Decodificare il presente, raccontare il futuro

Fri, May 15, 2015

THE SLIDING DOOR

Tutto già visto, tutto già sentito

ARTICOLO

Dal diario di Philip Wade
«Five more damned years?» titolava il “Mirror” qualche giorno fa. Una pagina nera come la pece, una scelta tipografica che listava a lutto, e al centro quella frase in bianco. In alto due parole eloquenti: «Condemned again».
Again è una parola che ha qualcosa di ipnotico. Ripeti “di nuovo” per trent’anni e otterrai “sempre”, come nella perversa moltiplicazione di un’ipotetica algebra delle parole. Again, again, againAnd Good Morning, Eighties.
E oggi non è più oggi, oggi è il 1980, come nella prigione di un eterno presente da cui è impossibile evadere. Come in quel cortocircuito percettivo che chiamano déjà vu. Vivi un’esperienza nuova e hai l’impressione che sia già accaduta. La scoperta si assimila al ricordo, la possibilità si cancella in un eterno ripetersi. E si recita a copione.
Alcuni dicono che il déjà vu sia un “errore di memoria”. Messa così, somiglia a una formula informatica. Per altri, invece, è il ricordo latente di un sogno, che imprime tracce nella memoria a lungo termine destinate a tornar su, fino alla coscienza. Io credo che sia il ricordo di un incubo, destinato a riaffiorare come un cadavere che torna a galla…
David Cameron e i Tories hanno fatto saltare il banco. Hanno sconfitto il Labour di Ed Miliband e rovesciato tutti i pronostici. Maggioranza assoluta ai Comuni. Anche i bookmakers hanno sbagliato.
I conservatori hanno vinto con un programma basato sulla ripresa economica e sulla lotta alla disoccupazione. Spingere la domanda interna attraverso una moderata austerity e un abbassamento delle aliquote fiscali. Mercato, again. E all’orizzonte hanno tracciato un referendum che nel 2017 potrebbe essere la condanna a morte dell’Unione europea.
L’uomo forte dei conservatori ha scommesso sulla riduzione delle tasse. È un déjà vu che fa curvare il continuum, e mentre scrivo è come se avvertissi l’accelerazione di un salto temporale. Succede nella macchina del tempo delle politiche neo-liberiste. Succede di tornare alla vecchia reaganomics, al turbocapitalismo degli anni Ottanta. Ai giorni della rivoluzione conservatrice che investì il mondo. Tutto già visto, tutto già sentito. Un ritorno a quel 1980, al colpo di ghigliottina sul decennio delle grandi lotte e dell’economia sociale di mercato. Tasse basse per remunerare le imprese, svolta privatistica sul controllo delle industrie, niente restrizioni al sistema bancario e alla finanza internazionale. E liberalizzazione del mercato del lavoro. La signora Thatcher e il suo Employment Act.
Da allora nessuna possibilità, nessuna alternativa, come se il futuro fosse una semplice appendice del presente. Del resto, “The lady is not for turning” diceva “Maggie”. La fine della storia.
Il viaggio nel tempo continua… E adesso è il 1981. L’attore in Tv spiega al mondo la politica della defiscalizzazione. Indica un grafico, seduto a una scrivania, direttamente dallo Studio Ovale. Perché l’attore si chiama Ronald Reagan ed è il quarantesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Taglierà del 25% l’imposta sul reddito.
Dopo la sconfitta del Labour si è espresso anche Tony Blair. Again, anche qui. Ha detto: «Impariamo dalla sconfitta, torniamo al centro per vincere». Di nuovo racconta che il punto medio è esente da estremismi. La virtù sta nel mezzo, sostenevano i latini. E invece è lì, nel mezzo, che ha covato in tutti questi anni il vero estremismo.
A Blair la “sinistra-centro” di Miliband non piace. Vuole rivedere la strategia per riprendersi il “big business” e gli elettori che intendono “avanzare nella vita”. Vuole che il Labour offra “ambizioni e aspirazioni”, oltre che “cure e compassione”, a chi lavora duro. Parla così, lui che non la conosce davvero, la working class. Lui che non ha niente a che fare con uomini come mio padre, con famiglie come quella in cui sono cresciuto. Dice che se i laburisti non si convinceranno a mettere davvero mano al welfare, allora perderanno sempre, perché intanto lo stanno facendo i conservatori. Eccolo, un vero estremista di centro, nel momento in cui David Cameron abbandona i lidi del centrismo in cerca di altri approdi.
