Decodificare il presente, raccontare il futuro

Thu, April 14, 2016

MACCHINE E FINANZA

«Noi siamo i ribelli e la guerriglia che combattiamo è a garanzia di tutti. Facciamo un uso pubblico della ragione, come ha scritto Slavoj Žižek»

ARTICOLO

Roma, 8 aprile 2016
Emiciclo. Mezzo cerchio. Incompiuto, come la presenza degli studenti in aula. Siedono in modo asimmetrico, scomposto. Io no, io sono arrivato per primo e mi sono seduto nel posto centrale – dieci posti alla mia destra e dieci a sinistra – nell’ultima fila. Ma i miei compagni di corso sono diversi da me, sono caotici. Non fanno caso a quello che succede: in quest’aula, nella facoltà di Matematica, tra i viali della città universitaria della Sapienza. E fuori, nel mondo. A circa quindici metri da me, le spalle sottili di lei. Sottili e dritte, in attesa. La posso guardare senza esser visto, da qui. Comunque mi faccio schermo con lo schermo sollevato del notebook. Per scrupolo. Sono una persona che si fa molti scrupoli, per avere ventun anni. E neanche sarebbe necessario, in verità, fingere di non guardarla. Non si è voltata mai, da quando è entrata. Non si è accorta di me. Si è accorta dello scapigliato, invece. Quello che ha preso posto sul suo stesso asse e la guarda. Quello che per fare il genio si veste trasandato. “Esiste una relazione tra le passioni e il calcolo? I comportamenti umani determinati dalle passioni sono prevedibili attraverso l’applicazione di modelli?”. La voce del professore è profonda. Non affaticata, in accordo con i suoi quarantacinque anni. Vibra da una gola esposta, sotto la camicia aperta, a sua volta sotto una giacca aperta. I jeans sono il tocco sportivo. La voce del professore è sicura, come lui, anche quando pone delle domande: “È possibile elaborare algoritmi che, vagliando enormi volumi d’informazioni, prevedano l’andamento dei mercati? O immaginare un’intelligenza artificiale, capace d’imparare dai propri errori, che sviluppi modelli di trading finalmente autonomi dall’uomo? È fantascienza o scienza? E cos’è stato già fatto in questo campo? Ecco, alcuni dei quesiti a cui tenteremo di rispondere nel corso del seminario”. Sì, il seminario che comincia oggi. Macchine e finanza.
Dicono che i vent’anni siano l’età più bella della vita, penso mentre abbasso lo sguardo sul monitor del notebook. Sul file degli appunti, aperto e vuoto. “Studiare la struttura interna di un ambiente, e la connettività fra i diversi spazi dell’ambiente stesso, è fondamentale per capire l’emergenza di emozioni e comportamenti di massa” continua il professore. Il file degli appunti non è davvero vuoto: a inizio pagina c’è una piccola linea verticale che appare e scompare a intermittenza. “Internet e la società globale sono il teatro ideale per considerare le reazioni collettive. In rete, tutto viene amplificato e velocizzato. Per questo è determinante comprendere quali centri vengono sollecitati da determinati input, e quali risposte questi input determinano”. Rimetto lo sguardo sul notebook. Ho quella frase di Brecht che mi pulsa nelle orecchie, a intermittenza: “Cos’è rapinare una banca a paragone del fondarne una?” Strano, perché non ho intenzione di fondare una banca. Né ho bisogno di rapinarne una. Quello che mi serve lo prendo dai mercati finanziari. È così da quando mi sono iscritto all’università. Conosco il modo per farlo, tutto qui. Come l’attenzione dell’emiciclo ruota attorno al professor Villa Mandelli, così quello che mi serve ruota attorno alle informazioni. Acquisisci sapere e tecniche, prendi dal sistema ciò che ti serve. Elementare, come la forma del panno antistatico che faccio scivolare sulla superficie del notebook. Un semplice quadrato. Il professore continua a parlare, lo scapigliato continua a lanciare sguardi a lei. Nessuno bada a me, mentre mi collego a un account Bloomberg. Un trade semplice come quel quadrato. Le opzioni di una banca non sono prezzate correttamente, molti credono ancora che pagherà il dividendo. A volte i volatily trader assomigliano alle scimmie: stanno arrampicati sugli alberi e non si rendono conto che là, in basso, il mondo cambia. Non si rendono conto che, il prossimo anno, quella banca non pagherà nessun dividendo. Io invece lo so, l’ho capito. Per questo, venderò un’opzione call con scadenza a giugno 2016 e comprerò quella su settembre. Profitto minimo, ma è abbastanza per pagarmi un anno di retta. O tre mesi di spesa e bollette. O un viaggio, se decido. Controllo di nuovo i prezzi. Eseguo il trade.
