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Fri, May 20, 2016

LOW COST

Basta una t-shirt per soddisfare un bisogno primario trasmettendo un’illusione di benessere?

ARTICOLO

20 maggio 2016
La cerniera del trolley si incaglia come per un atto di ribellione. Non vuole saperne di andare avanti o indietro, nonostante la mano di Philip Wade provi a forzarla. A lui fa venire in mente l’incapacità dell’Europa di dare una nuova direzione al proprio progetto. Pensa a questo e molla la presa. Porta una mano al colletto della camicia. Inspira. Si sente a disagio, non è abituato alla cravatta. Non la portava neppure ai tempi della grande banca, quando preferiva i maglioni a collo alto, quasi una provocazione rivolta al dress code della comunità finanziaria di London City dove aveva scelto di farsi arruolare. Inspira ancora. Scaccia i ricordi. Il tempo è un balsamo. Ed è una mano diversa quella che fa scendere sulla zip. Anche la cerniera del trolley sembra diversa: e accetta, di colpo, il proprio destino di bagaglio.
Il professor Wade bussa al vetro del primo Black Cab lungo il viale. Il tassista gli fa segno di accomodarsi prima di scendere e sistemare il trolley nel portabagagli. Quando l’uomo rientra al posto di guida, Philip incrocia i suoi occhi nello specchietto e dice: «Heathrow, Terminal 5, per favore». È in perfetto orario, ma avverte comunque un po’ di tensione. Pensa alla frenesia che troverà all’aeroporto. Sempre così, in questi giorni di primavera. Lo scalo si riempie di viaggiatori più che nel resto dell’anno. Sell in may and go away riflette tra sé. Vendi a maggio e scappa. Quando prestava il suo lavoro come strategist per la grande banca, nell’altra vita, prima di diventare un docente del Birkbeck College, maggio era il mese in cui gli assi della finanza riponevano le armi, anticipando di un passo le vacanze estive. Per gli addetti ai lavori si tratta di un mantra, lo sa. E sarebbe disposto a puntare cento sterline, sul fatto che proprio adesso i suoi compagni di quella vita si stiano preparando all’ennesimo check-in. Come lui, per motivi diversi dai suoi. Il taxi si ferma a un semaforo rosso, su Brompton Road. Phil osserva la strada, il palazzo dei grandi magazzini Harrods che si innalza: cinque piani, trecento reparti, dall’alimentare all’alta moda. Harrods, dove gli abiti somigliano a opere d’arte. In un certo senso, il museo più visitato di Londra. Un’icona britannica che è assieme il simbolo del lusso e il regno dello shopping di massa. Era questo, una volta. Era… prima che la bufera scacciasse la classe media dai suoi corridoi, prima che i consumi cambiassero, prima che la forza di gravità del low cost risucchiasse i ceti medi verso il fondo d’una tragica parodia di ricchezza. «Chi veste la middle class?» sussurra il professor Wade. «Basta una t-shirt per soddisfare un bisogno primario trasmettendo un’illusione di benessere?»
Il tassista continua a guidare senza badare a quelle parole. La città riprende a scorrere veloce, oltre il vetro. Philip ripensa agli anni a Roma, a un suo vecchio compagno di ricerca, anche lui allievo dell’economista Federico Caffè. Ripensa alla brillante intuizione sul masochismo di Stato: un gioco dove alla fine perdono tutti, ma dove i più poveri perdono di più. Ripensa a Ezio Tarantelli, a quando nel 1995 parlò di “scambio politico masochistico”. Nuovi assetti al ribasso, un grande inganno accettato da tutti, accordi sociali che comportano una riduzione del benessere dei lavoratori e delle famiglie.
