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Wed, December 11, 2019

“L’INVERNO DEL NOSTRO SCONTENTO”. BREXIT, VOLUME UNO

"Brexit" è la parola chiave che attraversa il paese. Contro l’Europa che inietta migranti nelle vene dell’isola. Contro l'altro da sé, l’antagonista, il nemico. Il fattore esterno che permette una de-responsabilizzazione generale e diffusa. La prima tappa di un viaggio dei Diavoli al termine della notte britannica, mentre le elezioni sono alle porte, insieme all'inverno più gelido e tetro.

L’inverno del nostro scontento di shakespeariana memoria è pronto ad abbattersi sul Regno Unito. Escrescenza di terra emersa che quattrocento milioni di anni fa si staccò fisicamente dal continente europeo e che oggi si prepara a rifarlo, politicamente.

Brexit” è la parola chiave che attraversa il paese. Contro l’Europa dell’austerity e della sussidiarietà, contro l’Europa che prende più soldi di quanti ne restituisce, contro l’Europa che inietta migranti nelle vene dell’isola e devasta lo stato sociale.

L’Europa è l’altro da sé di queste elezioni. L’antagonista, il nemico. Il fattore esterno che permette una deresponsabilizzazione generale e diffusa.

Negli ultimi dieci anni gli episodi di malnutrizione certificati dalla sanità pubblica sono passati da tremila a novemila, i pasti gratuiti distribuiti dalle collette alimentari da quarantamila a un milione e seicentomila, ogni anno. Un paese devastato dalle politiche neoliberali di Margaret Thatcher, Tony Blair, Gordon Brown, David Cameron e Boris Johnson. Anzi, no, dall’Europa e dai migranti. Sono stati loro: sono stati gli altri.

Nel suo The Road To Wigan Pier, un viaggio nelle cittadine minerarie del Nord dell’Inghilterra per raccontare senza sconti la fetida miseria in cui sopravvive la working class degli anni ‘30, George Orwell, in un raro momento di tenerezza, usa una metafora potentissima, quella di alcuni corvi intenti a copulare nelle poche chiazze di fango che rompono le immani distese di ghiaccio.

Oggi, nemmeno più quello. Nel Regno Unito chiudono scuole e ospedali, negozi e biblioteche. Si mangia poco e male, si beve soltanto. Non si scopa più. Non c’è più speranza. Le nascite negli ultimi cinque anni sono diminuite del dieci percento.

A Hartlepool, piccola cittadina portuale del Nordest, è nato e ha vissuto Reg Smythe, l’ideatore di Andy Capp, meraviglioso personaggio che si muoveva solo per colmare la distanza tra il divano di casa e il pub. Uno dei più violenti attacchi alla società dell’alienazione capitalista mai apparso su una striscia a fumetti.

Ma i nuovi Andy Capp, adesso, odiano solamente gli altri Andy Capp.

Nick ha fatto il dj per quasi trent’anni. «Per lo più musica anni ‘60, ‘70, un po’ di dance. Niente techno. Adesso lo faccio ancora, ma molto di meno, mi occupo dei miei sette nipoti e vado in vacanza al sole con mia moglie il più spesso possibile».

«Anche se siamo una comunità working class, qui ad Hartlepool siamo sempre stati bene, ma adesso andare in giro è diventato pericoloso. Troppi immigrati. Principalmente dall’Asia e dall’Est Europa».

Il proprietario del The Harbour View, caratteristico ristorantino del posto, abbastanza pieno a differenza della teoria di mangiatoie e catene e di fast food che affollano la desolata marina, si chiama Darab. È un immigrato asiatico, e un grande sostenitore della Brexit. Come ogni buon immigrato inserito nel tessuto economico e sociale cittadino, la cosa che odia di più sono gli immigrati.

«Ci sono due tipi di immigrati, politici ed economici, i primi vanno aiutati e incoraggiati, i secondi no. Questo è un paese molto generoso, ti dà la casa, il lavoro, la sanità pubblica, così in molti vengono a prenderselo, ma non restituiscono nulla. Io non sono razzista ovviamente, ma bisognerebbe aiutarli a casa loro».

