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RECENSIONE


Wed, June 19, 2019

PER QUANTO VI CREDIATE ASSOLTI SIETE PER SEMPRE “NON MORTI”

Con “I morti non muoiono” Jim Jarmusch dirige la messinscena nel limbo sottile e dissacrante che esiste tra cinema e realtà, tra satira e politica, tra la seria criticità del presente contemporaneo e un’inarrestabile risata che ci seppellirà.

Cronista: E secondo lei, sceriffo, quanto tempo ci vorrà per poter avere la situazione sotto controllo? Sceriffo McClellan: È difficile da dire, non sappiamo in quanti sono, ed è solo quando li eliminiamo che possiamo contarli. Cronista: Si muovono velocemente, sceriffo? Sceriffo McClellan: No, tutto al contrario, sembrano impacciati. Uccidi la testa, sparagli tra gli occhi... Bel colpo. Okay, è morto, andiamo a prenderlo, ce n’è un altro da fare arrosto!
Da La notte dei morti viventi di George A. Romero.
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Io sono vivo voi siete morti recita il titolo del libro di Emmanuel Carrère (Adelphi, 2016) dedicato alla vita di Philip K. Dick, dando la cifra di un mondo il cui solo lo sguardo visionario e allucinato della fantascienza riesce a differenziare gli esseri umani dalla passività, ribaltando il piano e il senso quasi elitario del concetto di vita.
Sembra prendere spunto da questa affermazione l’inarrestabile genio creativo di Jim Jarmusch percorrendo la provocazione in direzione ostinata e contraria e intitolando il suo ultimo film I morti non muoiono, sottintendendo che nemmeno per le anime più elevate esista alcuna via di scampo.
I morti non muoiono, dunque, ed è con loro che bisogna fare i conti. Con spirito iconoclasta, e senza alcun timore reverenziale Jarmusch continua il suo lavoro da artigiano e visionario della macchina da presa, come già in Solo gli amanti sopravvivono (2013), pellicola in cui rielaborava un classico della cinematografia new wave come The Hunger (1983), esordio alla regia di Tony Scott noto ai meno (e ignorato dai più) con il titolo di Miriam si sveglia a mezzanotte.
Se con Solo gli amanti sopravvivono il regista reinterpreta la coppia di vampiri esistenzialisti (Catherine Deneuve-David Bowie) in un presente fatto di nichilismo grazie ai volti annoiati di Tilda Swinton e Tom Hiddleston, amanti millenari in un mondo post-industriale che marcisce sulle sue stesse ceneri, con I morti non muoiono Jarmusch torna a ragionare di estinzione e di stile.
Abbandonate le note rarefatte e colte da cinéma du look, il ragazzaccio sempre in bilico tra underground e mainstream sceglie questa volta di abitare e rivisitare uno dei generi più bistrattati dal cinema contemporaneo: l’horror.
E lo fa costruendo una pellicola indomita e straniante, un remake citazionista che saccheggia ogni B-movie sui “non morti”, scandagliando qualunque pellicola del passato.
Ci sono tutti, da Romero a Carpenter, senza timori o riserve, tanto da scomodare perfino l’anima di Michael Jackson. Ispirandosi al primo videoclip musicale che divenne un cult, Thriller (John Landis, 1983), Jarmusch si concede con una geniale e imperdibile boutade di far riemergere dalla terra – per di più accompagnato da sua moglie Sara Driver – l’imbolsita ma immarcescibile icona musicale di Iggy Pop.
Con le sembianze di uno zombie disarticolato e appena sbarcato dal 68’, Iggy interpreta una rock star di periferia dal nome di Samuel Fuller, un eroe anonimo, semi-fumato e straordinariamente credibile.
Servendosi di una narrazione codificata all’estremo, tutta giocata sul grado zero della recitazione ed eccessiva nel tipico esilarante nonsense involontario che tanto è stato contestato ai B-movie di matrice horror, il film “riporta in vita” protagonisti d’antan che, con l’immancabile piglio auto-ironico, finiscono sempre in pasto ai mangiatori di cadaveri nonostante la proverbiale e grottesca lentezza di quest’ultimi.
Con ostentata provocazione il regista si prende gioco del genere e al tempo stesso non lo tradisce mai, piuttosto come un rispettoso “Caron dimonio” conduce lo spettatore per mano attraverso una disamina colta – ma non elitaria né gratuita – dei propri ricordi cinematografici.