Philip tamburella le dita sul mento: è lo stesso dispositivo che offre miraggi di ricchezza a un prezzo molto basso. Il fast fashion, il fast food, la cheap tecnology da un lato del tavolo, e i diritti fondamentali come la casa, la salute o l’educazione dall’altro. Rinunciare ai secondi e accettare i primi come misera, illusoria contropartita. È questo il meccanismo di controllo della middle class. Rinunciare ai beni fondamentali in cambio di un abbaglio. «Masochisti…» ripete piano. «Dice a me?» fa l’uomo alla guida. «Ragiono a voce alta, mi perdoni.» Phil solleva una mano verso lo specchietto. L’aeroporto è vicino. Mancano pochi chilometri alla pista e al decollo, poche ore separano Phil dalla nuova edizione del Fashion Summit di Copenhagen, la conferenza dedicata alla sostenibilità nell’ambito della moda. Si aspetta un gran caos, ritmi veloci. Certo non avrà tempo di fare il turista. Due giorni di dibattiti, oltre 1200 partecipanti, 52 Paesi coinvolti. Quest’edizione ruoterà attorno al tema dell’innovazione responsabile, con interventi degli amministratori delegati dei più importanti marchi mondiali, e poi giornalisti, attivisti, politici e studiosi. Tra cui lui, il professor Wade del Birkbeck College, University of London. Un aereo si solleva, poco lontano dalla strada e dal taxi. A Copenhagen saranno tutti d’accordo: la vera sfida consiste nel ripensare il modello di sviluppo, in modo che venga ristabilito un equilibrio tra ambiente, società e business. Equilibrio… Philip sorride. Impossibile non essere d’accordo. Stavolta perfino Derek Morgan, il banker di Wall Street, un tempo il suo capo, perfino lui – stavolta – sarebbe d’accordo. Semaforo rosso, il Black Cab rallenta. Phil ne approfitta per prendere i suoi appunti e ripassare il discorso. Si sente insicuro, banale. Insegna da dieci anni. Da quando ha lasciato la grande banca e ha cambiato vita, è abituato a parlare di fronte a centinaia di studenti. Eppure è da molto tempo che non interviene in un dibattito pubblico. Tanto che, quando ha ricevuto l’invito per Copenhagen, d’istinto ha pensato a un errore.
“Perché questa rivoluzione si compia, occorre una santa alleanza” fa tremolare sulla pagina, mentre il taxi prende una curva. “Occorre istituire una specie di green telephone, una linea diretta di comunicazione tra produttori e consumatori, tra industria della moda e società civile”. La mano incerta barra le ultime frasi. Poi a caratteri cubitali scrive: “Un accordo politico non masochistico” e fa un cerchio intorno a “masochistico”. E poi un altro. Si interrompe, sfoglia il suo quaderno a ritroso, con foga. Cerca la prima bozza del suo intervento: “Citando Tarantelli: non c’è più spazio per un patto sociale, ma esiste la possibilità di uno scambio politico tra le parti sociali. In modo da capovolgere quello che chiamerei ‘paradigma di riferimento teorico’”. Ripete la frase a mezza voce, più volte. Il tassista non ci fa caso, ormai sono a Heathrow e punta diretto al Terminal 5. Dietro di lui, intanto, Philip conclude quello che si direbbe un manifesto:
1. Rispetto dell’ambiente
2. Gestione etica dell’industria
3. Tutela dei diritti e del benessere dei lavoratori
Sono queste le chiavi per scardinare il sistema, si ripete. Il sistema che il Fashion Summit cerca di mettere in discussione. Tuttavia non saprebbe ancora rispondere a quella domanda: «Chi veste la classe media?» I cartelli indicano il Terminal 5. Mezz’ora di corsa, tutti quei chilometri e lui ancora non ha la risposta. Forse, increspa le labbra, perché non è quella la vera domanda. «Qual è il costo?» dice. Ecco, apre un mezzo sorriso. La domanda è quella. «Sessantasei sterline» risponde l’autista, accostando. Non parlava con lui, ma poco importa. Il professor Wade estrae il portafoglio dalla tasca della giacca, paga in contanti. Poi indossa il soprabito, recupera la valigia e si avvia verso il banco dell’accettazione.
Qual è il costo reale del fast fashion, si chiede. In termini umani, ambientali e sociali. Vale la pena barattare i propri diritti in cambio di una connessione super veloce? In cambio di un paio di jeans fatto da gente pagata trenta euro al mese? «Certo che no» dice Philip. Forse l’ha detto a voce alta. L’operatrice al banco lo guarda in uno strano modo, mentre gli consegna il biglietto. Ma forse è solo un’impressione, perché già sta aggiungendo: «La British Airways le augura buon viaggio, mister Wade».
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