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Thu, May 21, 2020

LA CENTRALITÀ DELLA CINA NELLE SOCIETÀ GLOBALI. INTERVISTA A SIMONE PIERANNI, AUTORE DI “RED MIRROR”

Dopo aver pubblicato un estratto del suo ultimo libro, “Red Mirror”, abbiamo intervistato Simone Pieranni in merito a sorti e contraddizioni del capitalismo di sorveglianza cinese, che si appresta a rimodellare le odierne società globali e a mutare le nostre esistenze.

Dopo aver pubblicato un estratto del suo ultimo libro, Red Mirror, abbiamo intervistato Simone Pieranni in merito a sorti e contraddizioni del capitalismo di sorveglianza cinese, che si appresta a rimodellare le odierne società globali e a mutare le nostre esistenze. Perché la Cina, per dirla con Charlie Brooker, il creatore di Black Mirror, è «il nostro presente tra dieci minuti».

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Simone, nel tuo ultimo libro Red Mirror, appena uscito per i tipi di Laterza, tratteggi in maniera molto approfondita le caratteristiche del capitalismo della sorveglianza cinese. Partiamo forse dall’esempio più calzante, quello delle smart city (l’utopia della città perfetta, automatizzata e senza contraddizioni), per raccontare la Cina di oggi?

Il progetto di smart city di fatto sublima tutte queste caratteristiche e permette alla Cina di ovviare ad alcuni problemi. Innanzitutto il controllo sulla popolazione. Le città cinesi da sempre sono costruite e sviluppate in modo da essere facilmente controllate. Durante il maoismo le città erano suddivise per quartieri che quasi sottolineavano le classi sociali e sia nei quartieri operai sia nei villaggi il sistema di controllo era assicurato da numerose organizzazioni formali e informali che riferivano al partito comunista.

Lo sviluppo edilizio e il boom urbanistico, avuto con l’“apertura” di Deng Xiaoping, ha portato a creare città centrate sulle gated community, proprio come in Occidente. Si trattava anche in questo caso di luoghi iper-controllati e “sicuri” all’interno dei quali, tra l’altro, viveva un’economia consentita e organizzata proprio dal partito comunista. Le smart city sono una naturale evoluzione di questo processo: città iper-controllate, basate sull’internet delle cose, controllo del traffico e dell’inquinamento.


Tra gli altri temi che affronti ci ha molto colpito la questione dei crediti sociali – un sistema di premi e punizioni che determinano lo status del cittadino – e le app onnicomprensive per il telefonino, che non solo servono per fare tutto, ma sembrano quasi obbligatorie per poter fare qualsiasi cosa…

Proprio partendo dal concetto delle smart city entrano in gioco le app e i “crediti sociali”. Chi potrà vivere in queste città che la Cina prevede conterranno al massimo di 2 milioni e mezzo di abitanti? Sicuramente i più ricchi, intanto, proprio come da noi.

Ma, potremmo dire, che ci vivranno i ricchi “affidabili”, laddove l’affidabilità sarà assicurata dal sistema dei crediti sociali e dal controllo dei propri dati estratti dalle app con cui in Cina, ormai, si fa di tutto. I crediti sociali sono un passaggio della grande attenzione che da sempre la Cina pone all’ingegneria dei sistemi e consentirà una sorta di classificazione della popolazione sulla base di diversi gradi, appunto, di “credibilità”.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è il tuo sguardo marxista sulla società cinese e sulle sue contraddizioni: non ti limiti a fotografare il potere del Pcc, ma ne fai una genealogia. Ci racconti quali sono le forze in campo che permettono la realizzazione di questo sistema? Ovvero come da un lato alcune dinamiche di controllo partano paradossalmente dal basso, essendo state introiettate storicamente negli usi e costumi di questa società, e dall’altro come nella dialettica tra governanti e governati questi ultimi agiscano quotidianamente sul potere del Partito.

La società cinese è molto più viva e reattiva di quanto pensiamo, ma deve essere sempre inquadrata all’interno del particolare contesto in cui è immersa. Potremmo dire, usando un’iperbole, che ogni cittadino in Cina è un “controllore”, o almeno così forse desidererebbe il Pcc. C’è infatti una somma di controlli: quello fisico tra cittadini e quello tecnologico sui cittadini.

Il paradosso, a mio avviso, è questo: al Pcc serve molto di più il controllo fisico e costante e quotidiano nei quartieri, soprattutto per avere il polso della situazione sociale. La dialettica, pertanto, è questa: ti controllo ma grazie a questo miglioro anche le tue condizioni di vita. E in Cina accade davvero così, altrimenti non si spiegherebbe come una popolazione storicamente ribelle, al contrario di quanto pensiamo noi, accetti questo patto. E infatti, dal basso, partono molte iniziative che l’alto raccoglie.


Ci fai degli esempi concreti?

Il caso più emblematico è la protesta contro l’inquinamento. Alcune di queste proteste contro fabbriche inquinanti sono state controllate e gestite da polizia e funzionari ma al tempo stesso sono state “sostenute” dallo stesso partito comunista, riconoscendo la protesta come giusta e soprattutto non pericolosa riguardo la centralità del Pcc. E i risultati sono stati significativi: fabbriche inquinanti chiuse, e magari qualche arresto tra i più “facinorosi”.