La coppia Bill Murray­-Adam Driver (rispettivamente il commissario Cliff Robertson e l’agente Ronald Peterson ) valgono da soli un’antologia visiva dando origine, con il loro cinico e trasognato connubio, a un duetto chiaramente ispirato ai western di Sergio Leone.
E come non essere rapiti dalla “aliena” Zelda Winston? Il personaggio è un’esteta dei non morti, interpretata da una Tilda Swinton che, dopo l’affettata seriosità di Suspiria, torna a vestire i panni del fumetto, con un ruolo completamente fuori degli schemi.
Con I morti non muoiono Jarmusch sembra muoversi simile a un archeologo, capace di disseminare segni e portare in superficie stratificazioni del cinema che fu, rinforzando ogni passaggio attraverso straordinari camei di attori da oscar.
Ecco che il topos del bastardo trumpiano tutto armi e maschilismo ha il volto stropicciato di Steve Buscemi; la “quota rosa” del commissariato della cittadina di Centreville che verrà vinta dal ricordo della nonna defunta è affidata all’agente Minerva Robinson (Chloe Sevigny); mentre i panni del factotum di colore, altro classico e provocatorio ammiccamento agli amanti del genere, saranno cuciti su misura a un incredulo Danny Glover; così come l’eccentrica nota di follia è affidata alla barbona (e veterana: Carole Kane) amante dello chardonnay.
Compiendo i suoi innumerevoli scavi nei codici narrativi degli zombie movie Jarmusch non si accontenta e anzi si esprime per iperboli utilizzando addirittura tra le vittime la stellina disneyana Selena Gomez, prototipo della deriva teen e commerciale dell’ultimo ventennio cinematografico di questo genere.
Con ghigno mefistofelico il regista trasforma in vera e propria carne da macello la giovanissima star, sterminando simbolicamente lei e i suoi degni compari, tra cui il modello di colore Luka Sabbat e il biondissimo Austin Butler, protagonista della fortunata saga fantasy Shannara.
Morte agli “hipster dell’Ohio”, dunque, ma morte anche ai nerd, categoria (rappresentata con eccezionale bravura da Caleb Landry Jones) che tutti i fumetti del mondo o l’impeccabile t-shirt di Nosferatu non salveranno dalla fame dei cadaveri ambulanti.
Non manca nemmeno il micidiale affondo contro le inestricabili e infinite trame che proliferano grazie alla serialità televisiva. Munendo la pellicola di un sub plot inevaso alla Lost, infatti, il racconto si arricchisce di un gruppo di ragazzi geniali, segregati in una struttura di contenimento ispirata alla Dharma che poi il regista abbandona e lascia naufragare, volutamente.
E quindi I morti non muoiono è solo una boutade volta a far imbestialire i cultori del genere? Oppure è un raffinato gioco di ruolo? Un agglomerato di iper-simboli grazie al quale è consentito gironzolare, almeno virtualmente, a bordo di una Pontiac LeMans del ‘68 ascoltando nello stereo vintage il capolavoro di Sturgill Simpson The dead dont’die?
Forse è tutto questo miscelato insieme, e non solo. A fornire una delle molteplici chiavi del film ci penserà lo scorbutico Bob “l’eremita”, un Tom Waits in grande rispolvero che, avendo rifiutato la società del consumo, è insieme al centro e al di fuori della scena, dentro e contro.
Dal suo rifugio nei boschi, Bob sottrae alla morte frammenti di una vita passata: una pietra, una copia abbandonata del Moby Dick. È attraverso la sua voice over che Jarmusch codifica il suo messaggio contro l’accumulo delle merci e, omaggiando Essi vivono di Carpenter, punta il dito contro lo spettatore stesso, colpevole di essersi venduto l’anima inginocchiandosi a un materialismo acritico e sfrenato.
Armato di un nichilismo mai fine a sé stesso, Jarmusch dipinge uno scenario in cui l’origine dell’apocalisse zombie si scorge nel surriscaldamento globale che scardina il pianeta dal suo asse e riporta i morti alla “vita”.
I morti non muoiono perché, in fondo, siamo tutti già morti, cadaveri sempre più affamati di stupidità o fantasmi nostalgici di finte età dell’oro, cannibali dell’odio altrui e, per avere una via di salvezza, se mai ce ne fosse una, stavolta non basterà dire «uccidi la testa».
Con I morti non muoiono Jarmusch dirige la messinscena nel limbo sottile e dissacrante che esiste tra cinema e realtà, tra satira e politica, tra la seria criticità del momento storico e un’inarrestabile risata che ci seppellirà.
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