Decodificare il presente, raccontare il futuro

Mon, January 7, 2019

REWIND TO 2018

«Los Angeles, novembre 2019», così si leggeva nei titoli di testa di “Blade Runner”, il film di Ridley Scott targato 1982. Erano gli anni ’80 e, sulla scorta di Philp K. Dick, il celebre regista inglese firmava un’avveniristica distopia. Oggi, quella data immaginaria è giunta e il futuro sembra essere franato nel presente, con tutte le sue incredibili possibilità e brucianti contraddizioni. “Possibilità e contraddizioni” che in tutto l’arco dello scorso anno abbiamo cercato di intercettare e raccontarvi. A volte, come fanno i visionari, addirittura immaginando o viaggiando avanti e indietro nel tempo. Ecco, allora, il nostro “rewind” sul 2018.

ARTICOLO

Condividere saperi, senza fondare poteri Primo Moroni
“Los Angeles, novembre 2019”, così si leggeva nei titoli di testa di Blade Runner, il film di Ridley Scott targato 1982. Erano gli anni ’80 e, sulla scorta dell’universo narrativo dello scrittore di fantascienza Philp K. Dick, il celebre regista inglese firmava un’avveniristica distopia ambientandola in un futuro di trentasette anni dopo.
Oggi, quella data immaginaria è giunta. Oggi, quella società rimodellata sull’accelerazione tecnologica non è più fantascienza, perché il futuro sembra essere franato nel presente, con tutte le sue incredibili possibilità ma, soprattutto, brucianti contraddizioni.
“Possibilità e contraddizioni” che in tutto l’arco dello scorso anno abbiamo cercato di intercettare e raccontarvi. A volte, come fanno i visionari, addirittura immaginando o viaggiando avanti e indietro nel tempo.
Di seguito, allora, il nostro “rewind” sul 2018.
A presto…
Black Mirror è realtà
Se ieri potevano essere solo avveniristiche proiezioni, pura fantascienza, oggi le  storie della serie televisiva Black Mirrorrappresentano davvero lo “specchio” di una realtà in mutamento accelerato, in cui le innovazioni tecnologiche impattano bruscamente con la società, la politica, l’esistenza umana. E la cui parola chiave, ricorrente e pervasiva, è “controllo”.
Provate a immaginare un enorme database digitale dove sono raccolti i dati biometrici di oltre un miliardo di persone, legati alla propria identità, all’indirizzo di residenza, al numero di telefono e al conto in banca. Immaginatelo promosso da un’entità statale, “per il bene della popolazione”, con tanto di campagne di sensibilizzazione per la registrazione volontaria. Ecco, è tutto vero, si chiama programma Aadhaar e sta accadendo in India.
Ancora nel continente asiatico, ma stavolta entro i confini di una potenza mondiale in immensa ascesa, incombe il timore di svegliarsi in una società dell’iper-controllo fondata sull’utilizzo dei “big data” da parte del governo nazionale. In Cina, secondo la vulgata mediatica, entro il 2020 il governo affibbierà un punteggio personale a tre cifre calcolato in base alla “buona condotta” di ciascun cittadino. Tuttavia, per fare chiarezza tra simili inquietanti scenari, si deve partire dal “come” e dal “perché”.
Se il “social credit” è stato spesso dipinto dai media come un quadretto da incubo caricato dal fascino dell’esotico, diversa e davvero allarmante è la situazione dello Xinjiang, la regione nordoccidentale della Cina in cui si contano un milione di prigionieri internati in campi di rieducazione e il cui territorio è sorvegliato al millimetro da dispositivi di sicurezza di ultima generazione.
