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Tue, May 3, 2016

RANIERI E LE UTOPIE DEI DEBOLI

Il Leicester City che vince il campionato, sembra un film di Ken Loach. Un film, meglio, dove il maestro dell’impegno sociale si lascia prendere la mano e scivola nell’inverosimile. Nella ripetizione delle sue storie crude, sempre controvento, di fatica collettiva verso il proprio sogno.

ARTICOLO

3 MAGGIO 2016 – Lo chiamavano “piccolo Lord”, da ragazzino. In questi giorni ha parlato di “lacrime trattenute”, della sincera difficoltà a esprimere le sensazioni fortissime che sta vivendo. La sua sobrietà, l’eleganza naturale più che culturale, da alcuni mesi sono in conflitto con la folle marcia di cui si è messo alla guida. Claudio Ranieri è molto distante dalle caratteristiche che il genius loci pretende da chi nasce nella Città eterna. Altri si sfrenerebbero, ora, si lascerebbero andare, seguirebbero quel modo british di perdere totalmente il controllo. Invece lui, il piccolo Lord, trattiene le lacrime e non rinfaccia al mondo la sua vittoria. Non si vendica di tutti gli aggettivi e gli sguardi beffardi che gli hanno scaricato addosso. Mentre il Chelsea fermava il Tottenham, una città esultava per il primo campionato vinto nella storia. Non è la sua città, ma lo è diventata honoris causa. Non è la sua storia, ma in qualche modo la ricorda. I giocatori delle Foxes si erano riuniti, per l’occasione, a casa del condottiero sul campo, Jamie Vardy. Il tecnico, invece, è rimasto per conto suo. Ha pranzato e trascorso il pomeriggio con la madre, quasi centenaria. Poi la sera ha visto la partita. E la mattina seguente, dopo essersi svegliato da campione della Premier, era al campo d’allenamento con il solito, immutabile rigore.
Per quanto sembri strano nella Città eterna ci è nato, nel 1951. A San Saba, il piccolo quartiere in mattoni rossi che a Roma rappresenta un unicum architettonico. Qualcosa di molto più vicino al modello urbanistico inglese. Spazi verdi privati, piccole strade strette, improvvise e intime scalinate, basse palazzine bifamiliari, nessun segno di speculazioni a rompere l’uniformità. Non è mai stato un quartiere operaio, questo, nonostante la vicinanza dell’area industriale di Ostiense. A inizio Novecento viene tirato su dall’Istituto Autonomo Case Popolari, destinato alla piccola borghesia impiegatizia. Una terra di mezzo. Perché guarda negli occhi l’Aventino, il colle un po’ snob che emerge come quartiere borghese di quest’area urbana. E domina la grande distesa del rione Testaccio, dove il padre di Claudio faceva il macellaio, dove in questi giorni gli hanno dedicato uno striscione che lo celebra: “còre testaccino”. Perché lui ha trascorso molto tempo in quello che è sempre stato un quartiere popolare. Il mattatoio e il mercato, il Monte dei Cocci col ventre di anfore romane e il rapporto col fiume speculare a quello di Trastevere. Testaccio non ha perso la sua anima, nonostante i locali e i ristoranti abbiano compiuto in parte una gentrification. Solo in parte.
È sul cucuzzolo di San Saba che Ranieri ha dato i primi calci, all’oratorio di piazza Bernini, centro nevralgico del quartiere. Sulla bella piazza rettangolare, all’ombra degli alberi, fra le case in mattoni, si affacciava la chiesa con l’oratorio, certo. Ma non solo. C’erano anche il mercato e la sezione della Democrazia Cristiana, il fioraio e la scuola “Leopoldo Franchetti”, il giornalaio e il bar che aveva una brutta fama. Le contraddizioni apparenti non erano che la sintesi necessaria per l’autonomia di un quartiere. Oggi hanno chiuso alcuni riferimenti di quei tempi, come la salumeria di Enzo Spuntarelli e il cinema Rubino, dove Ranieri ha visto i primi film. Lui abitava con i suoi a Viale Giotto, l’asse che incornicia il quartiere e sbocca a Porta San Paolo, nel mezzo della spianata intorno alla Piramide Cestia che separa Testaccio da San Saba. Di notte lungo Viale Giotto ci sono le prostitute, oggi, come c’erano anche un tempo nel quartiere. Chiunque l’abbia conosciuto allora può ricordare il ruolo che avevano, l’aiuto che davano ai bambini per attraversare, proprio davanti alla sezione Dc. Oggi è una zona appetibile, San Saba: per la posizione centrale, la qualità degli edifici, l’atmosfera – così rara – da paese. È cambiata, ma mantiene un’eleganza spontanea e personale, come quella che mantiene Claudio Ranieri. È ancora una zona diversa dalle altre. Un luogo isolato dove nascondersi, un’anomalia della città dove sentirsi esposti.
