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Fri, October 20, 2017

VENDONO PATRIE E CONFINI

Che senso ha scommettere sul referendum lombardo? “Rispetto a quello catalano la situazione è un po’ diversa. Lì hanno chiesto davvero l’indipendenza. Qui si vuole che la Regione chieda al Governo maggiore autonomia, anzi, ‘ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia’, come sta scritto sulla scheda. È una farsa".

ARTICOLO

“Interveniamo sulla Lombardia?” Il Vecchio deposita la cenere del sigaro sul tavolo di rovere e si passa una mano tra i capelli bianchi. Poi, tenendo sospeso a mezz’aria il pregiato cilindro di foglie di tabacco pressate, battezza nella stanza l’attesa di una risposta. Sdraiato sul divano, le spalle alle vetrate della suite dell’hotel da cui si domina il quartiere milanese dell’Isola, il Calabrese annuisce. “Comincerei subito, già lunedì. Con il referendum possiamo iniziare il 16.” Fritz, che ne pensi? Sembra chiedere il Vecchio puntando gli occhi su di lui. Ma Fritz continua a camminare nervoso davanti al frigo bar. Fritz non risponde. Si dice che abbia perso milioni a Barcellona, sbagliando la scommessa.
“Rispetto al referendum catalano la situazione è un po’ diversa” interviene lo Svizzero, cogliendo il riferimento al povero Fritz. “Lì hanno chiesto davvero l’indipendenza. Qui si vuole che la Regione chieda al Governo maggiore autonomia, anzi, ‘ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia’, come sta scritto sulla scheda. È una farsa. Ai sensi della riforma costituzionale non c’era nemmeno bisogno del referendum per chiederla, questa autonomia fiscale e sanitaria…”
“Quindi, che senso ha scommettere su questo referendum lombardo?” chiede il Biondo, seduto al tavolo di rovere, lo sguardo duro, rivolto al Calabrese. “Fare come abbiamo fatto in Catalogna” risponde il Calabrese. “Nessuna offesa Fritz, davvero. Non eravamo d’accordo.”

“Chi è capace sfrutta il fatto che ci sia un referendum, indipendentemente dall’esito. Chi non è capace, cambi mestiere” sbotta il Vecchio. “Ma non c’è paragone tra un movimento che ha portato in piazza milioni di persone e l’ennesima commedia all’italiana, organizzata per fini elettorali” dice il Biondo, stizzito, mentre aggiunge seltz alla bevanda rossa nel bicchiere. “Non credere. Al di là delle implicazioni politiche, buone solo a fare agitare le piazze reali o virtuali, le similitudini sono molte. E su questo si può giocare, a lungo termine” ribatte il Vecchio, gli occhi trasognati.
Il lungo termine, per il Vecchio, sono le Città Stato.
Per lui Milano, dove è ritornato dopo averla abbandonata negli anni Ottanta, quando tutti credevano fosse cominciato il boom mentre lui aveva annusato il declino, deve esistere esclusivamente in relazione con New York, Londra, Singapore, Luanda, Hong Kong. Oltre l’estinzione della sovranità nazionale, il Vecchio crede fermamente al ritorno delle Città Stato, porti franchi connessi tra loro. E al diavolo pure le “piccole patrie regionali”.
“Secondo il Coefficiente di Gini le diseguaglianze nella distribuzione del reddito in Italia dal dopoguerra tendono ad appiattirsi. Ovviamente con un Centro Nord in vantaggio sul Sud, ma le curve del grafico sono pressoché sovrapponibili. Poi, dal 2008 succede qualcosa. Con la crisi il Nord rimane stabile, nel Sud la curva ricomincia a salire. Nel Mezzogiorno la ricchezza torna a concentrarsi nelle mani di pochi come nemmeno nei Paesi del blocco sovietico dopo il crollo del comunismo” attacca improvvisamente a parlare Fritz.
Abbandonata la comfort zone del frigo bar, si è appoggiato alla vetrata della suite. Punta dritto lo sguardo sul Bosco Verticale, con la stessa espressione che deve avere avuto Mohamed Atta guardando le Twin Towers.

