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Wed, December 4, 2019

Pane, Rose e Banda larga?

Le reti in fibra ottica di proprietà pubblica non significano solo Wi-Fi gratuito. Dalle energie alternative ai trasporti intelligenti ma soprattutto passando per un ingaggio orizzontale, partecipativo e dal basso possono diventare la “spina dorsale” di una nuova economia socialista e verde che si opponga al delirio del fondamentalismo neo-liberista e dei revival sovranisti.

Di seguito pubblichiamo la nostra traduzione di un articolo di Miranda Hall, dal titolo (originale) Bread, Roses and Broadband too?, apparso il 17 novembre scorso sulla piattaforma Opendemocracy.


Nel 2010, Google Fibre ha chiesto alle città americane di partecipare a una competizione per la banda larga superveloce in fibra ottica. Centinaia di città hanno risposto alla chiamata, promettendo agevolazioni fiscali o l’accesso a infrastrutture finanziate con fondi pubblici, e Sarasota in Florida si è offerta di rinominarsi “Google Island”.

Quando Amazon, l’anno scorso, ha lanciato un concorso simile per trovare il nuovo quartier generale, Tucson – in Arizona – ha inviato a Jeff Bezos un cactus alto 6 metri e mezzo, e New York ha acceso tutte le sue luci in arancione.

Questi deprimenti teatrini indicano un significativo cambio di rotta del potere. Vessati dall’austerità neoliberale, i governi locali e nazionali di tutto il mondo sono diventati sempre più dipendenti da aziende private, in particolare aziende tecnologiche, per fornire investimenti e gestire servizi e infrastrutture chiave.

Il crescente “teclash” contro la Silicon Valley ha aperto dibattiti sulle questioni di proprietà e controllo nell’economia digitale. Eppure, è stata data poca attenzione al ruolo dell’infrastruttura digitale di base, che consente il flusso di dati, dai cavi in fibra ottica alle antenne mobili.

Questa infrastruttura è fondamentale, non solo perché permette alle persone di accedere a Internet (per trovare un lavoro, per accedere alle prestazioni sociali, per consentire ai bambini di fare i compiti, per permettere agli anziani di rimanere in contatto con i loro parenti), ma anche perché sosterrà servizi essenziali come le reti energetiche intelligenti, i trasporti, la sanità elettronica e gli strumenti per la democrazia partecipativa.

Sebbene vi sia un crescente consenso sul fatto che la connettività digitale dovrebbe essere considerata un bene comune come l’acqua o le strade, i fornitori privati non sono riusciti a raggiungere gli obiettivi infrastrutturali. Quest’anno Google Fibre si è ritirata da Louisville (una delle poche città ad avere Google Fibre dal suo lancio nel 2010), lasciando le sue strade gravemente danneggiate dopo un disastroso tentativo di tagliare i costi posando cavi in trincee troppo poco profonde.

Lasciare l’introduzione della fibra full alle forze di mercato nel Regno Unito, è stato altrettanto disastroso. Essendo stato un leader mondiale nel settore delle fibre ottiche, nel 1990 Margaret Thatcher ha deciso che l’introduzione delle reti in fibra ottica di British Telecom era “anticoncorrenziale”. Le fabbriche sono state chiuse e i contratti sono stati invece assegnati a società americane per la costruzione di cavi in rame.

Come molti hanno sottolineato all’epoca, l’infrastruttura digitale è un monopolio naturale che dipende da economie di scala. Realizzarlo attraverso fornitori concorrenti non ha alcun senso. Il costo del fondamentalismo del libero mercato del governo è stato alto – il Regno Unito ha la quarta peggiore copertura in Europa, con solo l’8% di fibra full rispetto (tra le altre) al 75% in Spagna. In quel periodo, British Telecom ha versato agli azionisti dividendi per 54 miliardi di sterline, cifra che coprirebbe oltre due volte i costi di capitale di una rete nazionale in fibra ottica.

Di recente il Labour ha annunciato i suoi piani per portare parti di British Telecom sotto la proprietà pubblica, come parte di un “massiccio aggiornamento dell’infrastruttura internet del Regno Unito”, che fornirebbe gratuitamente la banda larga superveloce a tutte le case e le imprese del paese. L’implementazione inizierebbe dalle comunità che hanno il peggiore accesso alla banda larga, e verrebbe pagata attraverso il Fondo per la Trasformazione Verde del Labour e tassando multinazionali come Amazon, Facebook e Google.

Ciò che colpisce è quanto denaro si risparmia avendo un solo fornitore di infrastrutture piuttosto che le competizioni di mercato – circa 12 miliardi di sterline, secondo la ricerca del governo stesso. Mentre le forze di mercato hanno portato i fornitori a concentrarsi sulle aree urbane ricche, riproducendo le disuguaglianze razziali e di classe, la pianificazione statale garantirebbe una re-distribuzione equa dell’accesso.

L’attenzione della politica si è concentrata principalmente sull’offerta di banda larga gratuita, cioè su quanto costerà effettivamente, e sulla possibilità che le leggi dell’UE lo consentano. Ma l’importanza strategica delle reti in fibra ottica va ben oltre questo aspetto.

Esse sono infatti la spina dorsale su cui saranno costruiti altri servizi essenziali, dalle reti energetiche ai trasporti intelligenti e fino alla “sanità elettronica”. La questione di chi possiede e gestisce questa spina dorsale determina quindi il futuro di questi settori, e la possibilità di sapere se saremo in grado di passare a modelli socialisti di produzione, coordinamento e governance.

