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Sat, May 28, 2016

LA MORTE CLINICA DELL’EUROPA

ARTICOLO

New York City, 4 marzo 2016
Documento marked as very confidential
numero di protocollo: 4203XXX
Da: Derek William Morgan, Central Board The XXX XXX, Inc.
A: Executive Board Of International Monetary Fund
Oggetto: Crisi Europea
Segnali molteplici indicano come la nuova crisi rischi di compromettere irrimediabilmente le fondamenta del progetto di unione europea. La congiuntura impone, pertanto, una riflessione approfondita in merito a una potenziale alterazione degli equilibri geopolitici insieme a un drastico ripensamento delle politiche con cui abbiamo garantito – e continuiamo a garantire – l’egemonia americana sul vecchio mondo nel nuovo secolo.
Esponenti istituzionali, vertici governativi, prestigiosi organi di stampa e un pericoloso sentire comune formano un coro compatto nel sottolineare il pericolo di un crash europeo nel breve-medio periodo. Il corso degli eventi sta subendo una brusca accelerazione, mentre perfino «Le Monde» certifica il pericolo incombente annunciando «la morte clinica dell’Europa».
Lo smottamento si sviluppa intorno a tre temi:
pressione dei flussi migratori;
limiti delle politiche monetarie espansive dettate – nell’arco degli ultimi dodici mesi –  dai vertici della BCE;
emersione di forze politiche alternative al piano centrista, lungo un arco di posizioni che va dalla sinistra estrema al blocco nazional-sovranista come dimostrano Polonia, Spagna, Portogallo e Irlanda.
Nel formarsi di un simile scenario non è possibile ignorare le responsabilità del nostro Dipartimento di Stato, a Washington, e le pressioni del comparto militare-industriale. L’alleanza con la Repubblica di Turchia, cruciale tassello di stabilizzazione nel quadrante orientale del Mediterraneo, ha lasciato mano libera ad Ankara nella gestione dei flussi di migranti. Così la nuova porta per l’Europa si è spalancata a Sudest, creando una pressione in costante aumento sulla frontiera greca e sui Balcani. Il risultato è coinciso con l’isolamento del governo di Atene, col blocco delle frontiere dalla Macedonia all’Austria e con la messa in discussione di Schengen.
Un ulteriore elemento da considerare è la situazione sul fronte mediorientale e nell’area arabica. La sospensione dell’embargo contro l’Iran ha rimesso in gioco una forza capace d’incidere sul prezzo del greggio accentuando la spirale deflattiva che risucchia l’Europa. Inoltre, sempre sul terreno della “guerra energetica” stiamo misurando le conseguenze della nostra scommessa sullo shale gas, vero e proprio spauracchio che ha determinato una reazione dei produttori di petrolio con ulteriore abbassamento della quotazione al barile.
Nemmeno sulla frontiera dell’innovazione siamo esenti da un’azione dubbia sotto il profilo del mantenimento dello status quo. La sharing economy che stiamo imponendo a livello globale aggrava la tendenza deflattiva e aumenta – al contempo – il tasso di disoccupazione. Grandi corporation muovono volumi di capitali capaci di alterare gli assetti di interi Paesi.
E oggi la forza di queste companies transnazionali si manifesta in tutta evidenza.
Il nostro ruolo di potenza mondiale non deve farci indulgere nella staticità, nell’inerzia o nella pigra adesione a un collaudato modello di supremazia.
Il disordine controllato che abbiamo imposto all’Europa, approfittando della dialettica tra gli Stati, e all’insegna dell’antico divide et impera, sta travalicando i limiti di un’instabilità funzionale. L’unità debole rischia di tradursi in una brusca disarticolazione sotto la spinta di forze nuove che operano in un contesto inedito.
Nei principali Paesi europei, i referenti politici di comprovata fedeltà atlantica sono in crisi di consenso. L’Europa può cedere al caos, mentre tramonta la “governabilità” come modello centrista impostato sull’austerity e sulla paura. Il mancato accordo tra popolari e socialisti a Madrid per la composizione del nuovo esecutivo è forse il segnale più preoccupante di questa tendenza.
Dalla penisola iberica alla Polonia, da Dublino all’Ungheria, emergono soggetti che –  sulle ali estreme dello schieramento – scelgono di sostenere rivendicazioni universali di equità e convivenza o, all’inverso, chiusure nazionaliste e identitarie. Di conseguenza è legittimo presagire la fine prossima del modello politico incardinato sulle grandi coalizioni e sulla terzietà: quello che alcuni hanno chiamato «estremismo di centro», piano inclinato lungo il quale sono scivolati – fino a convergere – conservatori e socialisti.
Già da tempo la grande pacificazione sociale, proclamata nell’ottica dell’interesse generale e alimentata dalla paura, sta mostrando cedimenti sistemici.
In Europa, l’attuale quadro è segnato da accentuati squilibri che possono essere ricondotti alla moneta unica. Non crediamo di eccedere in allarmismo indicando gli effetti potenzialmente devastanti dell’attuale fase.
