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RECENSIONE


Tue, November 17, 2020

LA REGINA DEGLI SCACCHI

“The Queen’s Gambit”, la miniserie Netflix tratta dall’omonimo libro di Walter Tevis, è una perfetta allegoria dell’indeterminatezza in cui ci troviamo intrappolati, come pedine in balìa di una scacchiera infinita. L’amore, il successo, la libertà rappresentano tutti bisogni che non sono e saranno mai soddisfatti perché, come dice Karl Marx, la società occidentale dei consumi non lo permette.

Il desiderio secondo Jacques Lacan giace in quella terra di nessuno, in quella indeterminatezza, che si trova tra il simbolico e il corpo. Possiamo renderlo, forse, solo attraverso il linguaggio.

E questo prova a fare la miniserie Netflix The Queen’s Gambit (La Regina degli Scacchi), in continua oscillazione tra il simbolico dell’inappuntabile mise en scene color pastello e il corpo sempre in contrappunto dell’onnipresente protagonista Anya Taylor-Joy. Il simbolico e il corpo. Rendere visibile il desiderio, esplicitare il bisogno, attraverso l’impossibilità di soddisfarlo.

Come in Endgame, l’opera teatrale di Beckett in cui i due protagonisti sono pedine che nonostante la sconfitta si arroccano rifiutandosi di chiudere la partita, così in generale i pezzi degli scacchi, su cui l’arte e la letteratura si sono esercitati dalla notte dei tempi, sono un insieme di corpi in moto immobile, posizionati su una tavola simbolica il cui bisogno non potrà mai essere soddisfatto.

E da un testo letterario – l’omonimo libro pubblicato nel 1983 da Valter Tevis, uscito in Italia per Minimum Fax nel 2007 con una prefazione di Tommaso Pincio –, è tratta la serie, i cui legami con la realtà si fermano qui. Al massimo si può pensare che la vita (fittizia) della protagonista Beth Harmon sia ispirata all’assurda vita (reale) del controverso campione americano Bobby Fisher. Alcuni temi tornano spesso. Il resto però è tutto inconscio, per tornare a Lacan. È sogno, visione. Forse è incubo.

E onirica è la scena di apertura. La bambina ferma dritta e immobile come una pedina sull’asfalto, illesa, dopo un terribile incidente d’auto in cui muore la madre. Qui comincia la storia di Beth Harmon (Anya Taylor-Joy, Peaky Blinders e Split), che in orfanotrofio conosce il proprio corpo, grazie all’aiuto di un’amica, il simbolico degli scacchi, grazie al custode che vive nello scantinato, e soprattutto grazie alla legislazione americana conosce il bisogno indotto di medicine e tranquillanti. Sarà il primo della lunga serie di bisogni che non la abbandoneranno mai, impossibili da soddisfare, lungo una vita che si sviluppa in sette brevi episodi.

È mai uscita Beth Harmon da quello scantinato? E noi?
La regia e la sceneggiatura di Scott Frank puntano alla costruzione del classico. Sono ammiccanti e molto molto furbe, soprattutto quando occhieggiano al polpettone sportivo, la solita storia di sconfitta e redenzione. Lineari quando si rifanno al melodramma, con il contrappunto tra la donna che rimane prigioniera della sua condizione sociale (la madre adottiva, una bravissima Marielle Heller che fin da subito tra un drink e l’altro spiega alla figlia come sia impossibile realizzare desideri e soddisfare bisogni) e quella che forse riesce a rompere la gabbia e ad emancipare lei e tutte le altre (la protagonista, of course).

Anche la fotografia è perfetta, oscillante tra luci e ombre, bianchi e neri (come gli scacchi?), sempre pronta a sottolineare lo stato d’animo della protagonista anche grazie a un sapiente uso dei costumi, del trucco e degli arredi di scena, che strizzano di continuo l’occhio a Mad Men, la serie capolavoro di Matthew Weiner. Per questo se su Rottentomatoes la serie totalizza il 96% di gradimento del pubblico e il 100% di gradimento della critica, con peana che vanno da Variety a Rolling Stones, dal «Wall Street Journal» al «Guardian», molti utenti l’hanno trovata fin troppo furba e a tratti banale. In una parola: paracula.

Può darsi. Del resto è molto facile tratteggiare un personaggio complesso, sfaccettato e moltitudinario se ne hai uno solo, un protagonista affascinante che riempie totalmente la scena per sette puntate. Molto più difficile se cerchi di rendere l’impossibilità personale, collettiva, politica e culturale di soddisfare i bisogni attraverso un Roger Sterling, la chiara ispirazione della Beth Harmon televisiva, che è uno dei molti protagonisti di una serie corale che prosegue per sette stagioni, e non sette episodi, come appunto Mad Men.

Ma il bello di un’opera d’arte è che, quando è tale, lo è perché trascende ogni volontà del suo autore.

E quindi nonostante La regina degli Scacchi voglia essere un mini-pastiche facile e pretenzioso, citazionista di tutte le altre serie di successo, costruito a tavolino per piacere o meno, il risultato è invece un’opera drammatica debordante.

La madre, la famiglia, l’amore, il successo, il riconoscimento, la libertà, l’autodeterminazione di genere, rappresentano tutti bisogni che non sono e saranno mai soddisfatti perché, come dice Karl Marx, la società occidentale dei consumi non lo permette. E come aggiunge Jaques Lacan, restano per sempre intrappolati tra il corpo e il simbolico. Allora, si può solo raccontarli.

E che tutto questo avvenga in un’America che scopre la ricchezza e la libertà, contrapposta nei suoi colori pastello agli scuri interni dell’ambientazione sovietica, fa ancora più male. Come in una scacchiera, dopo le prime quattro mosse di partenza i pezzi si sono già mischiati e non si possono più sciogliere: le combinazioni diventano infinite.

Il bianco e il nero non esistono più. Che tu sia regina, alfiere o cavallo, puoi solo muoverti in un’infinita solitudine. O come nella già citata opera di Beckett, aggrapparti alla finzione che la partita non finirà mai. Quando, in realtà, dopo aver mosso la prima pedina, sai benissimo che hai già perso.

Il corpo di Anya Taylor-Joy, il suo sguardo che continua a interrogarci mentre noi siamo convinti di essere gli spettatori che la stiamo guardando dal divano, è continuamente sballottato da una mano invisibile da un quadrante della scacchiera all’altro, dalla luce all’ombra, dal bianco al nero, e in nessuno riesce a trovare il suo posto. A soddisfare il suo bisogno. Come in Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carroll, il sequel di Alice nel Paese delle Meraviglie dedicato questa volta agli scacchi, forse è stato tutto un sogno, o meglio una visione.

D’altronde è lì, nel regno dell’inconscio, che si sviluppa il linguaggio atto a mediare tra corpo e simbolico. Atto a soddisfare, almeno parzialmente, il bisogno.

Se così fosse, però, dobbiamo prendere atto che allora noi siamo sempre rimasti lì. Non siamo mai usciti dallo scantinato dell’orfanotrofio, quel luogo mitologico e spaventoso che è il regno del custode.
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