Una volta, quando si votava il Labour, era tutto diverso. Nella Liverpool prima della Thatcher  c’era un criterio semplice per definire la propria appartenenza: il principio di equità, e la critica delle diseguaglianze. Ora leggo un leader laburista celebrare il miracolo conservatore in Inghilterra, il sogno dei Tories. Fingono di non vedere quello che hanno intorno. Non serve nemmeno uno strumento come il coefficiente di Gini: non serve misurare la diseguaglianza della distribuzione di ricchezza, capire se i valori sono più vicini all’equidistribuzione o alla massima concentrazione.
Basta camminare per London City in questa primavera di metà anni Dieci, in questo spazio che il tempo immoto congela. Basta visitare il Regno Unito per scoprire l’incubo celato nel sogno dei Tories.
Ogni giorno, nelle aule del Birkbeck, ai miei studenti chiedo lo sforzo di guardare oltre l’immediato. Quello che non ci si domanda, di fronte alla crescita e al calo della disoccupazione, di fronte all’efficacia del sistema dei conservatori, è quale sia il prezzo da pagare. Quello che non si vede nella ricetta tory è la ferocia delle diseguaglianze. Again.
Il divario economico che divide sempre più il benessere di Londra dalla relativa povertà nel resto del Regno Unito. Il divario che separa le persone in età lavorativa, e la concentrazione della ricchezza a favore di una piccola élite. Quello che non si vede è il neocolonialismo. Un déjà vu nel déjà vu… Perché Londra è una città di fortissimi squilibri, dove la vetrina da luna park si oppone alle banlieues. Ed è diventata anche la Tortuga del mercato globale, una piattaforma offshore nel primo mondo per il secondo mondo. La City va a prendersi i mercati emergenti e al tempo stesso ha lo status del porto franco. I conservatori mirano a rafforzare questo: se calano i profitti dalla troppo regolata attività europea, si deve estrarre dalle economie non regolate. Sfruttamento delle materie prime, proventi di capitalisti esotici che reinvestono in asset occidentali.
Un’altra cosa che non si vede nella ricetta tory è il dumping sociale. Londra attrae migliaia di giovani, con il dinamismo e le poche regole, e quei giovani lavorano sottopagati prima di essere espulsi dai costi insostenibili della città. Non sono i miei studenti, ma comunque lo so bene. La fiscalità agevolata per i non domiciled, al tempo stesso, attrae capitali. Una norma che Miliband voleva cancellare.
E non lo vedono – non lo vogliono vedere – il carattere elitario dell’istruzione. E i costi per le scuole migliori che si fanno esorbitanti. Ricordo ancora una lezione dei miei anni a Roma, quando ero allievo di Federico Caffè. Auspicando una vera uguaglianza delle posizioni di partenza, il mio maestro puntava il dito sul numero chiuso nell’università statale. Non aveva ancora visto niente, ma aveva capito tutto e preferì sparire in quel decennio infinito che sono gli Ottanta.
Cameron dà per scontato il conflitto tra classi, non lo nasconde come un centrista qualunque. Sceglie una nuova retorica. E attacca l’Europa, attacca – di fatto – la libera circolazione dei cittadini nell’UE, vuole più potere per i parlamenti nazionali. Fa dell’elitismo una bandiera e rappresenta l’Europa come un insieme di vicini invadenti. Abbandona il centrismo, e monta una politica che ammicca pericolosamente a xenofobia, trickle-down, isolazionismo. Again. Anzi molto più di prima.
In questo déjà vu non si torna soltanto agli anni Ottanta del Novecento, ma al colonialismo dell’Ottocento. È l’Otto il numero magico e perfetto di questo già visto, che sostituisce il movimento frenetico dei capitali allo scorrere del sangue. Il meccanismo, però, non cambia. Il Regno Unito non prova nemmeno a riformare quest’Europa “dall’alto”, mentre la primavera greca tenta di farlo “dal basso”. Ha scelto una strada breve, contro la lunga via europea.
Qualcuno diceva che la Storia si ripete sempre due volte: come tragedia prima, come farsa poi.
Non c’è nessuno choc liberatorio in un déjà vu, nessuna perturbanza che possa illuminare nuove percezioni. È solo un modo con cui l’inconscio ci ricorda quello che la coscienza è disposta a ignorare: che la Storia può ripetere sé stessa come tragedia senza fine.

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