Eppure tutto è partito dall’altra parte del globo, in quella Silicon Valley che oggi continua a essere propulsore dell’high tech e i cui prodotti e progetti sono noti ai più. Non proprio tutti, però. Ed è Mark O’Connell a svelarci ciò che di incredibile succede nei meandri più occulti o non ancora battuti, attraverso il suo libro Essere una macchina, resoconto di un viaggio sulle tracce dei transumanisti, coloro che credono nel superamento della morte grazie all’ausilio della tecnologia avanzata. Ma il volume è anche e soprattutto un’immersione nel mondo delle Big Tech, capace di portare a galla le connessioni profonde tra apparati securitari, piattaforme tecnologiche e mondo finanziario.
Le nuove frontiere dell’estrattivismo
“Controllo” e messa a profitto, estrazione. È l’era del capitalismo avanzatissimo e globale, quello che mediante i “big data” foraggia le sue imprese e amplifica a dismisura sfruttamento della forza lavoro e ricavi.
In questo senso il caso “Cambridge Analytica” è stato solo la punta dell’iceberg di un sistema ben più complesso. È un problema politico. Non è solo Google o Facebook. È Amazon. È Uber. È Angry Birds. È il surveillance capitalism, fondato sull’estrazione dei dati personali. Sono la pillola blu e la pillola rossa.
È la necessità del capitale di estrarre ovunque, spingersi di continuo verso un nuovo orlo esterno da colonizzare, sia esso anche il cosmo. Sono le Big Tech alla conquista dello spazio, letteralmente.
E in questa corsa all’estrazione la tecnologia si dimostra una potentissima alleata. La pensano così i neoliberali, gli ultraliberisti e i tecno-critici, anche se da angolazioni politico-economiche ben diverse. Insieme, costituiscono quella che abbiamo azzardato a definire “la santissima trinità dell’high tech”.
Dove va il mondo
«Hemingway una volta ha scritto: “il mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso”. Condivido la seconda parte». Sono le parole del detective Somerset con le quali si chiude il sipario di Seven, la sconvolgente pellicola di David Fincher del 1995. Un affondo tanto amaro quanto emblematico, oggi che le contraddizioni della società globalizzata sembrano aver raggiunto il loro apice e a farne le spese, al solito, è l’intera comunità internazionale. Mentre le merci circolano a una velocità mai vista prima, le persone vedono ergersi davanti nuovi invalicabili confini, edificati in nome della paura e dell’odio verso l’altro.
Tira una brutta aria, e non solo in senso metaforico perché l’inquinamento va di pari passo con le disuguaglianze.
Cambiano anche assetti e rapporti di forza, muta drasticamente lo scenario geopolitico internazionale. Così gli Usa di Trump reagiscono alla loro crisi, ormai endemica, provando a imporsi ancora una volta con la forza, esacerbando al massimo la “trade war” nella delirante convinzione di dover essere “great again” o pur sempre “first”.
E devono reinventarsi anche le organizzazioni criminali, che hanno acquisito un potere sempre maggiore e sistemico, adattandosi ai nuovi scenari economici ed evolvendosi con straordinaria efficacia dal piccolo al grande. Quello della criminalità è oggi un mercato sempre più internazionale e in continua espansione, come ci ha spiegato l’esperto in materia Fabio Armao.
Intanto vengono immesse sul mercato nero nuove sostanze letali, quali il Fentanyl, l’analgesico 100 volte più potente della morfina, tagliato insieme all’eroina che gli dà un tocco di vintage e “vecchia purezza”, calato tutto d’un fiato per togliersi l’imbarazzo di scegliere la vita e godersi un bel trip, lontano da queste brutte e pessimistiche visioni.
Dal globale al locale
Dall’universale al particolare, si modificano in fretta anche gli spazi a noi più prossimi, le zone in cui viviamo la nostra quotidianità.
Quartieri che ieri ospitavano comunità radicate e al tempo stesso aperte a un continuo via-vai di merci e individui più disparati, oggi vedono imporsi il fenomeno della cosiddetta “gentrification”, vengono cioè convertiti in luoghi di “tendenza” e per pochi, sfruttando il loro fascino esotico o popolare e facendo sì che si speculi al massimo sugli affitti degli immobili ai danni dei meno abbienti, costretti a spostarsi verso le periferie più remote e dimenticate, salvo per le loro potenziali di attrattiva commerciale, come lo è stato per le banlieues di Kylian Mbappé.
