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Mon, November 24, 2014

SCACCO MATTO

Ovvero come se l’Europa stampasse denaro e comprasse azioni

ARTICOLO

New York City, 24 novembre 2014

Mi chiamo Derek William Morgan. Ho cinquantadue anni, la camicia bianca, la cravatta scura, il passaporto americano. Nella grande banca sono l’uomo più potente del board con competenza privilegiata sull’Europa. Sono bianco, anglosassone, protestante. Attorno alla finestra che guarda il traffico di Murray Street, diciotto piani più in basso, anche le pareti del mio ufficio sono bianche, essenziali e pratiche. Se chiudo gli occhi e mi lascio andare sullo schienale della poltrona, continuo a vedere chiaro. Ma non mi lascio andare, mai. Alla parete dove al mattino batte la luce, appena ho un momento, devo sistemare la riproduzione della Cascata di Escher: messa così per storto annulla l’illusione ottica, fa sembrare che l’acqua stia scendendo invece di salire. E nel mio mondo la gravità non è una legge di natura, ma solo un modo di vedere le cose. Devo cambiare anche la suoneria del telefono. Quello squillo è insopportabile.
− Derek Morgan.
− Dovresti usarlo il secondo nome.
Dall’altra parte della linea, e dell’Atlantico, il timbro profondo di Jason Reed, col suo accento newyorkese da yankee all’ombra dell’Elizabeth Tower. Jason William Reed. In comune abbiamo il secondo nome, e poco altro.
− Non mi piace perdere tempo.
− Sono solo due sillabe.
− Il tempo è tutto.
A Londra, Reed occupa una posizione equivalente alla mia presso un competitor della grande banca, il secondo player di mercato. Ogni tanto ci sentiamo, il numero della linea interna gliel’ho dato io. Quando lavoravo in Inghilterra, ci vedevamo anche. Sempre al “Berkeley Hotel”. Ma quei giorni sono finiti. La consuetudine americana vuole che tra concorrenti, fuori dal campo di battaglia, si seppellisca l’ascia di guerra. È come il terzo tempo nel rugby. Uno sport europeo che entrambi apprezziamo, come nel Seicento gli europei apprezzavano le chinoiseries.
− Puoi parlare?
Sollevo gli occhi.
− Che succede?
− Volevo fare un gioco.
Con il dito percorro la superficie liscia della scrivania, a una velocità costante, senza strappi. Reed ha una punta di eccitazione nella voce:
− Facciamo che una banca centrale prenda a stampare moneta…
− È un vecchio gioco, ci sono stati altri Quantitative Easing.
− Facciamo che quella banca centrale sia la BCE…
Lo lascio parlare.
− Ci sei?
− Sto ascoltando. Sarebbe una cosa anomala per l’Europa.
− E facciamo che il QE sia sull’Equity…
− Sarebbe una cosa molto anomala. Finito, il gioco?
Dal ripiano della scrivania prendo la palla antistress, quella che mi regalò mia figlia tanti anni fa. Non la stringo. Non l’ho mai stretta. Con calma accarezzo le cuciture.
− Sarebbe anomalo, ok. Noi e il Giappone stampiamo per altri motivi.
Io mormoro un assenso, lui continua:
− E poi l’Europa non ha unione bancaria e fiscale. Ma se stampasse per mettere tutto nell’Equity?
− Un miracolo, lo sai. Ripresa dell’inflazione, consumi pompati, aumenti di capitale, nuove quotazioni.
Un colpo di tosse scuote l’aria dell’ufficio.
− Solo questo? Magari non è un gioco…
− Qui sono le dieci passate.
− Ho capito, torno a lavoro. Grazie, Derek William.
− Niente, Jason. Il gioco è l’unica finzione innocente.
Ha attaccato dopo qualche secondo di silenzio.
− Questa è buona.
Alzo la testa verso l’uomo seduto sul divanetto in pelle. Incontro il taglio nero dei suoi occhi italiani. La palla antistress di nuovo sul ripiano.
− Ipotizzi uno scenario grandioso con la faccia da funerale, Derek.
− Uno scenario di vetri che muovono luci e ombre. Un caleidoscopio.
− Correrei per guardarci dentro.
Bruno Livraghi. Lo speculatore, il talento puro, l’intelletto poliedrico che sa di tecnologia, politica, macroeconomia e informatica. E Bruno Livraghi il giovane, che per rilassarsi lancia la sua Lamborghini a duecentocinquanta all’ora. Uso un tono basso, confidenziale:
− Lo sai che l’Italia sarebbe nella parte in ombra?
− So che l’Italia non sta alla luce da anni.
− Ci sei nato. Ci hai studiato…
− Se intendi parlare di patria, Derek, ti ricordo che il mio hedge ha una sede a
New York e una a Londra. Quella è la mia patria.
Bruno non guarda in faccia niente e nessuno. Crede nell’assoluta autenticità del profitto, senza intuire le ragioni più recondite del potere. Ed è per questo che non lo capirò mai, non per i vent’anni di differenza. Reclina la testa, allunga le braccia. Ha un timbro metallico:
− All’Italia un QE europeo sull’azionariato farebbe bene.
− Aspetti l’alba e viene il tramonto.
− Uscire dalla deflazione, tirare su il mercato… Non sarebbe un tramonto.
Stendo una mano sopra le carte della scrivania. È pericoloso quando la finanza ti fa reticente anche con te stesso.
− Quelle azioni diventerebbero pegni in una situazione critica.
− Esageri.
− No. La Germania comprerebbe banche e aziende italiane. Questo è mettere le mani sugli asset strategici a prezzo di saldo.
Distolgo lo sguardo. Con una mano faccio ruotare la penna, a un ritmo uniforme. Bruno accavalla le gambe:
− Non pensi che converrebbe a tutti?
− A quelli come noi, sì. All’Italia, no. Ai Paesi con un debito troppo elevato, non conviene.
− Dovresti considerare la derivata seconda. Magari si limiteranno ad annunciarlo.
A quel punto basterà crederci per ottenere un effetto psicologico e ci penserà il mercato a tirar su i prezzi. Non è detto che sia la Bundesbank a fare razzia. Il mondo è in 3D, Derek.
Sollevo una mano indicando la litografia di Escher alla parete:
− Anche quella sembra tridimensionale, e invece è un inganno.
Il sole tracima dalla prima parete e raggiunge la seconda. Bruno è ancora riparato. Sulla mensola sopra al divanetto avanzano le lancette di vari orologi.
Ognuno secondo il suo fuso orario. Separare e unire il mondo per assi longitudinali è un paradosso.
Lo fisso negli occhi:
− C’è qualcosa che continui a trascurare, mentre guardi il dito.
− Non dirmi il debito pubblico.
− È già sulla luna, e i tuoi italiani dovrebbero arrangiarsi da soli.
Bruno accenna un sorriso, passandosi con disinvoltura una mano tra i capelli ricci. Si preoccupa più delle variabili che dei suoi italiani, e quell’espressione deve sembrargli assurda. Tiene le braccia lungo i cuscini, come due ali. Il telefono riprende a squillare. Gli dico:
− Bad company, good company. Ai tedeschi toccherebbe la parte buona. Al tuo Paese, l’altra.
Poi rispondo:
− Derek Morgan.

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