Decodificare il presente, raccontare il futuro

Fri, November 13, 2015

NELLA RETE DEI VAMPIRI

Ovvero di come "la crisi economica è diventata una crisi della civiltà" (L. Gallino)

ARTICOLO

Nessuna guida turistica dice che il “Berkeley” è stato per vent’anni il quartier generale di Derek Morgan. «Nel cuore di Knightsbridge, l’hotel di lusso “Berkeley” ha deliziato per oltre cento anni i suoi ospiti con un’atmosfera accogliente e il gusto per lo stile raffinato che oggi coniuga elementi fashion e recupero delle architetture originali»: ecco cosa scrivono. Invece è lì che l’Americano ha vissuto. Ed è nella Blue Room – l’elegante sala monocromatica progettata dall’archistar David Collins – che ha tenuto i suoi incontri confidenziali con clienti selezionati ed esponenti governativi, consulenti d’alto profilo e collaboratori di primo piano. Lavoravamo insieme, allora.
Cammino sul marciapiedi. Sono a un paio di miglia dal “Birkbeck” College, abbastanza per non incrociare i miei studenti e sentirmi chiamare “professor Wade”. “Al Berkeley giovedì per colazione” diceva l’sms che ho ricevuto ieri sera. La sigla alla fine del testo era “BL”. Bruno Livraghi, il Raider. Il giovane italiano spregiudicato, il fanatico del profitto, l’uomo di punta di un importante hedge fund con doppia sede: Londra e New York. Non so a cosa devo l’invito. Non ci siamo mai frequentati, anche se abbiamo diverse conoscenze in comune e perfino qualche amico. Conoscenze e amicizie di un tempo andato, quando avevo provato a cambiare vita e lavoravo nella City, come strategist della grande banca. La banca di Derek Morgan.
Varco la soglia della Blue Room del Berkeley. Di colpo, sono circondato dalle mille declinazioni di un solo colore. Dall’azzurro al turchese, dal blu notte al celeste. L’istinto mi costringe a guardare verso il tavolo nell’angolo. Quello che per due decenni è stato il tavolo di Derek. E nella sagoma in giacca e camicia bianca, con la cravatta scura e la postura dritta senza incertezze, mi sembra di riconoscere l’Americano. Ma è solo per un attimo, prima di mettere a fuoco il profilo asciutto e spigoloso, i capelli ricci di Livraghi. Non c’è molta gente. Mi avvicino al tavolo mentre vedo Bruno alzarsi, sotto uno dei due abat-jour rossi, speculari sui due lati della stanza: gli unici elementi che davvero rompono il dominio cromatico. «Ciao, Bruno.» «Philip…» dice, e con un cenno indica la poltroncina azzurra di fronte alla sua. Mi siedo, in qualche modo sollevato dal fatto che non ha usato il diminutivo, “Phil”. Non c’è quella confidenza, ma avrebbe potuto prendersela.
Arriva un cameriere. Chiedo un latte caldo. Bruno ordina un bianco d’uovo. L’ordinazione esclusiva di Derek… Per vent’anni ha mangiato bianco d’uovo. “È leggero, e altamente proteico” amava dire. Mai, nemmeno una volta, ha considerato che così buttava la parte migliore, il tuorlo. Derek Morgan può mettere in conto qualsiasi cosa, pur di centrare il proprio obiettivo. E adesso Bruno fa la stessa ordinazione. Vuole farmi capire qualcosa, oppure è un caso.
«Conosci questo posto?» La domanda mi strappa al filo di pensieri e ricordi. Sono distratto, mentre annuisco. Penso a Derek, in questa sala del Berkeley abbiamo conversato di tanto in tanto. «Ci venivo qualche volta» dico. «Con un amico.» Finisco la frase con una mezza esitazione. Incrocio lo sguardo di Bruno, e mi torna in mente la sua abilità di leggere il linguaggio del corpo.
Mi sembra che ostenti un’aria furba, mentre sorride. Allora cambio tono: «Perché hai voluto vedermi?».
Guarda una poltroncina vuota, al tavolo accanto. «Niente di particolare» dice.
«È difficile crederci.»
«Invece dovresti. Il momento è favorevole… Non cerco niente se non buona compagnia.»
«Favorevole…» ripeto con ironia. «Dipende dai punti di vista.» Distolgo lo sguardo e faccio posto al cameriere, che è arrivato col vassoio.
«Di solito considero il mio» sbuffa Bruno, divertito.
Di fronte all’Italiano, viene servito un piatto con una gelatina lattiginosa adagiata sopra. Di fronte a me, il bicchiere di latte caldo.
Bruno impugna la forchetta e la tiene sospesa. «Col lavoro che faccio, è difficile considerare altre prospettive.»
Stringo le dita intorno al bicchiere, avverto il contatto rassicurante con la superficie calda. «Comunque ci andrei piano. Da un po’ di tempo c’è volatilità sui mercati. Umori e reazioni di pancia sono sempre imprevedibili, lo sai.»
