiana  e un Pil nazionale fermo intorno al 5 per cento di crescita annua (due punti percentuali sotto le aspettative), il Bjp di Modi è atteso alla prova del voto in Gujarat, dove tutto è cominciato e dove tutto pare stia già scricchiolando da un pezzo.

Due anni fa il gruppo castale dei Patel – originariamente proprietari terrieri e considerati generalmente benestanti – mise in scena una protesta durissima in tutto lo stato, guidati dal giovanissimo Hardik Patel, all’epoca 22enne. I giovani Patel, che fino a quel momento avevano sempre votato in massa il Bjp, imputavano al governo l’assenza di opportunità di lavoro appetibili per una generazione cresciuta nel mito del progresso e della modernità, scagliandosi contro le quote di accesso a impieghi della pubblica amministrazione – posto fisso statale = vita agiata, anche in India – e alle università più prestigiose che, secondo i Patel, favorivano le classi inferiori. Uno squarcio non ancora ricucito, tanto che oggi Hardik Patel flirta apertamente con le opposizioni, aumentando il peso specifico della sua candidatura apertamente anti-Bjp.

Poi fu la volta dei dalit, i fuoricasta del sistema hindu, che l’anno scorso scesero per le strade del Gujarat a centinaia di migliaia, protestando contro le continue aggressioni condotte dai gruppi dell’ultradestra hindu, vicini al Bjp. A cui si aggiunsero, nel 2017, i produttori di latte del Gujarat, colpiti duramente dalle conseguenze nefaste della demonetizzazione.

Sullo sfondo, osservando poco più in là delle percentuali di crescita del Pil, le zone d’ombra del Modello Gujarat iniziavano a venire alla luce, come spiegato dall’economista Maitreesh Ghatak sul magazine online Scroll.in.

Notando come la crescita del Pil non abbia influito positivamente sugli indicatori sociali dello Stato, Ghatak ricorda che il Gujarat dei miracoli, oggi, è al decimo posto su 20 per popolazione al di sotto della soglia di povertà, undicesimo per mortalità infantile, decimo per aspettativa di vita, settimo per alfabetizzazione e quindicesimo per «sex ratio», con 919 donne ogni 1000 uomini.

«Ciò che colpisce di più e che viene sottolineato molto meno è che questo quadro è rimasto più o meno invariato sin dall’inizio degli anni ‘90, con una sola importante eccezione: rispetto alla povertà, si è registrato invece un ripido declino della posizione del Gujarat. Nel 1993, era il terzo stato per popolazione al di sopra della soglia di povertà; in otto anni, ha stabilmente perso posizioni fino al 2011, ultimo anno censito, in cui si è fermato al decimo posto. Nello stesso lasso di tempo, il Kerala dal sesto posto è salito fino al primo» scrive Ghatak.

L’impressione, dice Ghatak, è che la favola del Modello Gujarat non sia altro che una bolla pronta a esplodere. E il potere di farla esplodere, il prossimo mese, sarà nelle mani degli elettori del Gujarat, con conseguenze importanti per la tenuta del Sogno Indiano di Modi, deciso a ricandidarsi per un secondo mandato nel 2019.

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