Il Biondo e lo Svizzero lo seguono con gli occhi. Il Calabrese affonda ancora di più nel divano. Il Vecchio si trastulla con i pollici le bretelle, vezzo che gli ricorda gli anni ruspanti di Wall Street.
Quando Fritz attacca a parlare, è inarrestabile: “Dal 2008 la differenza tra gli indicatori comincia a essere marcata ovunque. Il Pil lombardo cresce, trainato da Milano. Quello italiano, tolta la Lombardia, rimane stagnante. Dal 2003 al 2015 il Pil pro-capite a prezzi correnti è cresciuto del 9.7% per l‘Italia (a 24.107 euro per abitante), del 10.06% per la Lombardia (a 31.882 euro per abitante) e del 20,88% per la Provincia di Milano (a 44.975 euro per abitante). E ora guardiamo i dati del 2017: dopo una crescita del 2,1% nei primi tre mesi dell’anno gli incrementi in Lombardia sono ancora consistenti: +2,5% la produzione, +3,9 gli ordini interni, +5,8% quelli esteri e +4,5% il fatturato dell’industria locale. Oggi il Pil pro-capite di Milano è oltre i 46mila euro per abitante, segue Bolzano sotto i 35mila, quello dell’Italia non raggiunge i 25mila euro”.
Mentre Fritz, in trance, continua a snocciolare dati, è come se nella stanza il volume della sua voce cominciasse a diminuire: in dissolvenza, attutito dagli effluvi del sigaro. Per cui possiamo sentire il Biondo, scettico, ingaggiare con il Vecchio una disputa dialettica su affinità e divergenze tra Lombardia e Catalogna. Ma per comprendere bene di cosa stanno parlando, ci serve alzare di nuovo il volume della voce di Fritz.
“Con 7,5 milioni di abitanti, pari al 16% della popolazione spagnola, la Catalunya contribuisce al 19% del Pil spagnolo. Il reddito pro capite è di 27.663 euro contro 24.100 della media spagnola e la disoccupazione è al 13,2% rispetto al 17,2% del resto del paese. Su un territorio di 32mila chilometri quadrati hanno impiantato una sede circa 5.700 multinazionali estere, cioè quasi la metà, per l’esattezza il 46%, di tutte quelle che hanno deciso d’investire in Spagna. Ma la cosa più importante è che la rottura con il resto del Paese si è consumata a partire dal 2008. Anche qui, come in Lombardia, dopo la crisi le misure di austerity imposte dal governo centrale hanno contribuito a fomentare un sentimento separatista che all’inizio era condiviso da una minoranza della popolazione. E ora è maggioritario”.
Ecco cosa dice Fritz, prima di tornare al frigo bar, esausto. Quindi lo apre per tirare fuori una bottiglietta di Caol Ila e ingollarla tutta d’un fiato senza passare da ghiaccio o bicchieri.