Ognuno è lo straniero di qualcun altro.

Hartlepool è una città allucinante. Qui hanno inventato il populismo prima che esistesse il populismo. Durante le Guerre Napoleoniche impiccarono una scimmia, unica sopravvissuta dal naufragio di una nave francese, perché indossava la giacca dell’esercito nemico. Fu interrogata, processata e appesa.

Due secoli dopo, quando la città decide per l’elezione diretta del sindaco, vince la mascotte della locale squadra di calcio: una scimmia. Il mandato dopo è ancora il suo. Alla fine il consiglio comunale cambia la legge e ferma l’elezione diretta. Ora è il primo comune guidato dal Brexit Party.

Dal “sindaco scimmia” al sindaco del partito più di destra dell’isola, nato sulle ceneri dell’Ukip. Qui, dove al referendum il leave ha avuto il 70% di consensi, il Brexit Party ha buone possibilità di eleggere il suo primo deputato, Richard Tice: miliardario che viene dal ricco sud ed è il numero due del partito, dopo Nigel Farage.

«Da quando l’utopia socialista è stata dichiarata impossibile da tutti, per prima dagli stessi partiti socialisti, la working class britannica ha cercato di ritrovare la propria identità perduta su quel poco che le era rimasto: il luogo, l’accento, la famiglia, l’appartenenza etnica» scrive Paul Mason, giornalista del «Guardian», nel libro collettivo The Great Regression.
Travor è immobile davanti alla serranda abbassata della biglietteria dello stadio di Hartlepool. Votava Labour, adesso non gliene frega più un cazzo. Vuole solo che l’Hartlepool Fc, quello della mascotte diventata sindaco per due volte, sia promosso in quarta serie.

La depressione, se mescolata all’alcool, porta al fascismo.

Hartlepool, Middlesbrough, Leeds, Blackburn, Burnley, Bradford, Wigan, Blackpool, l’inverno dello scontento si diffonde nelle piccole e medie town del nord dell’Inghilterra e porta odio, rancore, razzismo diffuso. Ovunque.

Ismail è turco, sta a Middlesbrough da diciassette anni, e ci tiene a precisare che ha sempre lavorato e pagato le tasse. «C’è razzismo diffuso ovunque, la gente comincia a guardarti male per strada».

Steven è bianco, lavora al mercato di Leeds, voterà conservatore perché vuole lasciare l’Europa: «Ci vuole un sistema per regolare l’immigrazione. Non ce ne sono troppi adesso, ma lo diventeranno. Gli immigrati abbassano il costo del lavoro e i nostri stipendi».

Sheila ha settantasei anni, viene da Bradford, e vota conservatore. «Sono preoccupata per le mie nipotine, quando ho avuto un cancro mi hanno curato benissimo. Oggi per vedere il dottore devi aspettare sei mesi». Middlesbrough, Leeds, Bradford, once they were all Labour. E magari lo saranno ancora dopo le elezioni. Ma la puzza di merda è ovunque.

Fa bene Daniel Trilling, esperto di estrema destra inglese e direttore della rivista “New Humanist”, a ricordare che la Brexit non è il prodotto esclusivo della working class bianca impoverita, della cosiddetta white trash. Si rischia di cadere nel miope stereotipo della rust belt che elegge Trump. Come il presidente americano è un prodotto dell’aristocrazia finanziaria a stelle e strisce, così la Brexit è finanziata da miliardari di entrambe le parti dell’oceano.

Ma qualcosa si è rotto. Dopo le devastazioni thatcheriane e blairiane, la fine del modello di sviluppo occidentale ha lasciato macerie dappertutto. Visibili a ogni angolo di strada. Tra le chiazze di vomito e nelle pozze di piscio, nelle coperte degli homeless, negli sguardi spauriti dei migranti che fanno comunella, perché andare in giro da soli fa paura.
«Le cittadine del nord sono messe peggio di cento anni fa (quando Orwell le descriveva nel peggior modo possibile, ndr). Invece di reinventare nuovi modelli economici postindustriali hanno banalmente cercato di replicare i vecchi, passando dalle miniere ai call center e dal trasporto ai rider della logistica.