Il nome del tecnico romano si rincorre sulle bocche che discutono del prossimo Ct della nazionale italiana. Si parla di strade a lui intitolate a Leicester, del titolo di baronetto. Copertine di giornali, in Italia e in Gran Bretagna, speciali televisivi, la gara a chi meglio esalta la sua impresa. Un favore tanto massiccio quanto improvviso, perché non è andata sempre così. Nel senso comune Ranieri era un uomo serio, un professionista capace di fare bene, ma non di vincere davvero. Finora. Come il suo centravanti Vardy fu bocciato al provino con la squadra del cuore, così lui da ragazzino fu scartato dalla Roma. Prima di rientrare dalla finestra, però, e giocare qualche partita con la maglia dei suoi sogni. Per il resto, la sua carriera da calciatore parla di provincia e sud: Catanzaro, Catania, Palermo. Da allenatore il suo percorso è stato più importante. A tratti felice, a tratti doloroso, comunque mai lineare. Quando l’estate scorsa arriva nelle East Midlands, viene da un’esperienza negativa sulla panchina della nazionale ellenica. È la Grecia del 2014, un contesto forse troppo destabilizzato per chiunque voglia fare calcio. Prima c’erano state esperienze d’ogni tipo, con qualche elemento ricorrente. Almeno nell’immaginario, Ranieri era un allenatore difensivista, inadatto a stare al passo del calcio moderno, un uomo rispettabile ma senza le doti del leader. Ed era un perdente di successo, un eterno secondo, uno di quelli che possono solo sfiorarel’obiettivo. Uno che perde scudetti quasi vinti, come alla Roma. Che non ha la forza, di conseguenza, per guidare una grande, come all’Inter o alla Juventus. C’erano state esperienze notevoli, certo, qualche coppa nazionale e qualche promozione dalle serie inferiori, anche una Supercoppa europea. Ma il giudizio generale lo voleva risolto solo a metà.
Un uomo con quasi cinquant’anni di carriera nel calcio può impiegare nove mesi a decostruire la narrazione su di lui. In effetti i pregiudizi si sono diradati con un moto accelerato, domenica dopo domenica, fino agli ultimi turni di campionato e all’assoluzione totale di questi giorni. La vittoria della Premier League è solo la consacrazione, l’effetto inevitabile, di tutto quello che Ranieri ha costruito insieme al Leicester. Il doppio pareggio che ha assicurato il titolo, è l’ultimo segmento di un lungo, incredibile cammino. Quando il signor Clattenburg a Londra decreta la fine della lotta al vertice, con il pareggio degli Spurs e la matematica vittoria delle Foxes, al tempo stesso sta segnando la fine di qualcos’altro. Sono tre fischi quasi liturgici. Nella città delle East Midlands, cantano i pub e le case, vengono drappeggiate le statue con bandiere biancoblu. Il teatro è pieno per l’ultimo atto, dopo esser stato piuttosto vuoto all’inizio dello spettacolo. Lo scetticismo è colato inesorabilmente, una goccia dopo l’altra, via via che i conteggi per la vittoria matematica diventavano più schiaccianti. I sorrisi di chi proponeva di divertirsi, prima che il fenomeno Leicester si sgonfiasse, sono rimasti come immortalati nello stupore che non si fa in tempo a dissimulare. Tra l’altro, Ranieri si è tolto il distintivo del Tinkerman, che gli avevano affibbiato quando sulla panchina dei Blues sedeva lui. Sono trascorse vite intere, da allora. L’incerto, il temporeggiatore, che cambia di continuo perché non sa decidere, oggi è il tecnico che ha sorpreso il calcio con una squadra che viene dal basso. Il sistema di gioco che ha costruito per le Foxes è una combinazione di pratica esaltazione delle caratteristiche e lucida consapevolezza dei limiti. Un calcio diretto e verticale, di ripartenze e intensità. Un gruppo di titolari, più una manciata di rincalzi da inserire a partita in corso. Capaci di essere pronti, al momento del bisogno, come di recente ha dimostrato la cruciale doppietta di Ulloa. Poche sovrastrutture, molta semplicità. A partire dal modulo di partenza, il 4-4-2. Il Leicester City è la dimostrazione di quanto conta giocare in undici, ha detto Ranieri stesso. E giocano bene, i suoi ragazzi. Erano praticamente degli sconosciuti, fino a poco fa, oggi sono nomi alla portata di chiunque. Lui li ha assemblati con grandi doti psicologiche, ha dato loro l’autostima ma non la presunzione. A vederli, sembra che la concentrazione dei professionisti conservi una punta del divertimento con cui si inizia a dare calci a un pallone. Quello alla base del gioco del calcio, come troppo spesso si dimentica. Spesso hanno i piedi ruvidi, ma sono pronti a rimediare col fiato dove non arrivano con la raffinatezza. L’organizzazione può fare da sola quello che il talento non ha bisogno di costruire.  Nelle ultime settimane le East Midlands sono diventate il centro del mondo calcistico. La periferia, di colpo, illuminata. Per ritrovare una vicenda simile bisogna tornare all’Europeo vinto nel 2004 dalla Grecia. Quelle, però, erano sei partite nell’arco di poche settimane. Le Foxes invece corrono da mesi, inseguite da cani e cacciatori. E la differenza di budget fra le squadre di club getta il calcio in una disuguaglianza che le nazionali non conoscono.