“Quindi puntiamo sulla Lombardia come abbiamo puntato sulla Catalogna. Tra l’altro in Italia la prossima primavera ci saranno le elezioni politiche, potremmo ritagliarci un bello spazio di manovra” aggredisce l’aria il Calabrese.
“Un attimo” interviene lo Svizzero. “Ok le similitudini tra Lombardia e Catalogna che attestano la stessa dimensione della ricchezza proveniente dall’industria, dal terziario e dagli investimenti esteri. Ok gli indicatori economici, che presentano le due regioni come avanguardie continentali, al livello di Baden-Württemberg, Baviera e Rhône-Alpes, e ci raccontano che, isolate da Italia e Spagna, avrebbero cominciato una formidabile ripresa già all’indomani della crisi del 2008. Ma non possiamo negare le differenze storiche e politiche”.
Gli sguardi degli astanti si posano tutti sul Vecchio. Il cilindro di foglie di tabacco pressate è oramai prossimo alla consunzione. Un fulmine illumina a giorno il panorama di NoLo, il quartiere gentrificato che meglio di ogni altra analisi racconta la spettacolare trasformazione di Milano in una Città Stato. Un’economia florida e del tutto scollegata dallo stato nazione che la ospita, una struttura che sembra avere dimenticato la modernità e, negando ogni visione progressiva della Storia, ha cominciato a ricalcare le architetture sociali del Medioevo. Da una parte gli uomini liberi, a dilettarsi nelle arti e nei mestieri, dall’altra i servi della gleba. O forse è proprio questo l’apice della modernità. Il punto più alto dell’espansione capitalista. Lo aveva scritto Giorgio Agamben. Da una parte i Cittadini, dall’altra l’uomo divenuto sacer, privo dei diritti di cittadinanza, spogliato della vita. Questo accade oggi nelle Città Stato.
“Se guardiamo il grafico delle economie in crescita all’interno dell’Unione Europea dal 2008, Milano è dietro solo il Baden-Württemberg, poi abbiamo Barcellona, poi la Catalogna e la Lombardia. Italia e Spagna non pervenute. A differenza della Germania, nel Mediterraneo dobbiamo insistere sulle città, non sulle regioni, se vogliamo prenderci qualcosa” mormora Fritz, oramai sdraiato sul divano a fianco del Calabrese.
“Cominciamo dalle regioni, però. Ci serve ancora declinare etnie e strutture linguistiche per avere l’appoggio popolare al tempo della crisi. Io comunque ci sto” chiosa lo Svizzero. “Va bene” attacca di nuovo il Biondo, chiaramente il più perplesso. “È ovvio che il referendum lombardo è pura mossa elettorale, senza alcuna incidenza concreta sugli assetti dello Stato. Qui manca tutta la dimensione politica della spinta indipendentista catalana. Siamo oltre ogni senso del ridicolo.”

Il Vecchio sospira. Un tuono sconquassa l’atmosfera e fa scuote i vetri della suite. Una scarica di pioggia si abbatte all’improvviso sullo skyline milanese.
“Devo ripetermi. Noi non giochiamo sulla legittimità del referendum, e tantomeno sul suo esito. Noi giochiamo sul fatto che ci sia un referendum. Poi, cosa volete che vi dica? Vogliamo le masse in piazza in Lombardia a chiedere l’indipendenza? Possiamo farlo. Guardate alla Catalogna. L’avidità della borghesia, i sentimenti separatisti dei ricchi, non c’è nemmeno bisogno di manipolarli”.
E mentre il Vecchio parla guarda il quartiere Isola, e non vede la gentrificazione o il Bosco Verticale, ma il ricordo di Centri Sociali e case occupate nelle quali viveva prima di scavalcare la barricata e trovarsi dall’altra parte. “A destra, davanti alle piccole patrie i fascisti sono sempre i soliti. Basta pensare all’Ucraina, Casa Pound con Kiev, Forza Nuova con il Donbass. Vedono patrie e confini e impazziscono da soli. A sinistra ormai basta poco. Inutile raccontare che l’indipendentismo catalano ha radici premoderne, che nel 1714 la partita era tra Filippo V di Borbone e l’arciduca Carlo VI d’Asburgo. Bastano due poster della Cnt, una spolverata di Orwell e due slogan del 1936 per far credere che la Catalogna voglia una repubblica socialista. E portare la gente in piazza nel resto d’Europa. Parlano di autodeterminazione dei popoli, ma non siamo negli anni Settanta: Aimé Césaire e Frantz Fanon non li legge più nessuno.” Il sigaro giace spento, consumato della sua cenere sul tavolo di rovere. “Interveniamo sulla Lombardia?” chiede di nuovo il Vecchio.

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