Il messaggio mi pare piuttosto chiaro. In Cina senza il Pcc non succede niente. Questa costante dinamica guardia-ladro è probabilmente uno dei motori che ha consentito alla Cina uno sviluppo incredibile nel campo tecnologico. Le difficoltà aguzzano l’ingegno, certo, ma pensiamo a un altro fenomeno: la censura. Da un lato ha bloccato i competitors occidentali delle aziende locali, dall’altro ha sviluppato una corsa costante a produrre contenuti in grado di arginare la censura stessa, o al contrario app e software per perfezionarla.

Insomma, i pro e i contro per il Pcc alla fine risultano essere sempre pro. Anche se non mancano spinte dal basso che si rifanno al maoismo e che, ogni tanto, creano dei grattacapi. Del resto, parafrasando Deng Xiaoping, la Cina deve mantenere una forte vigilanza contro la destra, ma soprattutto contro la sinistra…


Altro punto fondamentale, oggi che la Cina si appresta a guidare l’attuale fase della globalizzazione, è l’analisi del suo sviluppo storico. Ci racconti, a grandi linee, quali sono stati i “passi da gigante” che la Cina ha fatto negli ultimi decenni in termini di sovvenzioni alla ricerca e allo sviluppo, e cosa faceva l’Occidente davanti a questa crescita?

Il momento cruciale è il 1989. Dopo la repressione delle proteste, il Pcc si è reso conto che si andava verso una società in cui tecnologia e comunicazione sarebbero state sempre più importanti. C’era da riprendere contatto con gli intellettuali sacrificati in nome dell’esaltazione delle forze produttive, cioè contadini e operai. Dal 1989 cambia tutto, proprio mentre in Occidente il neoliberismo disintegrava il peso degli Stati, in Cina accadeva il contrario: lo Stato finanziava progetti di ricerca e mandava all’estero giovani laureati per preparare quello che vediamo oggi. L’Occidente metteva a disposizione dei cinesi il proprio know how, poi i cinesi tornavano in Cina e procedevano a sinizzare il tutto.

Nel 2001 la Cina entra nella World Trade Organization accompagnata per mano dagli Usa, e l’Occidente rimane deluso: si pensava che accogliere la Cina nel consesso economico globale avrebbe inaugurato in quel Paese un percorso democratico. Grave errore, davvero incredibile: da lì in avanti la Cina avrebbe dimostrato che i processi perversi del neoliberismo sono controllati e sfruttati molto meglio da un sistema autoritario, cioè quello che in Occidente probabilmente tanti governi sognano di essere, senza poterci riuscire.


Rimanendo sulle contraddizioni in seno alla società cinese, oltre a quelle interne, ne emergono di enormi anche all’esterno. La politica espansiva cinese sul doppio binario dell’estrazione di materie prime nei territori africani e delle reti commerciali della Via della Seta, a un occhio profano, sembra tutto fuorché moderna. E ricorda, invece, le primissime fasi dell’espansione borghese occidentale, tra crociate ed esplorazioni marittime.

La Cina ha bisogno di nuovi mercati per il proprio surplus manifatturiero e soprattutto per il proprio capitale: l’edilizia ha chiuso la sua epoca, serve diversificare investimenti e non basta il debito americano. In più, ha capito che può avere un peso diverso da quello avuto in passato: in questa epoca di presunto rigetto della globalizzazione, si nasconde un’ambizione geopolitica che vede la Cina controllare processi, snodi commerciali e influenzare molto più che in precedenza il mondo occidentale.

Il paragone che fate rispetto alle prime fasi del colonialismo occidentale è giusto, ma lo è anche per il “vestito” della nuova Via della Seta: dietro le mirabolanti avventure dei big data, c’è il lavoro umano, ci sono persone sfruttate come accadeva in un passato che invece sembra franato nel presente. La macchina del tempo si muove avanti e indietro, il problema è per chi ci rimane in mezzo.


Con l’ultima domanda, ritorniamo al titolo del tuo libro che riprende la fortunata serie distopica Black Mirror – descritta dal suo creatore Charlie Brooker come «il nostro futuro tra dieci minuti» – e lo declina nel rapporto tra Cina e Occidente. Detto che la Cina sembra essersi preparata da millenni ad arrivare a questo futuro prossimo, in quali condizioni arriveremo noi occidentali, totalmente impreparati, a questi famosi “dieci minuti” di futuro?

Al di là della Cina, è innegabile che il ciclo di accumulazione del capitale iniziato negli anni ‘70 è finito dritto in Asia. Lo spiega benissimo Giovanni Arrighi nel suo seminale saggio Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo (Feltrinelli 2008).

Dovremo abituarci a non essere più centrali nel mondo, abituarci a vedere gli altri giocare partite che noi chissà quando giocheremo. Il rischio vero però, e come sempre, è di essere noi il pallone.

Simone Pieranni dal 2006 al 2014 ha vissuto in Cina, dove torna appena possibile. A Pechino ha fondato l’agenzia di stampa China Files e attualmente lavora a Roma al quotidiano «il manifesto». Tra le sue pubblicazioni: il romanzo Settantadue (Alegre 2016) nella collana “Quinto tipo” diretta da Wu Ming 1; Il nuovo sogno cinese (manifestolibri 2013); Cina globale (manifestolibri 2017); il podcast sulla Cina contemporanea Risciò (con Giada Messetti, Piano P 2017). Per Laterza è autore di Genova macaia (2017) e Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina (2020)
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