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Wed, April 20, 2016

SE I SOLDI NON FANNO LA FELICITÀ LA PARITÀ INVECE SÌ

Lo dimostra il caso di Kerala, nel Sud dell'India. Dove i contadini posseggono poco ma non invidiano nessuno

ARTICOLO

20 APRILE 2016 – E’ opinione piuttosto radicata nella cultura occidentale che ad un incremento delle proprie disponibilità economiche e del proprio benessere materiale corrisponda un paritetico se non superiore incremento della felicità personale.
Chi di noi non ha mai pensato che giocando la schedina e vincendo una cifra importante potrebbe smettere di lavorare, dedicarsi alle attività che vuole e di conseguenza essere più felice? Ma già il fatto che negli ultimi anni lo Stato abbia introdotto una rendita mensile al posto di una somma una tantum dovrebbe farci venire qualche dubbio sull’utilità di una vincita improvvisa. Per non parlare del fatto che solitamente i vincitori non si palesano, e non per un motivo fiscale (la vincita erogata è già al netto delle imposte), ma per salvaguardare la propria tranquillità. Insomma sembra proprio che vincere risolva alcuni problemi ma ne porti con se inevitabilmente degli altri. Tuttavia molti di noi vivono ancora con questo miraggio, quando invece moltissimi studi hanno dimostrato che non c’è corrispondenza diretta fra aumento del reddito e aumento della soddisfazione personale. Se è vero che i soldi non danno la felicità è però vero il contrario: la mancanza di denaro se è fonte di preoccupazione per la paura di non arrivare alla fine del mese, per i debiti da pagare, perché si teme di non avere cibo e cure a sufficienza per se stessi e per i propri cari, allora può provocare un profondo malessere. In questa situazione un incremento anche piccolo del reddito effettivamente porta ad una maggiore serenità. Ma nel caso in cui l’aumento del reddito serva soltanto a garantirci una maggiore quantità di agi e a toglierci qualche soddisfazione come migliori ristoranti, vacanze o un ambiente più prestigioso, beh allora la situazione cambia, perché si sottovaluta fortemente il fatto che a questo maggiore benessere ci si abitua facilmente. L’uomo è programmato dalla notte dei tempi ad abituarsi alle condizioni esterne con facilità, pena la sopravvivenza. E alle condizioni migliori ci si abitua più facilmente che a quelle peggiori. Sta di fatto che, passato il momento iniziale, anche vincendo una somma ingente rimaniamo con il nostro atteggiamento, i nostri pensieri, le nostre paranoie e il nostro stato d’animo iniziale. A riprova che la ricerca della felicità alberga dentro di noi. Chi poi è nato nel benessere non sperimenta neanche l’euforia iniziale del cambio di status. Lo dimostra il fatto che le ricerche misurano pari livello di soddisfazione a prescindere dal reddito. Invece sembra che ci sia un altro fattore che incide fortemente sulla nostra salute mentale, ed è la proporzione fra il nostro reddito e quello degli altri a cui ci paragoniamo. Non importa quello che abbiamo perché quello che ci rende profondamente insoddisfatti è la frustrazione che proviamo quando gli altri hanno più di noi. E’ sempre il nostro istinto primordiale che ci impone di avere più degli altri per non soccombere. Lo dimostra il caso del Kerala, stato federale nel sud dell’India, dove lo Stato è riuscito ad infondere nei suoi cittadini un piacere di vivere proporzionalmente molto elevato in rapporto agli scarsi mezzi a disposizione. A differenza di altri Stati del terzo mondo, qui  tutti sanno leggere e scrivere, le famiglie di contadini posseggono la terra che lavorano (anziché sgobbare per i grandi proprietari terrieri), le aspettative di vita sono elevate grazie a cure mediche, igiene e ospedali, e i cittadini hanno fiducia nel futuro. Dove le disparità fra ricchi e poveri sono molto maggiori, come nel Brasile, le persone si ammalano e muoiono prima, anche se un Brasiliano povero guadagna in media più di un appartenente alla classe media del Kerala. Sembra proprio che felicità faccia rima con parità. Perché allora crediamo ancora che il denaro dia la felicità? Perché non siamo mai stati abituati a capire quali sono i nostri veri bisogni, che cambiano da persona a persona. Perché molti “Diavoli” dall’anima anestetizzata dalla bramosia di potere, denaro e successo hanno tutto l’interesse che la moltitudine la pensi in questo modo, essendo così più facile da manipolare, indirizzare, persuadere. Avere tante teste pensanti con bisogni diversi, non necessariamente orientati al consumismo, metterebbe in difficoltà un sistema ben collaudato dove molti prosperano a discapito di tanti altri. Peccato però che l’ambizione dei primi non garantisca l’appagamento più profondo a nessuno ma sia una magra consolazione per tutti gli altri visto che comunque siamo naturalmente propensi a pensare che “l’erba del vicino sia sempre più verde”. Allora continuiamo a giocare d’azzardo, così almeno lo Stato incassa svariati miliardi e noi perpetuiamo l’illusione che un drastico cambio di vita possa essere la soluzione a tutti i nostri problemi. A meno che non ci trasferiamo tutti nel Kerala.

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