La distopia

Gli altri arrivano dal mare

Gli Altri arrivano dal mare. E per raggiungere la Grande Città devono per forza passare da qui. Per questo fuori dalla Grande Città esiste questo fottuto lembo di terra abitata, in perenne tentazione di sprofondare nel mare. Per fermarli. Qui ci sono i muri. Enormi vetrate di plastica trasparente, scivolosi e impossibili da scavalcare. Qui ci sono le torrette della Rache, sparano a vista su chi si allontana dalla fila. Qui ci sono i tunnel per smistarli e le gabbie per raccoglierli. Gli Altri erano ricchi, avevano tutto. Ma non sono stati capaci di tenerselo. Hanno distrutto le loro terre. E le nostre.

26 luglio 2018

Oggi mangiamo. Oggi mangiamo banane, meloni, arance e melograno. Cristiano Ronaldo ha assalito il carro del fruttivendolo sulla strada principale. Forse ha lasciato anche un paio di sbirri della scorta sul selciato. Quando ha fame, Cristiano Ronaldo è una furia.

Mangiamo frutta all’ombra di una mangrovia, con i piedi a mollo in acqua. Ci saranno sessanta gradi, qui all’ombra. Fa un caldo spaventoso, qui all’ombra. Fa sempre caldo, dappertutto. Non solo all’ombra.

Il nonno dice che ai suoi tempi non faceva così caldo, che ai suoi tempi non c’era il mare. Il nonno è vecchio e rincoglionito, mi sa. Però è l’unica cosa che ho, è tutto quello che mi è rimasto.

Appena cala un po’ il sole comincia la partita. La più importante di tutte. La finale.

Al di là delle mangrovie, sul terrapieno. Nel campo dei computer.Lo chiamiamo così perché le porte, le bandierine, anche le gradinate che abbiamo costruito come spalti, sono fatte da carcasse di vecchi computer: scatole, schermi, tastiere, schede di silicio, fili elettrici.

Una volta i computer servivano a collegare le persone, dice il nonno. Ora servono solo per farlo sedere mentre mi guarda giocare a calcio. Io sono Mbappé, gioco a pallone. E qui alla periferia della Grande Città sono il migliore.

Stamattina però l’allenamento è stato interrotto. E non sappiamo se questa sera riusciremo a giocare la finale. Improvvisamente il terrapieno è stato invaso dai carri dell’esercito privato della Rache. Il mare si è popolato di imbarcazioni militari. Girava voce che questa notte sarebbe arrivato un gruppo di Altri.

Gli Altri arrivano dal mare. E per raggiungere la Grande Città devono per forza passare da qui. Per questo fuori dalla Grande Città esiste questo fottuto lembo di terra abitata, in perenne tentazione di sprofondare nel mare. Per fermarli.

Qui ci sono i muri. Enormi vetrate di plastica trasparente, scivolosi e impossibili da scavalcare. Qui ci sono le torrette della Rache, sparano a vista su chi si allontana dalla fila. Qui ci sono i tunnel per smistarli e le gabbie per raccoglierli.

Qui tutti lavorano nell’accoglienza degli Altri. Quelli che servono a uno scopo preciso sono raccolti insieme e spediti nella Grande Città. Quelli che possono essere utili un domani sono tenuti in vita nei campi. Gli altri sono trasformati in concime per la terra, o in mangime per i pochi animali bionici rimasti nelle fabbriche.

Gli Altri sono buoni per la nostra economia. Ma sono anche un pericolo per la nostra economia. Gli Altri sono messi a fare gli ultimi lavori di fatica rimasti. Per noi invece non è rimasto nessun lavoro, per colpa degli Altri. Gli Altri portano idee sbagliate e parole diverse. Anche se a me sembra che gli Altri, in fondo, siano uguali a noi.

Una volta ho conosciuto una bambina. È rimasta per due mesi rinchiusa nella gabbia vicina alla nostra capanna. Non ricordo il suo nome, forse non l’ho mai saputo. Aveva gli occhi azzurri. Giocavamo attraverso le fenditure della gabbia, il nonno lo sapeva e non mi ha mai rimproverato.

I bambini con cui gioco a pallone invece non lo sapevano, a loro dicevo che andavo per mare a cercare i beni degli Altri. Orologi, coltelli, pietre preziose, catene d’oro. Tutto quello che gli Altri buttavano in acqua prima che le guardie della Rache li spogliassero di ogni loro avere.