Così i quartieri popolari perdono la loro vecchia “anima” o, peggio ancora, diventano “gated community”, vere e proprie enclave di ricchi, residenze fortificate a tutela dei privilegi dei pochi.  Al di fuori di queste “fortezze”, invece, si diffondono la guerra ai poveri(spacciata per “decoro urbano”) e la paranoia securitaria, quella che serve al capitalismo per aggiornare il suo braccio repressivo e mettere in cassaforte i suoi meccanismi speculativi.
Per fortuna, tuttavia, c’è ancora chi resiste e si oppone a queste derive di disuguaglianza sociale. Perché vale la pena di lottare, sempre.
Trame nere
Crisi economica, paranoia securitaria, paura dell’altro e ideologia del “decoro” costituiscono il terreno fertile per un revival di sovranismi e fascismi ad alto potenziale xenofobo e autoritario.
Una vera e propria “ombra uncinata” incombe sull’Europa e il mondo intero, passando per la Rete – vero e proprio incubatore di extreme droite – e per Paesi, quali l’Italia, in cui il fascismo sembra essere tornato di moda alla stregua di un brand, come ci ha raccontato Guido Caldiron dopo anni e anni di ricerca sul campo.
Di pari passo a questi inquietanti revival, l’Europa sembra risultare adesso uno dei laboratori più avanzati del populismo reazionario. Lo ha riconosciuto lo stesso Steve Bannon (l’ideologo che ha portato Trump alla Casa Bianca) in numerose visite (anche e soprattutto in Italia) che sono culminate nella fondazione di “The Movement”, la piattaforma politica che ha l’obiettivo di radunare tutte le forze sovraniste europee.
Rinsaldare la memoria, agire sul presente
A questa allarmante involuzione politica, regressiva e generante razzismo e paura verso l’altro, c’è però un antidoto molto efficace: la memoria.
Per questo abbiamo ripescato alcune storie di migrazioni dal passato, tanto indietro nel tempo quanto vicinissime a ciò che sta accadendo tutti i giorni, nel mondo e in Italia. Nel momento in cui «chiudere porti e confini» sembra essere diventato il mantra egemone di una politica scellerata e irresponsabile, riportare alla memoria è decisivo: dal “viaggio dei maledetti” della nave St. Louis colma di profughi in fuga dalla barbarie nazista ai pregiudizi razzisti sui migranti italiani in America e in Svizzera, per ricordarci di quando eravamo noi i “neri” o i “figli di nessuno”.
Rievocare, dunque, ma non solo. Bisogna anche agire, concretamente. Per questo abbiamo da subito promosso e seguito l’esperienza di Mediterranea-Saving Humans, la nave battente bandiera italiana che ha assolto al compito di monitorare la situazione nel Mediterraneo, al fine di non abbandonare alla deriva donne, uomini e bambini che ogni giorno solcano il mare in cerca di un approdo sicuro e di una vita dignitosa.
Lo scriveva Jean-Claude Izzo nel suo romanzo Chourmo-Il cuore di Marsiglia: «non eri di un quartiere o di una cité. Eri chourmo. Nella stessa galera, a remare! Per uscirne fuori. Insieme». Lo spirito “chourmo” di apertura e solidarietà che per millenni ha animato e tenuto vivo il Mediterraneo e le sue tante coste, contribuendo a far rispettare le leggi scritte e non scritte del salvataggio e dell’accoglienza incondizionati di vite umane, oggi più che mai viene osteggiato apertamente da politiche irresponsabili e nocive, che alimentano razzismo e guerra tra i poveri. È il momento di invertire la rotta e recuperare quello spirito, con ogni mezzo necessario.
