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TREDICESIMO-PIANO


Thu, January 19, 2017

MAKE AMERICA GREAT AGAIN

Make America Great Again significa riportare in vita settori dell'economia USA condannati dall’avanzare dei tempi: il revanchismo del comparto militare-industriale si nasconde dietro la rabbia della rust belt. Il vero problema è la subalternità di un'Europa terrorizzata dalla crisi delle sue esportazioni verso il consumatore mondiale. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto una funzione di regolatore dei cicli globali: dopo una grande crisi, hanno sempre aperto il loro mercato al mondo. L'hanno fatto anche dopo il great crash dei subprime. Se adesso stringono i rubinetti e si rifinanziano, cresceranno i tassi, si ridurranno le importazioni e aumenteranno i conflitti nel resto del pianeta.

Londra, 18 gennaio 2017
Il pugno di Adolf Hitler. A pochi centimetri dalla faccia di Philip Wade. Lo sguardo inflessibile che si tende all’orizzonte. Hitler e la sua figura inconfondibile, l’icona del Male. Occhi negli occhi con il professor Wade, nel museo di Madame Tussauds, a London City.
Philip rabbrividisce, prima di incamminarsi lontano dall’inquietudine che gli mette quella statua di cera. “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”. Le parole di Bertolt Brecht lo accompagnano mentre sfila negli ambienti del museo.
Ha lottato, Philip Wade. Da quand’è cresciuto nella Liverpool operaia di un tempo andato. Ha lottato e ha perso, come la working class piegata dalla Thatcher e dagli anni Ottanta. Ha lottato, sostenendo il pensiero del suo maestro Federico Caffè. E ha perso quando il suo mentore decise di scomparire nelle pieghe del decennio più feroce.
Ha lottato, Philip. E ha perso. Più di una volta.
Ma la sconfitta peggiore è stata il passaggio dall’altra parte, quando fu reclutato nel campo dei suoi nemici. Non era una spia, e nemmeno un traditore. Solo un seguace dell’illusione di poter cambiare le cose da dentro. È così che si trovò strategist presso la grande banca. Ufficiale nello stato maggiore del “Generale”, il grande manovratore, l’uomo del Tredicesimo piano: Derek Morgan.
In quegli anni Philip ha perso senza combattere.
Oggi è un vecchio professore di Storia del “Birkbeck” College, rassicurato dai simulacri immobili che abitano questo museo. Un vecchio professore, preda della malinconia per il passaggio del tempo, che lo fa sentire una foglia in autunno.
La fissità delle cere gli sembra opporsi a un mondo che corre, dove la Storia continua a compiersi in giornate epocali. Come quella del 20 gennaio 2017, quando Donald Trump si insedierà come 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America.
Philip si ferma davanti a una statua. Gli occhi penetranti da attore che deve bucare lo schermo. La perfezione del taglio di capelli, uscito da un camerino di Hollywood. Oppure la materia modellata, fissata inesorabilmente nel tempo. Philip mescola quella staticità con un turbinio di pensieri, l’accogliente galleria del passato con il procedere del presente che incalza.
L’insediamento di Trump sarà un trauma, riflette Phil. La vittoria è metabolizzata, fiumi d’inchiostro sono stati versati per analizzare le ragioni che hanno condotto l’Avventuriero al trionfo. Ma il momento dell’insediamento segnerà l’immaginario. Nessuno in realtà è pronto al 20 gennaio 2017. E gli Stati Uniti si preparano a reprimere qualsiasi protesta al di fuori della cornice programmata. Ci sarà un prima e un dopo, sarà uno spartiacque.
La giacca bianca e il papillon nero di Humphrey Bogart proiettano il professor Wade nel ricordo. Perché nonostante i colori invertiti degli abiti e la pelle di cera, Philip ricorda benissimo la foto in cui Bogart e Lauren Bacall guidano la delegazione del cinema in marcia verso il processo contro la “Black List” di Hollywood. Solidarietà per i colleghi inquisiti, partecipazione politica contro il maccartismo. Oggi le celebrità possono fare tutti i proclami che vogliono, ma sono parte integrante di un sistema diviso già in campagna elettorale: attori e cantanti sono considerati molli miliardari, amici dell’establishment, che dovrebbero limitarsi a intrattenere coi loro show mentre altri pensano a far tornare grande l’America.
Make America Great Again. Un maccartismo post-moderno, senza liste né prigioni fisiche.
Eppure la vera repressione si vedrà nelle strade. La Quinta di New York, dove si alza la Trump Tower, sembra Baghdad, tra mezzi cingolati e militari in armi. Ci sarà una marcia, una controcerimonia all’insediamento di Washington. Ma verrà assorbita dallo show della cerimonia ufficiale, come un elemento dello spettacolo officiato da Donald John Trump.