Il più talentuoso della rosa si chiama Riyad Mahrez, venticinque anni. Cresciuto in Francia con la madre marocchina, pur non avendo mai vissuto nel Maghreb ha deciso di vestire la maglia dell’Algeria, il Paese del padre che non ha mai conosciuto. Cresciuto in Francia è dire poco: Mahrez è venuto su a Sarcelles, sobborgo duro di Parigi. Niente scuola calcio, un ritardo nella crescita che faceva storcere il naso a chi lo osservava, a diciannove anni giocava tra i dilettanti. Oggi è la stella dell’Algeria e uno dei più forti esterni offensivi d’Europa. Il frontman della squadra, Jamie Vardy, è figlio dell’Inghilterra operaia. Una città industriale, Sheffield, un padre addetto alle gru. Quando viene scartato dal club di cui è tifoso, lo Sheffield United, è perché lo considerano inadeguato fisicamente. Diventa un metalmeccanico che gioca a pallone, per hobby, in quelle che in Inghilterra chiamano non-league. Non-campionati, perché al di sotto della linea del professionismo. Neanche quattro stagioni fa, a venticinque anni, viene portato in Championsip dal Leicester. Stagione dopo stagione, Vardy diventa il bomber delle Foxes, trova la nazionale, brucia record di marcature. Ha la fiducia di una squadra di poco nome e grande determinazione, in cui può ben riconoscersi. E oggi, quasi trentenne, è l’uomo simbolo del Leicester campione d’Inghilterra.
Né Mahrez né Vardy si permettono di ragionare individualmente. Entrambi ripiegano in fase di non possesso, aiutano la squadra, si mettono al servizio del bene comune. Hanno assorbito la filosofia di Ranieri, per come l’ha raccontata di recente: un’idea condivisa, anche se sbagliata, può essere vincente. E davvero quella del Leicester City è una storia di sacrificio e lealtà verso un progetto, dove un uomo è riuscito a dare armonia a un gruppo sul quale nessuno avrebbe puntato. O anzi, uno dei pochi che a inizio stagione ci aveva puntato, qualche settimana fa si è ritirato. Per amore o per goliardia, questo tifoso aveva scommesso venticinque sterline sulle Foxes campioni. Invece di aspettare il verdetto di fine stagione, si è accontentato di “patteggiare” con i bookmaker per quasi trentamila sterline, ma subito. Ne avrebbe vinte centomila, oggi.
La città di Leicester ha una spiccata tendenza al radicalismo politico. Sempre in minoranza, sempre in opposizione al potere costituito. Si era schierata, nella guerra civile inglese, per Cromwell e contro re Carlo I. Nella prima metà dell’Ottocento, era il cuore del movimento cartista, espressione di un socialismo prima del socialismo. Anche la working class delle East Midlands rivendicava, con il Cartismo, il diritto di eleggere ed essere eleggibile al Parlamento: suffragio universale maschile, indennità parlamentare per non discriminare chi aveva bisogno di un’entrata, nessun obbligo di proprietà per essere candidabile. Duecento anni dopo, la squadra cittadina ha conquistato il Paese e dato una lezione al calcio per come ci eravamo rassegnati a conoscerlo. Il Leicester City che vince il campionato, sembra un film di Ken Loach. Un film, meglio, dove il maestro dell’impegno sociale si lascia prendere la mano e scivola nell’inverosimile. Nella ripetizione delle sue storie crude, sempre controvento, di fatica collettiva verso il proprio sogno. Un club che non aveva mai vinto la Premier, un club che due anni fa era nel campionato cadetto. Una squadra che la scorsa stagione aveva evitato la retrocessione con un miracoloso scatto d’orgoglio. Una realtà alla provincia dell’Impero, una rosa senza stelle visibili, guidata da un allenatore con la fama del perdente. Tutto questo, sì: ha vinto.
È una storia di ultimi, questa. Condannati a guardare indietro, difendersi, sopravvivere. Ultimi che scoprono invece di poter vivere, attaccare, guardare in avanti fino a scoprire di essere i primi.
Storie così, diventano leggenda. “Quello che si finisce per ricordare” ha scritto Julian Barnes, che a Leicester ci è nato, “non è per forza quello a cui si assiste”.

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