Una grande soffiata, da storia del giornalismo
Lei e lo scapigliato si dicono qualcosa, sopra la distanza che li separa. Lei piega la testa, mentre lo guarda, e i capelli si spostano sul lato opposto. La breve linea verticale continua a pulsare nella mia pagina senza appunti. Allargo una finestra ridotta in basso. Un sito di informazione. Sull’homepage, la dimensione del primo titolo è superiore alla misura standard. Mi avvicino al monitor, scorro il testo, cerco di capire al di sopra delle parole che escono con la voce profonda del professore. Una grande soffiata, da storia del giornalismo. Lo studio legale Mossack Fonseca. Società offshore. Fonte: riservata, confidenziale, anonima. Scandalo: Panama Papers. Faccio scivolare il dito sul touchpad, secondo traiettorie fantasiose che mi portano a recuperare sempre più informazioni. La fantasia è solo in quelle traiettorie: per il resto dimentico anche dove sono, pur di capire davvero cos’è successo. Non si sa come i dati siano stati sottratti, se è un furto interno o un hacking esterno, ok. Ma è una storia semplice. Il WordPress del sito di Mossack Fonseca usa una versione obsoleta di Revolution Slider – che già è un pluginsemplice per caricare una shell remota. Lo studio legale permetteva ai clienti di accedere a tutti i documenti tramite portale, e nello stesso network c’è il server di posta. Roba da dilettanti. C’è scritto pure che quelli di Mossack Fonseca fanno blabla con la privacy, le informazioni riservate e la solita solfa. Parlano come nemici, ma sono dilettanti e basta. Capiscono solo gli effetti. Non glielo spieghi che sono in mezzo a una guerra. Che la mancanza di trasparenza è un’arma, non solo una grande bugia. Non glielo spieghi che la cultura hacker sta svelando la bugia, spuntando l’arma. Panama Papers è il nome di una battaglia, diventerà come i nomi delle battaglie antiche. Il teatro di guerra è il mondo. Di qua e di là, due eserciti: i ribelli e l’establishment. Chi è illegale? Voi. I ribelli, i sovversivi, non stanno in strada. Combattono da case qualunque in palazzi qualunque. Digitano codici su tastiere come questa, creano il panico senza scendere in piazza. Per creare il panico, basta mostrare, svelare: quegli altri nascondono perché hanno da nascondere. Nascondono che Russia, Argentina, Islanda, Francia, sono guidate da titolari di conti in paradisi fiscali. Nascondono che David Cameron, tra offshore e donazioni, fa il disinvolto con le tasse: proprio Lui che incarna un classismo 2.0, Lui che ha fatto di Londra la vetrina scintillante del capitale globale. Nascondono che Mauricio Macri, in Argentina, ha raggiunto un accordo con quattro hedge fund americani. Ha saldato vecchi debiti coi creditori abrogando le leggi della precedente amministrazione: quelle che disponevano il blocco dei pagamenti. Ha fatto una scelta politica e ha usato soldi pubblici. Disinvolto anche Lui. Troppo disinvolto. Lui, che i capitali privati, li ha a Panama: offshore, s’intende. Chiedono sacrifici, ma non ne fanno mai. E il 99% del mondo reagisce, quando la trasparenza mostra il blabla dell’1%. In Islanda, il primo ministro conservatore è saltato, mentre la protesta montava. Non glielo spieghi, però, a gente come questa.
Il professor Villa Mandelli usa tante parole, sempre con la sua voce profonda. Tante quante le sue vite. Un radical-chic ipocrita. Un docente in jeans che si scopa le studentesse. Le voci girano, in facoltà lo sappiamo in tanti. “Nel prevedere i comportamenti umani” sta dicendo “una rilevanza particolare assume la circolazione delle informazioni: i modi in cui vengono date, e i tempi. Non a caso alcune agenzie di stampa stanno diventando dei veri provider di dati finanziari, gestendo flussi d’informazioni in tutte le lingue. Comprendere la circolazione delle notizie serve a immaginare quali passioni si svilupperanno, quali comportamenti…”. È la mia voce a interromperlo, dal posto centrale dell’ultima fila: “Immaginare, prevedere? O anche suscitare passioni e dettare comportamenti?” Mi guarda, da laggiù. Lo guardo, da quassù. Un filo teso per attraversare l’intera aula a emiciclo. Poi dice: “Non esistono programmi capaci di generare passioni negli esseri umani”. Sembra calmo, non infastidito. E mentre riprende la lezione, poggiando le dita sul primo banco, io nascondo il mio IP e lancio il programma per craccare la password dell’indirizzo mail: villamandelli@uniroma1.it. Il suo indirizzo mail. Lui guarda la studentessa al primo banco, mentre le mie dita entrano nella sua posta.