La corporatura imponente di Winston Churchill riempie la sala con la forza di un simbolo. Al professor Wade non sembra casuale che si sorregga a un bastone.
Quella che inizierà con l’insediamento di Trump sarà un’epoca nuova, si dice Philip. Un’epoca dove tutto è diffuso, dove reti e flussi connettono una cittadinanza globale, che rifiuta tanto il neofascismo qualunquista del nuovo presidente quanto la paralisi del centrismo europeo. Due facce della stessa medaglia che hanno molto, troppo in comune.
Studia l’espressione stanca e solenne del viso di Churchill, Philip. Ragiona su quanto appaiano distanti la Gran Bretagna e l’Europa di quell’uomo. La resistenza al nazismo, l’alleanza con gli Americani, la liberazione di un continente. Anche questa statua pare figlia di un tempo perduto, sommerso dalla grande onda del futuro incombente che può travolgere la fragile unità politica d’Europa. Se lo meriterebbe, l’Unione votata al credo teutonico, asservita all’oligarchia mercantilista, preoccupata dalle minacce protezioniste del trumpismo di governo. L’Europa fondata sulla concorrenza teme che il suo castello ideologico possa franare, abbattuto dall’interrompersi del processo di globalizzazione. Philip Wade sorride amaramente: lo scontro tra fazioni opposte di capitale viene mascherato da differenze ideologiche.
Make America Great Again significa riportare in vita settori dell’economia USA condannati dall’avanzare dei tempi: il revanchismo del comparto militare-industriale si nasconde dietro la rabbia della rust belt. Il vero problema è la subalternità di un’Europa terrorizzata dalla crisi delle sue esportazioni verso il consumatore mondiale.
Gli Stati Uniti hanno sempre avuto una funzione di regolatore dei cicli globali: dopo una grande crisi, hanno sempre aperto il loro mercato al mondo. L’hanno fatto anche dopo il great crash dei subprime. Se adesso stringono i rubinetti e si rifinanziano, cresceranno i tassi, si ridurranno le importazioni e aumenteranno i conflitti nel resto del pianeta.
Philip, scuro in volto, si avvia verso la sala successiva. Divide et impera, recita tra sé.
Mosca e Pechino devono tornare a odiarsi come negli anni della questione sino-sovietica, il grande scisma del comunismo internazionale. Trump ha puntato sulla Russia, mentre i democratici hanno sbagliato le scelte. E sono stati sconfitti.
Il professor Philip Wade fronteggia Barack Obama. Mister President tiene le braccia incrociate e sfoggia un sorriso inopportuno. Una smorfia che cristallizza la tempistica sbagliata. Perché Obama ha scommesso su Hillary fuori tempo massimo. E sbagliare i tempi, in politica come sui mercati, è il peggiore degli errori.
Hillary è una statua di cera fuori dal museo. Devota al miraggio dei Diavoli, gli uomini del Tredicesimo piano, i manipolatori della realtà che credono di poter congelare l’attimo in un lungo, infinito tramonto per differire l’arrivo della notte. Ma la notte è arrivata.

