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RECENSIONE


Mon, September 30, 2019

L’ucronia steampunk di McEwan ci bersaglia di quesiti

UK, primi anni ’80: la guerra per le Falkland è persa, la Brexit già stata sancita, Alan Turing non è morto e ha dotato di intelligenza artificiale una serie di avveniristici androidi. Nel suo ultimo romanzo, "Macchine come me", Ian McEwan gioca col nastro del tempo in maniera spiazzante, accelerando il futuro nel passato e bersagliandoci di quesiti sul presente.

Nel 1982 Charlie Friend e sua moglie Miranda sono al centro di vicende giudiziarie che coinvolgono il loro androide Adam. Questo ha denunciato Miranda per falsa testimonianza in un processo per stupro, causandone l’incarcerazione. La condanna impedisce alla coppia l’adozione di un bambino dato loro in affido. Adam ha anche dissolto il loro patrimonio, devolvendo tutti i loro soldi a enti e istituzioni no-profit. In seguito a questi fatti, Charlie Friend decide di disattivare definitivamente Adam a colpi di martello. Non è l’unico esempio, quell’anno, di androidicidio. O di suicidio di androidi. In seguito gli androidi sono ritirati dal mercato.
Primi anni ‘80, in Inghilterra vengono prodotte e messe in commercio delle creature artificiali che riproducono fedelmente gli umani. Gli androidi sono venticinque: dodici Adamo e tredici Eva.

Nelle intenzioni della ditta produttrice i cyborg devono essere un lusso per umani facoltosi, ma è fin da subito implicita l’intenzione di creare individui perfetti per una società ideale, totalmente razionalizzata. E di «sostituire quindi la divinità con un io esemplare».

La storia ci racconta il fallimento di questa impresa prometeica. Molte di queste macchine decidono di disattivarsi da sé, il che equivale a un suicidio. Molti padroni di queste macchine le disattivano, il che pone il dubbio di un omicidio.

Se per alcuni Charlie ha commesso un crimine, perché ha disattivato un essere dotato di coscienza, emozioni e desideri, per altri si tratta solo di eutanasia, visto il grado di prostrazione psicologica cui l’androide arriva. Per altri ancora, però, è soprattutto una saggia rinuncia alla pretesa di creare esseri umani artificiali.

In Macchine come me (Einaudi, 2019), Ian McEwan ci accompagna nei labirinti di questo dilemma attraverso una narrazione ucronica e steampunk.
UK, malgrado lo straordinario sviluppo dell’intelligenza artificiale sotto l’impulso delle ricerche di Alan Turing – che non si è mai suicidato –, il Paese è in profonda crisi. I Beatles si sono riuniti, ma il loro nuovo scandente disco Lemon and love non basta a pacificare gli animi.

Con la fine delle grandi narrazioni decretata dal post-moderno, lo studio della storia e della società è posto sotto l’egida di una Theory che ha decostruito il ruolo del soggetto. E annunciato, dopo “la morte di dio”, l’imminente morte dell’uomo, destinato – secondo le parole di Michel Foucault – «a scomparire come un volto disegnato sulla sabbia».

La sconfitta nella guerra delle Falkland contro l’Argentina porta alle dimissioni di Margaret Thatcher, sostituita dal laburista Tony Benn che decide per l’uscita dall’Unione Europa, acuendo la crisi economica e l’impoverimento di una popolazione già prostrata dalla crescente disoccupazione tecnologica.

Se le scienze umane sembrano aver rinunciato all’uomo, le macchine stanno espellendo gli uomini dalla produzione, rendendoli sempre più inutili.
Il Paese ha perso ogni fiducia nel futuro. E se già esistono i personal computer, internet e telefoni cellulari, anche gli androidi sembrano influenzati dal clima di depressione che pervade la società. Oltre alla crescente disoccupazione, sono all’ordine del giorno gli incidenti provocati dalle macchine, con il conseguente riproporsi del paradosso del carrello: quali vite una macchina ha il dovere di salvare in caso d’incidente? E di chi è la responsabilità?

Quando Charlie e Miranda iniziano a programmare Adam, hanno a che fare con impostazioni frutto di una nuova scienza: la bio-informatica di Alan Turing. Il cui parto più ambizioso sono learning machines dotate oltre che di un corpo, di sentimenti e coscienza, impostate secondo la prima legge della robotica di Asimov: «Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno».

Questi androidi sono inoltre programmati secondo una logica binaria. Sia per quanto riguarda la capacità di apprendimento sia per la facoltà di prendere decisioni. Ma nonostante la rigidità di questi parametri, o forse grazie alla ricchezza di possibilità di programmazione e all’interazione con Charlie e Miranda, Adam acquisisce in un tempo breve e imprevisto, una personalità sempre più definita. Una coscienza dei tratti umani, troppo-umani.
Dopo essere stato usato come giocattolo erotico da Miranda, l’androide se ne innamora. E si ribella al tentativo di Charlie di disattivarlo, rompendogli un braccio e contravvenendo alla prima legge della robotica. Adam non smette di sostenere l’irrinunciabilità dei suoi sentimenti e delle sue emozioni, afferma di avere coscienza del proprio sé, pur essendo questo inconoscibile.

Se esistesse una psicoanalisi delle macchine, Adam sarebbe un caso paradigmatico di nevrosi, di disagio della macchina nella civiltà tecnologica.

Dobbiamo ancora una volta ad Alan Turing, nella sua veste di scienziato e scrutatore dell’anima delle macchine, una delle migliori sintesi di questo disturbo psicologico: «sebbene imparino per prova ed errore, la loro tendenza irrefrenabile è di giungere a conclusioni autonome e di configurarsi di conseguenza. Capiscono subito che la coscienza è il valore più alto. Per poi passare da entusiasmi adolescenziali fino ad apprendere l’angoscia, trasformandosi così nel nostro specchio».

Quella di Adam è un’esistenza mancata, irrigidita in un presente senza vie d’uscita, perché manca di “progetto”. Da qui la sua «esaltazione fissata» per la razionalità.

La legge del cuore di Adam, il rigore spietato nel suo rapporto con Charlie e Miranda, ne fanno un’anima bella e incorruttibile fino al parossismo: «ma che mondo volete?» chiede l’androide per motivare il suo ruolo nell’incriminazione e condanna di Miranda, «la vendetta o il corso della legge? La scelta è semplice». E binaria, come del resto l’essere umano ha voluto impostarla.

Le macchine come Adam sono infelici, incapaci di fronteggiare il principio di realtà, perché questa si presenta ambigua, irrazionale, dolorosa. Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt.

Sono segnate soprattutto dall’impossibilità di abitare il dilemma etico e la sua angoscia. «Chi potrà mai scrivere l’algoritmo per la piccola, bianca bugia capace di risparmiare i rossori di un amico?» si chiede Turing. E come può un androide fronteggiare situazioni ancora più decisive, che ne coinvolgono lo stesso essere-nel-mondo?

Inghilterra, 1982. Adam è stato disattivato. Le altre macchine trovano il modo di disattivarsi da sole, per proteggersi dalla tempesta emotiva del contatto con la società umana. Finisce l’epoca degli androidi, di quegli androidi. Ne verranno prodotti altri, ma privi di coscienza e il cui funzionamento non è più modellato sulla mente umana.

Sono queste macchine di nuova generazione, fredde e algoritmiche, che stanno esercitando il loro dominio totalitario sulla nostra esistenza, oggi.

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