Gli Altri sono anche il nostro divertimento. E il nostro guadagno. Dopo averne braccati e uccisi a centinaia, Pelé è diventato una star. Si è trasferito nella Grande Città e il suo volto appare su degli enormi manifesti. Pelé è un fenomeno. Cristiano Ronaldo vuole diventare come lui. Io no, non voglio diventare come Pelé. Non mi interessa. Io voglio solo giocare a calcio.

Fa caldo. Fa un caldo incredibile. Per fortuna Cristiano Ronaldo è riuscito a portarci della frutta, anche se ora i droni della Rache lo staranno cercando dappertutto. Quella che inizia tra poco è la finale del torneo. A vederci ci saranno emissari delle squadre della Grande Città. E anche di altre città lontane.

Avevo bisogno di mangiare. Stasera devo fare una grande partita. Giocare per me giocando per gli altri, e viceversa. Il calcio è uno sport di squadra mi ripete sempre il nonno. Lui è un grande appassionato, e anche se è un po’ rincoglionito ricorda tutti i calciatori dei suoi tempi. Quelli famosi in tutto il mondo, quelli precedenti alla Mareggiata.

Per questo io mi chiamo Mbappé e i miei amici si chiamano Pelé e Cristiano Ronaldo.

Nella Grande Città ci sono gruppi di persone che lottano per i diritti degli Altri. Dicono che provengono da molte culture antiche e diverse tra loro, che portano idee di libertà e di uguaglianza. Di solito, però, quelli che si battono per i diritti degli Altri sono persone che stanno bene. Hanno una casa, hanno accesso alla distribuzione controllata di beni gestita dall’esercito della Rache. Hanno diritto all’acqua.

Noi invece non abbiamo nulla, e non siamo nemmeno capaci di lottare per noi. Perché dovremmo occuparci degli Altri?

Forse perché sono come noi. E tutto deve essere uno sport di squadra, come nel calcio. O almeno così dice il nonno. Da soli non si va da nessuna parte. Io però sono Mbappé. E anche se ho sei anni so benissimo dove voglio andare. Voglio lasciare questo lembo di terra salata strappato al mare. Voglio andare nella Grande Città, a giocare a calcio con i professionisti.

Il nonno mi racconta che prima della Mareggiata la Grande Città distava quasi duecento chilometri dal mare. E trecentocinquanta dal deserto. Ora la Grande Città invece si affaccia sul mare, ed è assalita alle spalle dal deserto. La Mareggiata ha cambiato tutto.

Anche la Mareggiata è colpa degli Altri.

Il nonno mi racconta che prima della Mareggiata eravamo noi a partire. Fuggivamo dalla Grande Città e attraversavamo il deserto, e il mare. Per andare nelle terre degli Altri, che non ci volevano.

Noi non avevamo nulla nemmeno allora. Gli Altri erano ricchi, avevano tutto. Ma non sono stati capaci di tenerselo. Hanno distrutto le loro terre. E le nostre.

È stata colpa dell’inquinamento, mi dice il nonno. Dell’inquinamento prodotto dagli Altri, dal loro tenore di vita. Il mare ha cominciato ad alzarsi una notte, piano piano. Poi sempre più veloce. E impetuoso. Per anni ha travolto tutto quello che si trovava davanti. Poi improvvisamente si è fermato.

La terra degli Altri ora è un’isola, senza acqua da bere. Il mare se l’è portata via tutta. Ha sciolto i ghiacci delle montagne, ha travolto i fiumi, ha invaso i laghi.

Gli Altri sono rimasti senza acqua, e hanno cominciato a farsi la guerra. Hanno distrutto quel poco che rimaneva delle loro terre ricche e rigogliose. E adesso vogliono venire qui.

Fa caldo, e tra un po’ comincia la partita. Per fortuna oggi mangiamo banane, meloni, arance e melograno. Ce li ha portati Cristiano Ronaldo. Se devo dirla tutta io non avrei problemi se venissero qui tutti gli Altri. Anche se hanno distrutto tutto, con la Mareggiata.

Io sono Mbappé, voglio solo giocare, e convincere gli osservatori per farmi portare nella Grande Città. Per giocare ancora a calcio. Per ritrovare quella bambina. Non ricordo il suo nome, ricordo solo che aveva gli occhi azzurri.

Una volta, attraverso le fenditure della gabbia, l’ho baciata.È stato il mio primo bacio.

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