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RECENSIONE


Mon, March 11, 2019

NARCOS: MEXICO, UNA LETTURA POLITICA

Se la precedente opera aveva suscitato qualche critica per la prospettiva spiccatamente statunitense, severa nei confronti delle istituzioni locali e assolutoria verso le responsabilità degli USA, non si può dire lo stesso di “Narcos: Mexico”. Stavolta la serie, rilasciata lo scorso anno da Netflix e di cui proponiamo una lettura politica, denuncia le oscure trame imbastite dal vicino norteño che, attraverso la CIA, intratteneva rapporti strategici con la criminalità organizzata messicana per avere dalla sua un occulto esercito da schierare contro il “pericolo rosso”.

«Mi spari. Domani quei nomi verranno resi noti. Ma si tenga un proiettile per sé, al sistema non piacciono gli eroi.» Miguel Ángel Félix Gallardo
Narcos: Mexico, rilasciata lo scorso anno da Netflix, ribalta la prospettiva della celebre serie “madre” e stavolta gli Stati Uniti ne escono decisamente meno puliti. Di seguito, una lettura politica dell’opera.
Gli ingredienti sono gli stessi che hanno reso Narcos una serie di culto: un ritmo narrativo ben modulato; scenografia e recitazione eccellenti; un ritratto del mondo criminale che sfugge a ogni tentazione moralista; un realismo che non ha bisogno di essere magico, tanto sa essere surreale e impressionante la realtà latinoamericana.
Ma chi abbia seguito le cronache messicane degli ultimi vent’anni, o anche solo chi abbia letto i libri di Don Winslow, potrebbe essere rimasto sorpreso davanti a Narcos: Mexico.
In apertura, la voce fuori campo ci ricorda che negli ultimi trent’anni in Messico la guerra della droga «ha ucciso mezzo milione di persone. Finora».

Ma in questa prima stagione non c’è quasi traccia dell’escalation di omicidi, torture, rapimenti, conflitti fra gang, polizie ed eserciti pubblici e privati che soprattutto dopo il 2000 ha messo in ginocchio uno Stato in balia dei poteri criminali.
All’inizio dell’ondata di violenza qualcuno parlò del Messico come di una “nuova Colombia”, un’etichetta fuorviante, poco utile per comprendere quella che è innanzitutto una storia intrecciata con l’evoluzione politica ed economica del paese – e al suo rapporto con gli USA.
Forse per questo gli autori di Narcos hanno deciso di staccarsi (quasi) completamente dalle vicende di Medellin e Cali, di Pablo Escobar e dei fratelli Rodríguez Orejuela, per ripartire da zero.

La prima stagione di Narcos: Mexico è la storia della spettacolare (e, come vedremo, non irresistibile) ascesa di “El Padrino” Miguel Ángel Félix Gallardo: la nascita di un impero della droga dalla cui successiva lenta e tormentata frammentazione sarebbe derivata la violenza che dilaga ancora oggi.

Tutto ha inizio con una grande operazione antidroga: l’Operación Condor del 1976, con cui diecimila soldati federali mettono a ferro e fuoco l’intero stato di Sinaloa, fin dal primo Novecento culla delle coltivazioni di amapola (papavero da oppio) e marijuana destinati al mercato statunitense.
Succede sempre così, nella storia del narcotraffico: un forte intervento repressivo che innesca un processo evolutivo, forgiando nuove organizzazioni criminali più ricche, potenti e attrezzate.
In questo caso è Félix Gallardo, ex poliziotto, uno dei pochi narcos scampati alla furia dell’esercito, a cogliere l’occasione della disfatta per portare gli affari lontano dalle impervie e polverose strade della Sierra Madre sinaloense.

Con una brillante intuizione, ma soprattutto grazie alle preziose entrature politiche ereditate dall’amico ex governatore di Sinaloa di cui è stato guardia del corpo, Félix Gallardo si trasferisce a Guadalajara e da lì va alla conquista del Messico.

Affiancato da Rafael Caro Quintero – capace di applicare criteri agro-industriali alla coltivazione della cannabis su larga scala – e dal pittoresco Ernesto “Don Neto” Fonseca Carrillo – forse il personaggio più riuscito della serie, trait d’union tra il mondo rurale del narcotraffico made in Sinaloa e la nuova imprenditoria criminale –, il giovane boss riesce a collocare i suoi fidatissimi uomini, spesso parenti, in tutte le plazas decisive per lo smercio della marijuana negli Stati Uniti.
Alcuni diventeranno ancora più celebri di lui (e li attendiamo come protagonisti delle prossime stagioni): i fratelli Arellano Félix, suoi nipoti; il pilota e futuro “Señor de los cielos” Amado Carrillo Fuentes, nipote di Don Neto. Ma soprattutto Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera, per anni incontrastato capo dei capi.
Grazie alla sua struttura compatta il Cartello di Guadalajara acquisisce presto il monopolio sul narcotraffico messicano. Eppure è solo l’inizio: la polvere bianca rappresenta la vera svolta.