La progettazione delle infrastrutture digitali è una questione politica, e darà forma alla progettazione della nostra economia e dell’intera società.

Se questa spina dorsale è controllata da investitori orientati soltanto al profitto, essa replicherà la logica di quello che è stato chiamato “estrattivismo dei dati”, “colonialismo dei dati” o “capitalismo di sorveglianza”. Ossia digitalizzare (e quindi monetizzare) tutto quello su cui si può mettere le mani, e non chiedere informazioni sui costi umani o ambientali.

Il settore ICT utilizza già il 50% di energia in più rispetto all’aviazione globale, e la richiesta di ampliare la larghezza della banda con l’introduzione della connettività ubiqua (altrimenti detta “internet delle cose”) – supportata da fibre ottiche – esacerberà enormemente questo aspetto.

Questi stessi sistemi ad alto rendimento consentono il controllo sociale, la sorveglianza, la profilazione aprioristica degli individui e altri fini distopici. Il Wi-Fi pubblico, le reti di sensori dell’IoT e altri dispositivi di estrazione dei dati concentreranno il potere nelle mani di attori statali e privati, che monitoreranno e gestiranno in modo sproporzionato la classe lavoratrice e le comunità di colore.

Come abbiamo visto con il progetto di Alphabet di gestire un intero quartiere di Toronto “da internet e oltre”, i cittadini urbani saranno sempre più “soggetti al controllo aziendale più che democratico.”

Ma se invece questa “spina dorsale” diventa di proprietà pubblica, svolgerà un ruolo cruciale in un programma di trasformazione che miri alla decarbonizzazione dell’economia.

I punti di ricarica per i veicoli elettrici si basano sulla fibra ottica ma, cosa ancora più importante, la connettività potrebbe consentire un nuovo sistema di trasporto integrato di proprietà pubblica, mediato digitalmente, che includa percorsi di autobus meglio pianificati, biciclette dockless ed e-scooter per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio.

Le reti energetiche intelligenti potrebbero essere costruite su reti in fibra ottica per diversificare le fonti di energia e creare un’alimentazione elettrica più resiliente e meglio distribuita. I circuiti di feedback degli oggetti collegati e dei Big Data potrebbero anche consentire forme di pianificazione economica non di mercato, per far fronte alle sfide legate allo sfacelo ambientale e all’automazione.

Una questione che resta da chiarire è come questo piano si concili con l’impegno dei laburisti a favore della proprietà pubblica e della democrazia partecipata. Invece di replicare gli errori delle vecchie forme di proprietà pubblica eccessivamente centralizzate, ancorate a politiche manageriali “top-down”, il partito vorrebbe insistere per includere nel processo sia gli stessi lavoratori sia, in generale, una più ampia partecipazione sociale nel processo decisionale.

Questo nodo ha un’importanza cruciale, soprattutto se pensiamo alla preoccupazione relativa all’affidare un controllo più centralizzato sui dati e sulle infrastrutture digitali alle istituzioni statali, che già “godono” di un’eccessiva capacità di sorveglianza.

Le reti in fibra ottica infatti non possono considerarsi come pura assistenza. Le forme di co-produzione dal basso, in cui i lavoratori modellano i servizi insieme agli anziani o ai genitori sulla base della loro esperienza di vita, non si applicano necessariamente alle infrastrutture digitali – soprattutto a causa delle economie di scala e degli elevati costi fissi.

Una gara d’appalto comunale potrebbe consentire alle cooperative e alle imprese comunitarie, a livello di villaggi o complessi residenziali, di costruire la propria rete da “ultimo miglio”, che parta dai nodi di accesso locali e arrivi fino alle loro case.

Ma il processo di costruzione di forti relazioni locali e di proprietà delle infrastrutture, per gruppi che devono affrontare difficoltà partecipative, attraverso la formazione e l’organizzazione profonda della comunità, può essere incompatibile con l’ambizioso programma di implementazione necessario per avere la fibra full entro il 2030.

I sensori a fibre ottiche e le piattaforme di proprietà pubblica potrebbero svolgere un ruolo importante nel facilitare il processo decisionale decentrato per tutti i settori dell’economia. Il Decidim Tool di Barcellona ha permesso alle organizzazioni cittadine di gestire progetti di bilancio aperto e diverse politiche di co-creazione.

Gli utenti hanno presentato oltre 11.700 progetti, e uno dei risultati è stato un piano di mobilità per le zone senza auto, che ha permesso di ridurre l’inquinamento atmosferico e il traffico del 21%.

Ma non ci sono soluzioni tecnologiche per uno Stato decentrato. Dobbiamo quantomeno garantire che le disuguaglianze nell’accesso digitale non siano sostituite da disuguaglianze nella “adozione” di tale accesso.

Laboratori e centri gratuiti in ogni comunità dovrebbero portare l’educazione tecnologica a coloro che hanno difficoltà di accesso, o che sono stati limitati e oppressi dalle nuove tecnologie, permettendo loro di plasmare il futuro digitale a partire dalla loro area locale.

Costruire il potere dal basso sarà essenziale anche come mezzo per contrastare la diffusione incontrollata di nuovi sistemi di sorveglianza e controllo, garantendo che le tecnologie razziste – come il riconoscimento facciale – non vengano mai più alla luce.

Come osserva Mariana Mazzucato, “l’innovazione non ha solo un tasso di crescita, ma anche una direzione”, e quella direzione deve essere plasmata orizzontalmente e dal basso.
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