Immaginario
Dalle tendenze di nicchia al mainstream, l’immaginario assorbe, interpreta e rielabora la realtà che ci circonda. Per questo monitorare le narrazioni di libri, cinema, serialità televisiva e arti figurative è un tassello fondamentale per comprendere la contemporaneità.
È un monitoraggio che abbiamo sempre fatto e continueremo a fare.
Dalle serie meno celebrate ma più singolari come Babylon Berlin – un affresco noir che ci avverte di non sottovalutare l’avanzata dirompente delle destre europee – ai recenti film hollywoodianiche – attraverso più generi: dall’hystorical fiction all’horror – ci allertano sulle recrudescenze razziste negli Usa di Trump e fino agli spin-off della più nota saga mondiale, anch’essa attenta a percepire le incrinature del presente.
E ancora: le molte opere in cui si rappresentano motivi e temi delle rivendicazioni di genere. Laddove si assiste a un’allarmante contrazione e a una rinnovata messa in discussione dei diritti acquisiti, serie televisive come Dietland e The Handmaid’s Tale (per citarne solo alcune) ribadiscono che è a partire dalle donne che si sta riaccendendo la fiaccola dei movimenti di protesta dal basso e che, a volerlo condensare in uno slogan, oggi la «la rivoluzione è femmina».
Last but not least, abbiamo tracciato “i tanti volti” – di un attore italiano alla ribalta, Alessandro Borghi – per individuare gli altrettanti “luoghi altri” rappresentati in film e serie tv attraverso cui si mettono a nudo le contraddizioni più profonde della società: la periferia, la “suburra”, la galera e la City.
Visioni
È successo a Parigi: i “gilet gialli” hanno invaso le strade per manifestare contro gli aumenti delle accise sul carburante stabiliti dal governo Macron. Proteste dure e repressione altrettanto feroce. Il sintomo di un collasso sistemico in cui crisi economica e miopia politica si alternano senza soluzione di continuità. Sintomo che ben intercettava il romanzo dei Diavoli (Rizzoli, 2014) ormai quattro anni fa, quando il protagonista Massimo, trader dell’alta finanza, fissando le immagini di un’insurrezione che si scatenava proprio nella capitale francese, le constatava con una sentenza tanto amara quanto fatale, rivolta al mondo e a sé stesso: “sta precipitando tutto”.
Dal romanzo l’universo narrativo dei Diavoli si è riversato e ha continuato ad alimentarsi sul sito, attraverso la sezione del Tredicesimo piano – in cui i personaggi continuano a vivere raccontando mediante le formule della fact-fiction o della “fanta-intervista” il recente più convulso – o i molteplici racconti distopici, utopici e ucronici.
Abbiamo così immaginato un futuro prossimo in cui si consuma la “guerra dei dati” o in cui il disgelo ha dato vita a nuove migrazioni, insospettabili e mai viste prima.
Ancora lasciando a briglia sciolta l’immaginazione ma tenendoci saldi alle percezioni del presente, abbiamo raccontato i “10 giorni che sconvolsero l’Italia” e, controcampo, un futuro utopico in cui l’Europa salvava il mondo, operando da modello politico virtuoso per una ripresa economica sfavillante ed egualitaria, non lasciando indietro nessuno.
Ci siamo addentrati nei futuribili meandri di una città, la Milano del 2028, in preda alle sue ossessioni e paure più oscure. Siamo stati persino dentro la mente del dittatore coreano Kim Jong-un.
Poi, riaffiorando sulla realtà più tangibile, abbiamo raccontato le condizioni degli operai della logistica nella megalopoli padana ai tempi delle Big Platform, costretti a vivere nelle loro macchine per poter sbarcare il lunario.
Spiazzanti “what-if”, inquietanti distopie, realtà aumentate, in una parola: visioni. Perché la sfida più grande a partire dall’immaginario, forse, è saperne creare uno.

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