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Fri, June 3, 2016

QUANDO “AARON SWARTZ” FACEVA TREMARE IL MONDO

ARTICOLO

23 maggio 2016
Teste. Cadono le teste dei re, quando altre si sollevano. Teste calde, ribelli. Teste rivolte al cielo, nel sogno di annullare la distanza. Teste che non interrompono il flusso dei propri pensieri. Teste che pretendono di essere contate, perché ognuna valga quanto le altre. Teste, tutto intorno a me. Teste poggiate a terra, espressive come se fossero collegate a un corpo nascosto alla vista. Teste sospese a mezz’aria, eppure in equilibrio. Teste che formano geometrie angoscianti. Teste dalle conformazioni più diverse, pronte alle più perverse indagini craniometriche. Teste che si guardano l’una con l’altra, o se pure non si guardano sembrano vedersi. La prima a cui mi avvicino è segnata dagli anni. Grandi orecchie, una contrazione nelle labbra, sopracciglia folte. È infilzata da sottili aste di metallo in più punti, ma non perde la tranquillità dello sguardo. La seconda ha un aspetto più giovanile. I tratti sono marcati, la fronte larga, gli occhi costretti a farsi piccoli dietro a un naso ingombrante. Subisce con indifferenza le perforazioni del metallo, anche questa. Come tutte le altre, intorno. Dev’essere il bronzo a dare l’impressione di resistere nonostante tutto. Goshka Macuga è un’artista polacca che vive a Londra e la città di Milano ospita una sua personale nell’immenso edificio della Fondazione Prada, diciannovemila metri quadrati di superficie in zona Ripamonti, una distilleria del primo Novecento restituita al pubblico come spazio espositivo.
Le installazioni davanti a me tengono in equilibrio un gusto rassicurante con elementi disturbanti. In equilibrio come queste teste su sostegni di metallo. Teste di scienziati, pensatori, scrittori. Einstein, Marx, Freud. Tutto, in questo luogo, riferisce l’arte alla memoria e alla tecnologia. Un cortocircuito continuo fra passato e avvenire, dal Bing Bang a un futuro anteriore. Uomini, macchine, robot e androidi parlanti. Antiche e nuove conoscenze. L’antico sogno dell’enciclopedismo illuminista vive ancora. E queste teste scolpite sembrano riunirsi in un’unica struttura molecolare, incontrarsi in un tempo e un luogo che sintetizza epoche e culture. Le aste di metallo creano un sistema di relazioni. Sbarre che non recintano, ma uniscono e mostrano l’intelligenza collettiva. Proprio come le connessioni invisibili della rete telematica.
Cammino fra le teste, osservo i lineamenti, ripasso nomi che ho incrociato a scuola, a Roma, e che adesso incrocio all’università. I passi rimbombano in quest’ambiente, che chiamano Cisterna e in cui si producevano i distillati. Resto fermo davanti a Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein. Un punto mediano fra uomo e macchina. Qui ci sta alla perfezione. Il nome Frankenstein significa, alla lettera, “pietra di Franconia”. Ne avresti potuto scegliere uno migliore, Mary Shelley. Il mio è Alessandro Grimaldi, ma non mi piace. Non mi piacciono i nomi di battesimo. Perché non si possono scegliere. Neanche Frankenstein ha potuto scegliere. E poi non credo nei battesimi. Mi chiamo Alessandro Grimaldi, fuori, ma dentro – nello spazio invisibile della rete telematica – sono conosciuto con un altro nome.
La rete è come questo sistema di aste sottili. Seguo la loro connessione, il modo di distendersi attraverso la grande sala della Cisterna. Raggiungo un insieme di teste. Abbasso lo sguardo sull’opuscolo tra le mie mani: questo segmento dell’installazione si chiama End of History, il bronzo raffigura le teste di Edward Snowden, Joe Stack, Slavoj Žižek, Jim Jones e… Mi fermo davanti ai grandi occhi di una testa. E ci sei anche tu, Aaron. È per te che sono qui. Per vedere da vicino l’espressione di una leggenda, il volto di un eretico, di un martire, di un folk hero. È per te che sono qui. Per incrociare da ventunenne i tuoi occhi, che tra poco saranno coetanei dei miei. I tuoi occhi che saranno, per sempre, quelli di un ventisettenne. Perché il bronzo ferma il tempo e perché, prima ancora, hai scelto tu di fermarlo, il tempo. Una vita breve può essere complessa, densa, e contenere tutte le contraddizioni dei giorni in cui si consuma. È per questo che sono qui. Per vedere come la materia di una grande artista ha fermato il genio, vedere da vicino come racconta di te. Di quando eri il prodigio adolescente che si univa ad altri per dare vita a Creative commons e promuovere la libera condivisione dei saperi. Di quando avevi diciott’anni e hai fondato la start up Infogami e rilevato il sito d’informazione Reddit. Di quando l’hai venduto a Wired per qualche decina di milioni di dollari. È per te che sono qui. Ho l’età che avevi quando il nome “Aaron Swartz” faceva tremare il mondo fuori. L’età di quando dentro mostravi la via di una rivoluzione. Io che ti studio la forma della bocca e il taglio di capelli, Aaron, sono uno studente universitario che fa hacktivism sotto l’identità fittizia di “Rage”. Questo nome, l’ho scelto per i Rage Against the Machine, che ascolto sempre. Che quando si sono fondati e poi sciolti ero troppo piccolo. Sono tornati insieme nel 2007, l’anno in cui tu creavi la biblioteca digitale di Open Library. Per tirar su quello che mi serve faccio street trading, compro e vendo azioni sulle reti finanziarie, prendo dal sistema che combatto quello di cui ho bisogno. Alla mia età, eri milionario, ma non sei asceso all’Olimpo della Silicon Valley e non hai parlato la lingua ingannevole dei Signori del Web.  Sei stato affamato e folle, ma a modo tuo. A modo nostro.