A partire dal 2008, la gestione del great crash ha approfondito le differenze tra i Paesi sovra-capitalizzati e quelli sotto-capitalizzati, tra potenze continentali e periferia gravata da bilanci pubblici in fibrillazione. Al vertice di questa piramide si colloca la Germania di cui analisti e interpreti rilevano – non del tutto indebitamente secondo chi scrive – l’ingordigia predatoria. La volontà di potenza teutonica ha finito per alterare le linee di forza all’interno dell’Unione. La posizione di Berlino rispetto alla gestione dei titoli di Stato è quasi un preludio alla fine della moneta unica.
A oggi dobbiamo registrare l’inefficacia delle pressioni internazionali e degli strumenti di deterrenza che abbiamo provato a dispiegare da questa parte dell’Atlantico con il caso Volkswagen e le avvisaglie di guerra commerciale contro Berlino.
Nel recente passato, inoltre, è stato affidato alla BCE e alle politiche monetarie espansive un ruolo di stabilizzazione dello scenario. Tuttavia, a un anno esatto dal varo del Quantitative easing europeo dobbiamo valutarne gli effetti con sguardo obiettivo, riscontrandone la portata limitata e il beneficio relativo. Come previsto da diversi analisti, l’immissione di circa ottocento miliardi di euro volti all’acquisto di titoli di Stato e altri asset non ha sostenuto la domanda, riattivato i consumi, contenuto la deflazione. Il fondamentalismo ordo-liberista tedesco e il vincolo stringente sui parametri non ha permesso di accompagnare il QE con un’adeguata politica di spesa pubblica che avrebbe richiesto politiche fiscali diverse.
L’Europa insegna come la moneta da sola non basti ad attivare processi anti-ciclici. L’unico risultato apprezzabile, al momento, riguarda la messa in sicurezza dei bilanci bancari attraverso un massiccio acquisto di titoli di Stato.
L’estensore di questa informativa confidenziale e gli interessi compositi di cui è garante si sono fatti assertori in passato di un modello chiuso di espansione monetaria, basato su un preciso indirizzo dei flussi. In questo atteggiamento hanno prevalso fissità di sguardo e scarsa duttilità tattica.
Oggi è necessario assumere piena consapevolezza della cesura che si sta consumando in Europa. A una discontinuità netta nel quadro di riferimento deve corrispondere una discontinuità altrettanto netta sul terreno degli strumenti di controllo.
È il momento d’imprimere uno scarto, di consumare un vero e proprio salto di paradigma per ridefinire le condizioni di stabilità. Per queste ragioni individuiamo in una radicale estensione delle politiche monetarie il passaggio decisivo al fine di costruire rinnovate condizioni di equilibrio: all’altezza della fase e in grado di disinnescare le piattaforme rivendicative delle forze anti-sistema.
È tempo che la moneta circoli oltre corsi e solchi già tracciati. È il momento di attuare una grande operazione di sostegno della domanda finanziando direttamente i consumatori. Non solo i grandi processi di trasformazione esigono la combinazione di spregiudicatezza e visionarietà. Anche i grandi piani di controllo necessitano della stessa miscela. Non è nel déjà-vu ordo-liberista che possiamo trovare risposte conformi a nuove domande, bensì in parole d’ordine da rubare agli avversari e rideclinare secondo le nostre esigenze.
Ciò che i reduci del pensiero critico chiamano “QE delle moltitudini”, noi lo chiameremo helicopter money. Ribattezzare per controllare. I nomi e il linguaggio come essenza della realtà.
Se alcuni vorrebbero legare questo intervento alla sfera dei diritti di cittadinanza, noi lo ancoreremo all’imperativo del consumo. Sul tavolo europeo non si gioca soltanto una partita europea, bensì la possibilità d’invertire la tendenza indicata come «stagnazione secolare».
Non si rovescia un simile quadro con il semplice salvataggio del sistema bancario. La radicalità non va lasciata alla controparte. Fuori dall’equilibrio centrista servono risposte radicali. Uno shock monetario di massa, che attivi uno tsunami di consumi, è la risposta radicale che consigliamo di mettere in campo.
Berlino non comprende che “ordine” non è sinonimo di “controllo” se per ordine si intende la fede in dogmi immodificabili.
Non c’è stato ordine nel montare della crisi ellenica e neppure nella sua presunta soluzione. E non c’è ordine nel mantra tedesco che celebra il surplus commerciale.
Ordo-liberismo o neo-liberismo sono parole vuote.
Esiste una sola teoria economica: quella che combatte il declino del tasso di profitto: qui, ora e per sempre.
L’efficacia dell’azione si misura solo e soltanto sulla capacità di generare dall’interno anticorpi al fine di contrastare il male endemico che affligge quel meta-organismo globale chiamato “capitalismo”.
Una sola consapevolezza valga da assunto inderogabile: non esiste cura definitiva.
In fede,
Derek W. Morgan

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