Quindi in termini numerici i governi potranno anche dire di avere creato nuovi posti di lavoro, ma sono posti peggiori. Meno qualificanti, più alienanti. E soprattutto meno sicuri. La gente ha perso la speranza». Lo scrivono Paul Swinney e Andrew Carter del “Centre for Cities”.

Le high street – le vie principali dello shopping che caratterizzano i paesini e le cittadine medio piccole del paese – si sono trasformate in ghost town, scrive il «Daily Telegraph», quotidiano conservatore. Ma a nessuno viene in mente che il problema sia il fallimento del sistema capitalista.

No, la colpa è sempre dell’altro, del diverso, dell’estraneo. La campagna elettorale è tutta giocata sull’alimentare questi timori. Sul sospetto e sulla paura dell’altro da sé.

«Sono schifata dai conservatori che vogliono privatizzare tutto. Ricevono donazioni dai miliardari e le nascondono nei paradisi fiscali, poi si presentano come “patriottici”. Purtroppo le bugie messe in giro dalla campagna per il leave – come i 50 miliardi in più che avremmo per la sanità pubblica, dato ampiamente smentito – fanno presa anche a sinistra» dice Alysha, diciotto anni, studentessa di scienze politiche alla Leeds Beckett University.

Il taxista, il dj, la pensionata, il padroncino, il tifoso, l’ex poliziotto, l’ambulante al mercato, tutti a lamentarsi della devastazione della sanità pubblica. «Aspettiamo settimane per un appuntamento, mesi per un’operazione». Ma non è colpa del neoliberismo, delle privatizzazioni. No, è colpa degli immigrati.

Ronnie è disoccupato. «Votavo Labour ma ora non lo voto più. Ci sono troppi immigrati, mi hanno portato via il lavoro, l’assistenza sociale. Mi hanno dato una casa a Oldham (periferia di Manchester, ndr) che fa schifo, piena di polacchi, fumano crack e cocaina dalla mattina alla sera. Ma io sto male, sono in cura, vengo a Manchester a prendere le medicine». Chiede una sigaretta, si stringe nel cappotto. «Le medicine, hai presente? Quelle illegali, che vendono qui dietro la stazione». Un ragionamento che non fa una grinza.

Mi fanno schifo gli immigrati che si drogano. Sono qui a comprare la droga. Il neoliberismo ha distrutto il sistema sanitario e il welfare, voto un partito neoliberista che mi promette che senza immigrati tornerà quello di prima. Non quel bolscevico di Corbyn, che vuole tassare i ricchi per ricostruire dalle fondamenta la sanità pubblica.

Nell’inverno del nostro scontento è tutti contro tutti. Si è rotto qualsiasi tipo di legame sociale, di solidarietà all’interno della working class del nordest britannico. La guerra dei poveri è diventata la guerra tra poveri.
«La cosa più impressionante in famiglie come quella dei Brookers è il loro ripetere in continuazione le stesse cose. Ti danno l’idea di non essere persone ma delle specie di fantasmi che ogni sera mettono in scena la stessa identica replica» scrive George Orwell, in The road to Wigan pier.

Un secolo dopo, in un pub di Bradford, davanti alle televisioni che trasmettono le partite della Champions League, in una città che ha gli indici più alti di povertà, disoccupazione e malnutrizione giovanile di tutta l’Inghilterra, una pletora di facce bianche, devastate dalla vita e dall’alcool, osserva silenziosa i gas di xeno e neon illuminare i pixel degli schermi.

Come ogni sera, sempre così. Una coazione a ripetere senza più alcun punto di riferimento. Senza alcuna speranza. Giovedì 12 dicembre si vota contro gli immigrati e contro l’Europa. L’inverno del nostro scontento è pronto ad abbattersi sul Regno Unito.

Andy Capp non solo ha smesso di lottare, ma anche di sognare.
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