Hai preferito la strada che ti avrebbe investito paladino della libera condivisione di dati e informazioni. Con le tue iniziative, tutte orientate allo stesso paradosso: l’informazione vuole essere libera, perché è così a buon mercato da distribuire, copiare e ricombinare; l’informazione vuole essere cara, perché può essere preziosa per chi la riceve. Questa tensione non può calare, porta a contorti dibattiti sul prezzo e sulla proprietà intellettuale, e aumenta a ogni salto tecnologico. Quello che hai fatto, Aaron, mi ha permesso di essere consapevole. Diventare un hacktivist è stato improvvisamente chiaro. A questo studente universitario che misura con lo sguardo la tua testa in rapporto allo spazio intorno, a me hai cambiato la vita. Com’è successo a te nel 2008, nell’eremo dei frati di Cupramontana, dove sei arrivato per una conferenza sul diritto d’accesso alle biblioteche e sei uscito deciso a dedicare la vita alla condivisione d’informazioni su scala mondiale. Perché aprire con la tecnologia un’infinita biblioteca a chiunque significa universalizzare i benefici della conoscenza. Omnia sunt communia. A Cupramontana si era ritirato un nobile del Cinquecento, Paolo Giustiniani, che aveva rinunciato alle sue ricchezze. Un punto d’arrivo per lui, un punto di partenza per te. Omnia sunt communia, Aaron. La condivisione affonda le radici nell’egualitarismo. Oggi come allora. Lo dico alla tua testa che sembra radicata al pavimento, col corpo interrato e fuori dallo sguardo, sepolto vivo. Gli eretici dell’era digitale sono connessi agli eretici che predicavano la libera condivisione dei beni e il paradiso in Terra. Quella minoranza protestante che guardava avanti, pensava per tutti e gridava: Omnia sunt communia.
Il bronzo di Goshka Macuga non racconta i tormenti che hai subito. Restituisce una fronte senza tagli. Invece hai avuto contro una schiera di moderni inquisitori. Nelle loro incriminazioni per reati federali, ti hanno ridotto allo stato di ladro o di “pirata”. Ti hanno perseguitato formalmente per aver scaricato papers e giornali universitari da biblioteche digitali. In realtà, se li hai avuti contro, è stato per il tuo modo di ragionare. Per la natura politica della tua missione. Per le frasi che scrivevi sul tuo blog: “L’informazione è potere” o “Solo chi è accecato dall’avarizia potrebbe rifiutarsi di condividere la cultura”. La persecuzione è finita con una morte, Aaron, che questo bronzo annulla. Che l’hactivismo globale annulla. La nostra ribellione è per ciascuno. Lasciamo nudi gli interessi personali. Manovriamo la luce della ragione in modo da tenere le informazioni fuori dall’ombra. Non chiediamo cittadinanza al capitalismo, perché il futuro non chiede documenti. Sono venuto per te, Aaron, ma non posso restare. Voglio ancora dirti che ha avuto senso quello che hai fatto. Anche la tua morte, ne ha avuto. Il tuo suicidio è come un’esecuzione, al tempo del Terrore bianco di un nuovo Termidoro. I 95 anni di carcere, i milioni di multa che hanno chiesto, per l’eccesso di download da un sito gratuito, si chiamano in un modo solo: repressione. È come se avessero visto un reato nella richiesta di troppi libri agli sportelli di una biblioteca pubblica.
Ha avuto senso, Aaron. E questo iPhone è un’arma, uno strumento per accedere alla rete telematica e poter leggere le righe di un manifesto: “Non c’è giustizia a seguire leggi ingiuste. È tempo di venire alla luce e dichiarare, nella grande tradizione della disobbedienza, la nostra opposizione a questo furto privato di cultura pubblica. Dobbiamo prenderci le informazioni, ovunque siano depositate, fare le nostre copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prenderci cose fuori dai copyright e aggiungerle all’archivio. Dobbiamo comprare database segreti e metterli nel web. Dobbiamo scaricare giornali scientifici e caricarli su file condivisibili. Dobbiamo combattere per la guerrilla all’accesso libero. Con abbastanza di noi nel mondo, non manderemo solo un messaggio contro la privatizzazione del sapere, ne faremo una cosa del passato. Ti vuoi unire?” Sì, Aaron, stiamo continuando. Come quel ragazzo che alla commemorazione della tua morte, a Boston, ha lasciato un messaggio di cordoglio. Diceva: “We will continue”. È vero, stiamo continuando. In molti si sono uniti. Il disvelamento e la circolazione di informazioni coperte dal segreto sono senza precedenti. Volevo dirtelo. E non mi sento stupido a raccontarlo a una scultura in bronzo, perché mi sembra di parlare con qualcosa di vivo. Di sopravvissuto, e d’immortale. Mostrare una testa può essere utile. L’aveva detto Danton, sul patibolo, al boia Sanson che stava per ghigliottinarlo: “Non dimenticare di mostrare la mia testa al popolo: ne vale la pena”.
NOTA: Per la stesura di questo testo abbiamo utilizzato come fonte il libro The Idealist. Aaron Swartz and the Rise of Free Culture on the Internet (Scribner, 2016) del giornalista americano Justin Peters.

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