Dobbiamo essere in grado d’intrappolare il capitale globale nelle maglie dell’hacktivismo globale
Nell’emiciclo dell’aula, il professor Achille Villa Mandelli ha i jeans, la camicia aperta sulla gola, la giacca accorciata sulla manica ora che tiene le dita sul banco. È uscito dal quadrilatero del monitor, ha abbandonato il nome di “Joker”. Non solo: l’ha rinnegato. Dentroera una leggenda della cultura hacker tra i Novanta e gli anni Zero. Fuori è un consulente di sistemi di sicurezza informatica con cattedra alla Sapienza. Passare dall’altra parte, come si dice. Da dentro a fuori. Nell’emiciclo dell’aula, posto centrale dell’ultima fila, io sono lo studente Alessandro Grimaldi detto Alex. Ma l’aula è il fuori, l’apparenza, e io non curo molto la vita di Alessandro Grimaldi detto Alex. Come non seguo molto la lezione di Villa Mandelli. Curo invece la vita di “Destroy”, perché non ho abbandonato il mio nome. Non sono mai stato tentato di passare dall’altra parte. Essere un hacktivist significa stare dentro a un quadrilatero. Significa entrare nell’indirizzo mail di una leggenda, e considerarla nient’altro che un nemico. Perché collaborare con le guardie informatiche è quello che fanno i nemici. Lavorare a un algoritmo per generare la paura sui mercati, può farlo solo un nemico. Essere un hacktivist significa sapere, per esempio, che Villa Mandelli lavora a un potente strumento di condizionamento: un programma che non preveda soltanto i comportamenti, bensì che generi il terrore sui mercati attraverso precise sequenze di azioni. Perché chi terrorizza detiene il vero potere. Essere un hacktivist significa rintracciare quell’informazione, verificarla, scambiarla, per poi sabotare il piano del nemico. Noi siamo i ribelli e la guerriglia che combattiamo è a garanzia di tutti. Facciamo un uso pubblico della ragione, come ha scritto Slavoj Žižek. Apriamo la luce su una distesa di informazioni, lontani dai piani inclinati su cui scivolano interessi personali che finiscono per mischiarsi a quelli collettivi. Noi siamo fuori dal capitalismo, dai Venture Capital e da Wall Street. Ci infiliamo nelle maglie del potere e mostriamo i suoi meccanismi. Siamo il futuro: per questo e perché possiamo migliorare ancora. Per ora sappiamo distruggere meglio di quanto sappiamo costruire. Dobbiamo essere in grado d’intrappolare il capitale globale nelle maglie dell’hacktivismo globale. Intanto, continuiamo a ridurre la distanza col potere.
Abbasso lo schermo, e mi alzo in piedi. Rimetto a fuoco il dentro e il fuori, per come li intendono loro. Villa Mandelli sta continuando la lezione, mentre esco dall’aula. Sfuggo al suo sguardo, lascio anche l’edificio della facoltà. Mi tiro via dalle consuetudini che gli studenti seguono, come una legge immodificabile, di fronte ai professori. Mi avvio a piedi per la discesa che sbocca al Verano. Penso ai Demoni, i programmi che sfuggono al controllo dell’utente e lavorano in background. Si narra che quel nome fu dato pensando a Maxwell e al suo diavolo, creatura capace di governare il flusso delle molecole, separando le calde dalle fredde come in natura non avviene, e di derogare così al secondo principio della termodinamica. Qualcosa in più di una semplice ipotesi teoretica o di un paradosso, il diavolo di Maxwell. Quasi una metafora di ciò che sarebbe accaduto, di ciò che è davvero accaduto. Penso che nella realtà e nel mondo, dentro e fuori, tra i flussi dei mercati finanziari e le dorsali della rete telematica, esistono forze capaci di esercitare un controllo pervasivo. E c’è del diabolico in questo. È come se quei programmi avessero smesso di agire semplicemente in remoto e avessero preso il cuore del sistema. Gli utenti tagliati fuori, imprigionati in un’illusione di libertà, soggiogati da qualcosa che era dentro e adesso è ovunque. Costeggio le ringhiere scrostate, do un ultimo sguardo agli edifici a pezzi dello studentato. Poi sollevo il cappuccio della felpa, divento invisibile. E penso che non permetterò a nessuno di dire che vent’anni è la più bella età della vita.

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