Negli anni ’80 Félix Gallardo e soci si accordano con i narcos colombiani, sempre più in competizione con le sue rotte aeree dirette negli USA, per far transitare la cocaina in Messico e trasportarla oltre il Río Bravo. Cambiano gli ordini di grandezza, e il Cartello diventa una delle più ricche e potenti organizzazioni del mondo.
Così riassunta, sembra solo la storia di una spregiudicata espansione criminale, di un gruppo di narcotrafficanti capaci di tuffarsi nel più redditizio dei mercati sotto la guida di un leader ambizioso e visionario.
Ma Narcos: Mexico è straordinario nel restituire anche le ombre, le collusioni, i risvolti politici e geopolitici di un fenomeno che, come sempre, è ben lungi dall’essere puramente criminale.

Gli sceneggiatori mostrano insistentemente come la leadership di Félix Gallardo sia legata, per non dire subordinata, al potere politico.
Non si tratta solo della corruzione endemica nella polizia e nel sistema giudiziario: i suoi affari sono protetti da un’agenzia governativa, la DFS.
Da anni strumento occulto di annientamento del dissenso per conto del PRI (l’ossimorico Partito Rivoluzionario Istituzionale, rimasto al governo del Paese per 71 anni in quella che, nonostante le forme democratiche, Vargas Llosa chiamò dictadura perfecta), la DFS, anziché combattere la criminalità organizzata come prevedeva il suo statuto, acquisì un ruolo di sovrintendenza su di essa, ricevendo in cambio risorse umane e finanziarie per le proprie attività repressive, oltre che una cospicua fetta della torta per i vari attori del sistema.
Insomma, fin dagli anni ‘80 il narcotraffico si innesta su una consolidata struttura di potere nazionale, alle dipendenze di un’élite sfruttatrice che se ne serve accentrandolo e, in qualche modo, disciplinandolo.

Solo sul finire della serie Félix Gallardo comincia a manifestare insofferenza per questo stato di cose, salvo poi realizzare che soltanto all’interno del perimetro istituzionale il business della droga può procedere incontrastato.
Se la versione colombiana di Narcos aveva suscitato qualche critica per la prospettiva spiccatamente statunitense, severa nei confronti delle istituzioni locali e assolutoria verso le responsabilità degli USA, non si può dire lo stesso di quella messicana.
Stavolta la serie sottolinea chiaramente le colpe del vicino norteño, che non si limitano alla cronica incapacità di contenere la domanda di droga all’interno dei propri confini.

Da tempo, infatti, la criminalità organizzata messicana, tramite la DFS e i suoi stretti contatti con la CIA, era stata di fatto arruolata nell’esercito occulto della Guerra fredda.

E gli sceneggiatori sposano in maniera inequivocabile la tesi secondo cui il sodalizio tra Félix Gallardo e i cartelli colombiani non sarebbe mai avvenuto senza la mediazione di Juan Matta Ballesteros.
Si tratta di un noto criminale honduregno a libro paga della CIA e grazie al quale gran parte dei proventi della nuova rotta della cocaina andarono a finanziare le operazioni dei Contras in Nicaragua.
Che il narcotraffico non sia solo questione criminale non sfugge a Enrique “Kiki” Camarena, l’altro protagonista della serie, alter ego di Félix Gallardo, integerrimo agente della DEA (la Drug Enforcement Administration statunitense) di origini messicane che, giunto a Guadalajara, contribuisce più di ogni altro a intralciare gli affari del Cartello.

I due antagonisti, personaggi dal carattere molto simile per determinazione e intraprendenza, si incontrano sul finire della serie, quando Camarena sta per soccombere al rapimento e alle torture degli aguzzini di Félix Gallardo.
Una fine tragica che però, come mostra l’ultima puntata, cambierà per sempre l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del narcotraffico.
Del resto, i cultori di Narcos ricorderanno le parole degli agenti DEA Murphy e Peña (al contrario di Camarena, personaggi fittizi) nella prima stagione colombiana: «Kiki era come Gesù Cristo per noi: era morto per salvarci».

Dopo la sua morte, l’intero sistema politico-criminale messicano, e così il modello centralizzato e “istituzionalizzato” del narcotraffico, tenuto sotto controllo anche per impedire ogni degenerazione violenta e socialmente allarmante, comincia a vacillare grazie alle attività investigative e alle fortissime pressioni statunitensi nei confronti del governo.
Ma ancora una volta la repressione scatena pericolose trasformazioni criminali, a maggior ragione in un periodo come gli ‘80, quando il Messico affronta le conseguenze di una massiccia privatizzazione dell’economia (che non ha niente da invidiare a quella della Russia post-sovietica) e di un processo di democratizzazione estremamente tormentato.
L’epopea di Félix Gallardo e il sacrificio di Camarena preludono dunque alla tragica stagione delle drug wars. Che, come ha scritto icasticamente l’economista Francisco Gonzalez, somigliano «a un uomo che prende furiosamente a calci un alveare, senza avere lo spray con cui neutralizzare le api che ne usciranno agguerrite».

In attesa di vederle in scena nelle prossime stagioni, viene da ripensare alle parole con cui la voce fuori campo apre Narcos: Mexico: «Voglio raccontarvi una storia. Ma sarò sincero: non finisce bene. Infatti, non finisce per niente».

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