Lui affonda la forchetta nel bianco d’uovo, fa una smorfia ironica: «Grazie per il consiglio, Philip. Ma il mio mestiere è proprio spostarmi sulla curva del rischio». Prende un boccone, deglutisce. «E per il momento non posso lamentarmi.»
Socchiudo gli occhi mentre lo guardo mangiare. Per lui il rischio è ancora legato all’oscillazione di variabili numeriche sulle piazze borsistiche. Per Derek, invece, il rischio sono diventate le variabili umane, anomalie che possono sovvertire un quadro di controllo planetario. In apparenza giocano la stessa partita, ma per Bruno il gioco smette alla fine di ogni trade, mentre Derek sa collegare movimenti complessi, e per lui la posta è politica.
«Certi investimenti convengono a tutti: a noi, alle banche, alla politica…» dice Livraghi.
E io capisco. L’sms, il Berkeley, questo preambolo. Capisco, finalmente.
Prendo un sorso di latte e rimetto il bicchiere sul tavolo. «Dimentichi qualcuno.»
«Non mi sembra.» Scuote la testa, posando la forchetta sul bordo del piatto. «Se ci fai caso, il mercato degli NPL è come il lavaggio del sangue…. Ripulisce il sistema.»
Ecco. L’ha pronunciata, la formula magica. La sigla che racchiude uno dei giochi di prestigio più efficaci dell’alta finanza. NPL. Non performing loans. L’ha detto.
Mi chiedo come spiegherei la cosa ai miei allievi, un esercizio che fuori dall’aula mi capita spesso di fare. Direi che gli hedge fund hanno sfruttato l’annuncio del QE e la successiva immissione di cartamoneta per andare pesantemente a leva. Lo racconterei come il punto d’Archimede dell’universo finanziario: utilizzare a prestito denaro che non ho.“Datemi una leva e vi solleverò il mondo”. Direi che, in questo caso, gli hedge vanno a leva per comprare sofferenze bancarie a prezzo di saldo. Ecco i non performing loans. E se mi accorgessi che non è abbastanza chiaro, ai miei allievi la metterei giù così: la banca ha dei crediti deteriorati, che impacchetta e vende agli hedge fund per un prezzo notevolmente inferiore rispetto al valore nominale. Se dicessi tutto questo a lezione, concluderei con una constatazione tragica: a quel punto, il fondo esamina e recupera i crediti, entrando in rapporto diretto col debitore, e finisce per fare profitti giganteschi.
In questo processo Derek vedrebbe quello che Bruno non può, o non vuole, vedere.
«Più che un lavaggio del sangue mi pare il morso di un enorme vampiro» dico quasi senza accorgermene. Guardo le geometrie percorrere il celeste del tappeto, poco lontano dalle scarpe di Bruno.
«È la distruzione creativa, Philip. Sembra un ossimoro senza senso, invece no. Distruggere e creare, a volte sono un unico atto. Come per la Fenice» dice l’Italiano.
Nascondo il viso nel bicchiere di latte. L’uomo col mito della velocità, ossessionato dall’esattezza dell’attimo, votato al profitto, che parla di fenici e ossimori… «Schumpeter non intendeva questo quando parlava di “distruzione creativa”» dico, abbandonando lo schienale. Poggio il bicchiere sul tavolo: «Voi non create valore, Bruno, lo estraete in modo parassitario. Non ripulite un sistema, lo devastate definitivamente. Siete la rete a strascico che tutto divora.»
Lui non tradisce alcuna emozione. «Sottovaluti l’effetto di stabilizzazione complessiva» dice, e con la forchetta si dedica all’ultima parte dell’uovo. È come se a parlare, adesso, ci sia Derek. La poltroncina vuota, al tavolo accanto, sembra essere stata accostata al nostro e occupata dall’Americano. La sua ossessione per l’equilibrio mi pare riempire la simmetria di questa stanza. Bruno continua: «Compriamo sofferenze bancarie, i bilanci si rimettono a posto, le banche centrali ci sostengono con finanziamenti agevolati… E il ciclo riparte…» Alza le spalle, e finisce il bianco d’uovo.
«Nel tuo ragionamento c’è un vuoto che ha le dimensioni di una voragine».
Mi ascolta, il volto inespressivo. E proseguo: «In mezzo alla cornice che tracci, ci sono le case di uomini e donne, i capannoni industriali, i prestiti agli studenti. E c’è la vita di quei debitori». Finisco il latte ormai tiepido. Bruno si umetta le labbra col tovagliolo, mentre mi ascolta: «Gli NPL sono la quadratura del cerchio, la pulizia etnica della finanza. Tu vedi rigenerazione, Bruno, dove c’è solo il ripetersi di una sequenza».