Hillary avrebbe scelto la Cina. L’Europa è la costante: isolata, immobile. L’Europa dei conti in ordine, delle costituzioni in balia della produttività e della capacità di esportare. L’Europa che non arbitra la contesa ma assiste alla lotta per l’egemonia globale.
Philip guarda i giovani turisti che si fotografano accanto alla statua di Obama. Pensa ai suoi studenti del “Birkbeck” College, a quello che direbbe se tenesse una lezione su questi ultimi mesi.
Direbbe che per gli europei Trump è stato un diversivo. Che hanno dimenticato le scadenze e i rischi d’implosione deridendo l’Avventuriero. Che hanno analizzato la rust belt e obliato il Sud Italia, la Grecia, la Francia, come se l’unica emergenza fosse il terrore di Daesh.
Il professor Wade ricorderebbe ai suoi studenti che Trump è la maschera, la finzione ciclicamente riproposta dagli Stati Uniti nei corsi e ricorsi della loro storia. Echi risuonano nella galleria del tempo, giungono dal passato. Philip Wade ricorderebbe di quando l’America ha smantellato Bretton Woods, inaugurando nel 1971 con il Nixon shock e la linea di Paul Volcker l’età del grande disordine planetario al tempo dell’inconvertibilità del dollaro in oro. Philip ricorderebbe che l’America ha salvato l’economia mondiale con il Quantitative Easing, ma solo dopo averla scaraventata all’inferno con la crisi dei subprime
Philip sente vibrare il telefono nella tasca. Lo ignora e continua a seguire il filo dei suoi pensieri, a valutare la grande sfida che l’Avventuriero dovrà affrontare: gestire la ciclicità del disavanzo commerciale in una cornice ben più globalizzata, rispetto ai suoi predecessori, perché la connessione tra platform companiesamericane ed esportatori europei non ha precedenti.
Le chiusure protezionistiche, a questo punto, potrebbero devastare l’economia del pianeta Terra: a cominciare dall’Europa, considerando quant’è orientata all’esportazione e alla produzione di surplus commerciale. Il vecchio continente è prigioniero della politica commerciale che ha costruito assecondando le brame tedesche. La sua crescita è legata alle esportazioni come a un cappio. Basterà una piccola decisione negli Stati Uniti per scatenare la depressione economica.
Eppure c’è stata un’America grande davvero. Philip non fatica a riconoscerlo. Un’America capace di irridere l’icona del Male, capace di tratteggiare la caricatura di Adolf Hitler.
Di fronte a Charlie Chaplin, il professor Wade sente qualcosa ricomporsi. La maschera di Charlot, sotto il cappello, riesce a essere al tempo stesso tragica e buffa. Philip pensa a Il grande dittatore e al mappamondo che esplode nelle mani di Chaplin. Poi pensa all’esplosione degli assetti globali.
No Make America Great Again, bensì Make America Little Always. La globalizzazione entra in una fase critica, la disgregazione di un processo lungo due decenni espressa dalla crescita delle diseguaglianze, del terrorismo, delle guerre. Trump affronterà queste sfide con la formula che spaventa di più Philip Wade: meno Stato. Il mantra del sacerdote Francis Fukuyama che ritorna a celebrare la fine della Storia dopo l’interventismo di Obama.
Sarà lo svuotamento dello Stato, l’opposto degli interventi anticiclici proposti da Keynes, il combinato scomposto di tagli fiscali regressivi e spesa pubblica per armamenti. Tutto questo in un Paese con la disoccupazione ai minimi.
Il professor Wade osserva la materia che forma la statua, tenta di carpire il segreto dell’espressione di Charlot. L’America non è più grande, si dice. Anche se forse riuscirà ad assorbire la schizofrenia di Trump e il cambio di paradigma sul commercio globale. Il resto del mondo, invece, pagherà dei prezzi. Per prima l’Europa.
Ed è questo pensiero a immobilizzare Philip Wade, a impedirgli di guadagnare l’uscita del museo. Come se lui stesso fosse fatto di cera, come se si fosse tramutato in una statua fra le statue.
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