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Fri, December 6, 2019

UK: il rigurgito reazionario nel segno del Brit-Pop

Dopo il punk di rottura, la “spice-mania” come effigie del riflusso politico, dell’addomesticamento culturale e dell’individualismo spinto. Nel “Brit Pop” c’era questa smania di essere al centro del mondo, ritrovare la centralità perduta mettendo in bella mostra l’Union Jack. Nessuno poteva immaginare, però, che quei segni sarebbero stati l’inizio della fine, sancita dai rigurgiti reazionari e il delirio della Brexit.

Una volta Impero, sempre Impero.

Ne La banda dei brocchi di Jonathan Coe, il giovane Paul Trotter, strafottente bambino con precoci simpatie conservatrici, si allontana dopo averne combinata qualcuna delle sue canticchiando noncurante Anarchy in the UK dei Sex Pistols.

Il libro, ambientato negli anni Settanta, racconta il momento di passaggio del paese verso gli anni Ottanta di Margaret Thatcher: distruzione dello stato sociale, soppressione violenta delle proteste lavoratori, evaporazione della società, istituzione del neo-liberismo come unica dottrina cui votare la vita. «There is no alternative».

Qualche anno dopo, Jonathan Coe ritorna sul luogo del delitto con Il circolo chiuso. Questa volta siamo negli anni Novanta. Margaret Thatcher non c’è più. Il primo ministro è Tony Blair, che ha riportato il Labour al governo con un’operazione spregiudicata e pericolosa: l’ha dipinto a nuovo, gli ha messo la parola “New” davanti, e l’ha fatto diventare un partito di destra che solo un’abile strategia di storytelling ha potuto radicare nel discorso come «Terza Via».

Dalle parti di Westminster i conservatori non sono tristi. «Blair porta avanti le nostre politiche», dicono. Lo stesso Paul Trotter di Jonathan Coe è diventato adulto. Adesso è un deputato. Da bambino di destra, ad astro nascente del nuovo partito laburista votato alla religione del mercato, al dio del profitto e al feticcio dell’individuo come strumento del potere.

Quando canticchia i Sex Pistols vede nell’anarchia distruttrice la possibilità di radicare un nuovo regime fondato sull’individualismo, lo spettacolo permanente e il feticismo della merce.

E quando Johnny Rotten squarcia il velo di Maya, torna (l’alter-ego) John Lydon e fonda i Public Image Ltd cercando di criticare il sistema da sinistra. Ma è troppo tardi. La storia ha preso una deriva diversa.

Tony Blair non ha mai nascosto il suo amore per la musica. Nel mondo diventato favola, escono video e foto che lo vedono armeggiare maldestramente una Fender Telecaster. Lo strumento che in mano a Billy Bragg rappresentava l’arma dei minatori contro la Thatcher, diventa uno strumento del potere come un altro.

La stessa musica è stata la colonna sonora dell’ascesa prepotente di Blair e dell’agenda politica che ha rappresentato. Una moda inevitabile.

In The Ghost Writer di Roman Polanski, lo scrittore disimpegnato senza nome interpretato dall’ex trainspotter Ewan McGregor (film che, non a caso, si chiude col protagonista che si normalizza “scegliendo la vita”, la passione triste e il feticismo della merce) confessa di averlo votato «perché era una moda» e «tutti lo avevano fatto».

Il desiderio di essere come tutti, divertirsi come tutti. Una logica dell’entertainment chiamato dagli abili spin-doctor “Cool Britannia”.

Dopo il grigio, la festa. La dance, il rock’n’roll. Lo spettacolo per le masse che rinuncia alla sua carica tesa, nervosa e politica — che negli anni Ottanta voleva dire post-punk, collettivizzazione, marxismo radicale e radicalità sonora — diventa invece il mezzo per un inedito addomesticamento. Più giovane, più simpatico, ma ugualmente letale. Dopo la festa, c’è la lunga notte.

Sono gli anni del “Brit Pop” e delle Spice Girls. Con Noel Gallagher che rimette la Union Jack al centro dell’immaginario posizionandola sulla sua chitarra. Quella stessa bandiera che, con strasse e paillettes, fascia il corpo di Geri Halliwell.

Sono gli anni di una musica disimpegnata e votata a un divertimento spettacolare, che funziona indistintamente da colonna sonora per andare al pub il venerdì sera o allo stadio il sabato pomeriggio; accompagnare le maratone di beneficienza di Lady Diana (martire perfetta del pop sacrificata dallo spettacolo sull’altare della conservazione dei poteri, come magistralmente ritratto dal socialista Stephen Frears in The Queen).

“Brit Pop” e “Spice Mania” proseguono la guerra di Blair con altri mezzi, immergendosi nella sbronza collettiva, anni dopo quella Do they know it’s Christmas che istituzionalizza la benevolenza privata delle pop-star miliardarie. Dai Duran Duran, i manichini di una nuova destra proletaria che sogna i paradisi tropicali, a Bono degli U2, passando per Phil Collins, che ama così tanto il suo paese da avere la residenza fiscale in Svizzera.

Distruggere lo stato sociale. Distruggere la tensione della musica. Addomesticarla, renderla prona al potere, per le masse.

Non è un caso che sia la Union Jack il tratto distintivo: già feticcio del National Front, il partito fascista che negli anni Settanta aiutava la polizia nel picchiare e reprimere con la scritta oggi nuovamente familiare “Make Britain Great Again”.

Mentre le bombe inglesi sibilano in Afghanistan e il welfare state è smantellato al grido di profitto, lavoro e gentrificazione, un nuovo sentimentalismo prende piede: i Coldplay, con il loro amore non problematico, la loro complessità da liceale spaventato, la mollezza di una non-passione completamente priva di perturbante.

«Cause London is drowning, and I, I live by the river». La Brexit, il ritorno del fascismo, i riots, il rancore e il risentimento. Boris Johnson e la psicopatologia del quotidiano, Nigel Farage come antichrist anarco-capitalista e buffone. È una storia che arriva da lontano.

Gli anni Novanta hanno prodotto un ottimismo posticcio a colpi di morning glory, nuova coolness, fiumi di cocaina da riversare nel dirty ol’ river trasformati in una vera e propria festa permanente. Un party che quando finisce non lascia altro che macerie, paranoia, tasse universitarie altissime, nessun sussidio di disoccupazione, e affitti stellari in topaie che non consiglieresti nemmeno ai tuoi peggior nemici.

Nel “Brit Pop” c’era questa voglia di essere al centro del mondo, esaltando la common people, ballando sulla conclusione di un millennio in cui si era ritrovato il protagonismo e la centralità perduta. Nessuno poteva immaginare, però, che quei segni sarebbero stati i fondamenti della fine.

«Let’s all meet up in the year 2000/Won’t it be strange when we’re all fully grown» cantano i Pulp. Il nostro Paul Trotter de La banda dei brocchi è cresciuto, e dimostra che quando sei fully grown è molto probabile che tu sia diventato uno stronzo.

Un inglese bianco di mezza età che se ne fotte di tutto quello che gli succede intorno e, al netto del suo lauto stipendio e della solida rendita di posizione, decide di credere ai vaneggiamenti sulla grandezza perduta e sullo straniero come nemico da ricacciare. Una volta Impero, sempre Impero.

E nei confini imperiali non c’è spazio per chi non crede. Guai a chi non mette la Union Jack in bella mostra.
#uk#brit-pop#brexit#tony blair#margaret thatcher

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