Prendo il bicchiere vuoto e lo sistemo sulla parte sinistra del tavolo, per descrivere le varie fasi: «Erogazione di credito e crescita del valore degli asset». Sposto il bicchiere poco più in alto: «Poi, stallo e scambi che diminuiscono». Lo sposto ancora, al centro del tavolo, e lui segue il movimento. «Poi, crollo inesorabile. Gli indebitati cominciano a non pagare le rate, fino a perdere il bene, che diventa proprietà delle banche». Lo fisso e sposto il bicchiere, a iniziare una parabola discendente: «Poi, le stesse banche vanno in sofferenza. Per salvarle, lo Stato attua politiche di austerità». Per l’ultima volta sposto il bicchiere, ormai sul lato destro del tavolo: «Poi gli indebitati, pur di pagare quello che devono, accettano condizioni di lavoro indegne. Nella crisi, salgono i profitti delle aziende e scendono i consumi, ma tutti lavorano per la rendita di capitale». Il cameriere viene a portar via il mio bicchiere e il piatto di Bruno. «E a questo punto arrivate voi» dico, battendo un palmo sul tavolo. «Salutati come i salvatori della patria, stringete rapporti con la politica e le banche centrali. Sembra che mettiate le cose a posto…» Serro il pugno. «La politica è subordinata alla finanza, Bruno. Un tempo si parlava di capitalismo di Stato. Sono passati venticinque anni dal crollo dell’Unione Sovietica, e salta fuori in Occidente. E parlate anche di libero mercato…».
Mi accorgo d’aver alzato il tono di un’ottava. Potevo evitare, finora Bruno è stato cortese. Adesso scuote la testa: «Basta con questa retorica dell’uomo indebitato, Philip. Intanto i debiti si onorano. Se il prestito non viene restituito, la colpa non è di chi lo concede. Poi, tanti imprenditori scambiano l’azienda per una cosa loro: poco capitale, ricorso disinvolto al credito. E se le cose vanno male, fallisce l’azienda e tanti saluti. L’hai detto tu, di vedere le cose da più punti di vista».
Sono in mezzo a un pantano. E so bene cosa direbbe Derek Morgan. Lo so da quando è iniziata questa discussione. È Bruno che ho davanti, però.
«Le prospettive non sono tutte uguali» dico. Lui scuote la testa, mentre parlo: «Devi sceglierne una, e io scelgo quella di chi ha un mutuo e rischia di perdere la casa in balia di chi investe in NPL». Accavallo le gambe, fingo disinvoltura. «Le vie della finanza sono infinite, Bruno. E l’aiuto del legislatore le rende comode e senza inciampi. Perché il legislatore liberalizza in tempi di espansione e socializza nelle congiunture di crisi, cioè privatizza i profitti e condivide le perdite. E a subire è sempre l’uomo indebitato, un nuovo schiavo che resterà tale: mai liberto, mai liberato, destinato solo a cambiare padrone.»
La Blue Room mi sembra essersi riempita di colpo. Intorno ci sono uomini che leggono i giornali, camerieri iperattivi, gente che conversa a bassa voce. Quando torno a guardarlo, Bruno ha un tono di voce conciliante: «Non tocca a me, Philip, assumere la prospettiva dell’uomo indebitato. E se tu la consideri una distruzione, io non posso evitare di continuare a vederla come l’apertura di un nuovo ciclo nella vita del capitalismo».
Sono stanco, non ho voglia di strappare l’ultima parola. Questa foga di sostenere le mie posizioni, a volte mi sembra patetica. Al di là della retorica, in questi confronti c’è sempre un vincitore. Il più forte. E non sono mai io.
Forse l’Italiano ha ripreso a parlare, ma non lo ascolto. Mi pare quasi di vedere Derek, sulla sedia ancora vuota accanto a noi. In questo ambiente dove ho visto per vent’anni la sua faccia squadrata che preconizzava il futuro, creandolo. Usava altre parole, lui, non quelle ciniche di Bruno.
E davvero mi pare di sentire cosa direbbe adesso: “Siamo di fronte a un cambiamento epocale, che va gestito. Le nuove banche saranno i grandi fondi in un gioco di specchi dove l’enorme quantità di risparmio assume un ruolo politico. E le vecchie banche saranno in crisi perenne, a caccia di capitali, regolamentate rigidamente”. Mi pare di sentirlo: “Hanno sgravato le banche dal rischio sistemico e lo hanno trasferito al mondo del risparmio gestito. Questo spiega la collateralità di uomini come Bruno rispetto alle istituzioni politiche.”
Ecco come Derek affronterebbe questa trasformazione. E se l’Italiano vede cicli, lui vedrebbe cesure e mutamenti. Da governare e ricomprendere, sempre e comunque, nel suo disegno. Mi accorgo che il cameriere muove le labbra. Bruno mi fa un cenno, voglio ancora qualcosa?
Mi arrendo, abbasso lo sguardo, annuisco lentamente. E ordino un bianco d’uovo.

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